– Che ne dici di iniziare con alcune interviste?
– Mi sembra un’ottima idea
– Pensavo ad alcune domande sul rapporto fra poesia e luce, dunque fra atto creativo e possibilità di aprire squarci su una realtà sempre più complessa e inafferrabile, sulla relazione fra poesia e speranza, versi e sacro.
È stato più o meno questo il dialogo con Don Fabrizio Centofanti quando ci siamo confrontati su questa nuova rubrica – immeritatamente affidata al sottoscritto – dal titolo forse troppo pretenzioso La Luce nella Stanza. Deciso l’argomento, la discussione si è spostata sui poeti da intervistare. Plinio Perilli è stato fra i primi nomi venuti in mente. La ragione non risiedeva solo nello straordinario acume critico e nella profondità del pensiero, o nella bellezza della sua poesia, quanto nell’atteggiamento di un uomo che, con gioia ed umiltà, è sempre in cammino alla ricerca della luce che l’arte e la letteratura possono dare.
Dopo avergli mandato le domande ho ricevuto una sua telefonata. Era entusiasta dell’argomento, ma avrebbe preferito un’intervista fatta a voce con trascrizione delle risposte, magari a un caffè oppure a casa. Sapevo come sarebbe finita. Mi avrebbe offerto da bere e da mangiare e avrebbe subito preso il largo nel mare scintillante della sua vastissima cultura, un prisma che trasforma la luce in un arcobaleno di bellezza, di citazioni, di scoperte. Avrebbe attraversato le letterature, acceso fari nel buio di percorsi inusuali e sinestetici, fra poesia, arte, fotografia, musica e soprattutto il cinema che amava e conosceva profondamente e del quale si era occupato criticamente in modo esteso (in questo ambito era figlio d’arte del regista e sceneggiatore Ivo Perilli e dell’attrice Lia Corelli). Sapevo però che una discussione di questo tipo avrebbe superato di gran lunga i limiti imposti dall’intervista e declinai l’invito, preferendo una risposta scritta. Plinio aderì comunque di buon grado, non conoscendo il rifiuto. Non ha fatto in tempo a mandarmi le sue risposte. Feci male a non incontrarlo, perché avrei avuto l’occasione unica di un momento tutto nostro prima della sua scomparsa, avvenuta improvvisamente il 30 maggio 2026. Plinio era un conversatore eccezionale, capace di domare allo stesso modo platee di critici e scolaresche indisciplinate, di una generosità culturale fuori dal comune, come aveva dimostrato nelle sue lezioni offerte come volontario alla scuola gratuita di italiano per migranti “Penny Wirton” di Casal Bertone a Roma. Non ricordo un suo no a una richiesta o proposta, ma rammento invece offerte generose di prefazioni e presentazioni. Plinio amava l’eccesso della poesia, le relazioni profonde che questa era capace di accendere come fuochi, l’amore che nasce dai versi. Aveva sopra ogni cosa il senso della cura. Non c’era incontro dove subito dopo il saluto seguisse un’attenzione personale, una domanda sulla salute, su un amico lontano, sui destini della vita. Ho visto Plinio affrontare la malattia e la morte della persona amata con una pazienza, una cura e, infine nel momento più terribile, con una dignità e una compostezza virile che sembravano contrastare in modo irriducibile con la dolcezza quasi infantile del poeta.
Plinio era nato a Roma il 7 giugno 1955 e ha speso tutta la sua vita dedicandosi alla poesia e alla critica d’arte e cinematografica. Aveva esordito nel 1982, con la pubblicazione di un poemetto sulla rivista Alfabeta. La sua prima raccolta poetica fu L’amore visto dall’alto, del 1989, che giunse finalista al Premio Viareggio. È stato un poeta fecondo che ha pubblicato sulle due sponde dell’Atlantico e del quale si devono ricordare: Ragazze italiane (racconti in versi, 1990), Preghiere d’un laico (1994), Petali in luce (1998), Promises of Love (Selected Poems, 2004), Gli Amanti in Volo (2014), fino alla poderosa antologia Museo dell’uomo – poesie e poemetti 1994 – 2020 (Editore Zona, Genova 2020). La sua poesia era conosciuta e apprezzata, aggiudicandosi prestigiosi premi letterari, quali l’Eugenio Montale, il Guido Gozzano e il Gatto, anche se Plinio – come è tipico degli uomini generosi – preferiva promuovere e dare gli spazi agli altri più che a sé stesso.
Plinio Perilli era un intellettuale libero ed estraneo a consorterie e gruppi di potere. La sua generosità è rimasta proverbiale nel mondo della letteratura. Dotato di una curiosità senza pari, amante degli approcci sinestetici e integrati fra le diverse forme d’arte (si veda fra i tanti saggi il suo Costruire lo sguardo. Storia Sinestetica del Cinema in 40 grandi registi del 2009, compendio sui rapporti fra il cinema e le altre arti), Perilli cercava nella forma poetica una scintilla profonda di umanità, la sensibilità vera capace di squarciare i veli e smascherare infingimenti, per trovare la “poesia onesta” di sabiana memoria. Leggeva la poesia altrui con la passione e la curiosità di un primo incontro d’amore, accogliendo con stupore la bellezza e facendosi carico delle ferite e delle fragilità. Amava la luce con inguaribile fiducia nell’umanità e nella sua capacità di amare. “Leggeva i testi come si ascoltano le confessioni più autentiche, tentando di comprenderne l’origine, il dolore, la bellezza e la verità. Uomo di vasta cultura, ma lontano da ogni forma di arroganza intellettuale, sapeva accogliere, comprendere e perdonare” come ha scritto Serena Maffìa su Giornalistitalia.it. Plinio è stato un uomo e un “poeta capace di letizia francescana e di meritare più cielo” come ha scritto Eraldo Affinati su Avvenire.
Manca l’azzurro al cielo, oggi,
architettato di nuvole. O il sole
resta pigro dentro un cuore che scava
e risale maree, nomi, colline di pazienza.
Mi sveglio e già sfrecciano rondini,
stridono la gioia illusa che io non vivo,
eppure m’incorona. Solo manchi tu
al mio giorno, ma adesso sta parlandoti…
Non manchi tu all’azzurro, e grigia
ti fai cielo non visto, rosa su nero,
poesia che mai sta ferma, percorri
giri in testa, mi voli nello sguardo.
(da Gli amanti in volo)



Il suo scintillio permane. È scudo che allontana in sacrale gesto la morte, sospensione di ogni giudizio. Sembra ancora affrettarsi, madido di sudore e parole, accorto e sorridente; volgere lo sguardo al suo orizzonte mentre ne narra lo sconfinamento. Tempi arditi di poesia, franca e speziata di immagini; sinestesia costante, come i chiari fiori di Nina Maroccolo in ‘ Le bianche spose’ o in ‘ La Rivoluzione degli Eucalipti ‘.
Plinius, da te rammentato, caro Luca, con nitore e chiarità, in quella luce mai letargica del buio proprio dell’assenza.