
La Morte 3. Il canto delle cicale
Lo abbiamo sentito ripetere spesso: le stagioni non sono più quelle di una volta. Meno consueta, assai meno scontata, un’altra affermazione dello stesso tenore, relativa alla Morte: “C’era un tempo in cui la morte stessa era giovane e virile, quando falciava senza scrupoli il genere umano: pervasiva, inconfutabile, inarrestabile. Ora, anche la morte è invecchiata, tenuta in disparte, un terrore represso consegnato a qualche soffitta della nostra memoria”.
Ma come, anche la morte non sarebbe più quella di una volta? È ciò che sostiene Guy Brown, ricercatore inglese, in Una vita senza fine?, titolo allettante e provocatorio di un volume che spazia dalla biologia alla letteratura, dalla medicina alla mitologia. Per dimostrare che nel corso dei secoli l’idea della morte, e le conseguenti pratiche, sono andate via via mutando in base a svariati fattori. Nell’antico Egitto non si concepiva la possibilità di un puro spirito; occorreva presentarsi, anche nell’aldilà, con un corpo che avesse una sua consistenza, dei volumi: da qui il ricorso alla mummificazione. Per il cristianesimo la morte discende, come le malattie, come l’invecchiamento, dal peccato originale: scontiamo così le conseguenze della nostra primigenia disobbedienza; mentre per l’Islam tutto è rimesso alla volontà di Dio e “la morte è ripetutamente paragonata al sonno, che è a volte descritto come ‘piccola morte’ ”. Nel Rinascimento riemerge, dopo un millennio, l’idea di una vita e di una morte individuale, e così “Il nome del defunto iniziò a comparire sulle pietre tombali o su lapidi commemorative”; e coll’avvento del Romanticismo il culto della morte straripa: “Immensi cimiteri e memoriali vennero costruiti nell’Europa soprattutto cattolica; vennero inventati i riti personali e familiari delle visite alla tomba”.
Poi, nel ‘900, l’ultima svolta, che cambia completamente le carte in tavola. La morte, fin lì celebrata e perfino idolatrata, viene messa da parte, viene circoscritta anche fisicamente, disturba parlarne, disturba frequentarla, si evita ogni possibile contatto, si fa come non ci fosse, sorge il tabù: “Si può trascorrere un’intera vita senza mai vedere un cadavere. La morte e il morire sono stati medicalizzati e professionalizzati”. In luogo della morte fiorisce e prospera un culto della giovinezza che non ammette mezze misure, non concede scampo. Le età della vita, la naturale evoluzione dell’essere umano, viene riassunta in una superficie che tra impianti e trapianti ed infinite cure punta ad un unico risultato: una magnifica apparenza. Già: ma quanto salutare? Perché, se arretra la morte, non si ferma tuttavia l’invecchiamento, anzi. Parlano i numeri: “Negli Stati uniti la percentuale della popolazione sopra i 65 anni era pari al 4% nel 1900; all’8 % nel 1950; al 12% nel 2000; si stima che arriverà al 20% nel 2050”. E lo stesso incremento è previsto nelle fasce ancora superiori di età, e tutti dovranno fare i conti con malattie invalidanti che sono tipiche della modernità e che possono solo essere tenute a bada, lenendo e diluendo una fine rimossa ma inevitabile.
Mentre un popolo di grandi anziani si profila all’orizzonte, è dunque lecito interrogarsi nuovamente sul significato della morte, sulla paura profonda che ci ispira, sui mezzi di cui disponiamo per allontanarla o addirittura – c’è chi studia e lavora in tal senso – per sconfiggerla. Occorrerebbe, viceversa, guardarla negli occhi con matura (non necessariamente antica) consapevolezza; riflettendo anche, di là dai progressi tecnologici già in atto, già in opera, sul concetto o sul miraggio dell’immortalità. Una riflessione che Guy Brown filtra attraverso la mitologia greca, rifacendosi alla storia di Eos e Titone. Eos, la dea dell’Aurora; Titone, il suo bellissimo amante, destinato come tutti gli umani alla morte. Eos chiede a Zeus di risparmiarlo; e il dio la accontenta: vivrà per sempre, Titone, ma non consegnato a quell’eterna giovinezza che appartiene solo agli dei. “Invecchiando, Titone divenne sempre più debole e demente, tanto da portare alla fine Eos alla follia per il suo continuo balbettamento. Disperata, lei trasformò Titone in una cicala”. E le cicale ancora cantano, ininterrottamente.
Guy Brown, Una vita senza fine?, Raffaello Cortina Editore 2006
