Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Non abbiate paura

salmo 8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
“Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. [Mt 10,26-33]

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Un’antica credenza vuole che, nella Bibbia, per 365 volte (una per ogni giorno dell’anno) risuoni l’invito a “Non temere”, “Non avere paura”.

In realtà, non è proprio così, ma non si può negare che, certamente, dal Genesi all’Apocalisse, “Non temere” sia l’invito più pressante.

In questo passo di Matteo, però, l’invito è specifico. Non si tratta di vincere una paura, ma di collocarla nella sua giusta posizione. Non possiamo evitare la paura di fronte al pericolo che ci minaccia, e non è colpevole, la paura. Piuttosto, l’invito è a considerare la complessità della realtà e, poi, a collocare questa complessità nella dimensione che le è propria.

C’è un rischio imminente per chi viene inviato ad annunciare. Non si può e non si deve eludere il rischio e non si può far tacere la paura. Si può, però, indirizzarla, cogliendone l’origine e dotandola di senso.

Dove origina la paura?

Potremmo dire che la sua radice è nella parzialità della visione. Percependosi come funzionari esposti a pericoli, senza difesa, ci si percepisce come perdenti. In questo modo, però, avvaloriamo la realtà di potere in cui siamo inseriti. Il forte vince e il debole perde. Dove vittoria e sconfitta sono ancora e sempre figlie della stessa logica di potere, annichilente e sopraffattivo.

Non ci viene promessa la vittoria, di qualunque natura essa possa essere, anche solo spirituale. Quello che ci viene promesso, e ci è dato, è un’autenticità di umanità e una pienezza di umanità.

“Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi?” chiede e si chiede il Salmo 8. “Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato”. Non si pone alternativa fra umanità e divinità, fra creatura e creatore. Si cerca di cogliere il giusto nesso fra ciò che è quello che noi diciamo Dio e ciò che è l’Uomo, fra il nostro modo di concepire Dio e di pensare l’Uomo. Solo in questa unità sarà possibile non cadere nel fideismo deresponsabilizzante che colloca l’autentica forza fuori dalla relazione.

È una relazione che, in Cristo, diventa fondamento di ogni autenticità. “Chi mi riconosce davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre”. Non si tratta di un riconoscimento ideologico, di una adesione ad un manifesto identitario, ad un corpo dottrinale o di un semplice atto di fede remissiva e non responsabile. “Riconoscere” alla lettera è “dire le stesse cose” (“omologhèin”). “Riconoscere” Cristo, dunque, è avere le sue stesse parole. Assumere le parole dell’altro. Così, abitando le stesse parole, ci sarà conformità reciproca.  La parola che l’altro pronuncia, convertendomi a sé. La parola dell’altro che si fa mia parola e che converte l’altro a me.

Non c’è vittoria o sconfitta. Non c’è coraggio o paura. L’altro esige conversione perdurante. Esige un affidamento che è sempre rinuncia al potere. Non importa se, a volte, non ne siamo capaci.

“Se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tim 2,13).

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