Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 4

Il Cibo 4. Una musa fragrante

“Chiunque è in grado di cucinare”. Ne è convinto Auguste Gusteau, mitico chef parigino, che ha intitolato così il suo popolare libro di ricette. Tanto popolare da essere letto e apprezzato perfino da un giovane topo dotato di un fiuto infallibile – è soprannominato “fiutaveleno”, perché ha l’incarico di individuare tra i cibi pescati nella spazzatura quelli nocivi. Remy è un topo immaginifico e inquieto: la sua trepidante aspirazione sarebbe poter cucinare, poter preparare, anzi, inventare pietanze; di più: poter divenire un grandissimo cuoco, con una squadra qualificata di aiutanti e un’attrezzata cucina a disposizione. E quando un incidente domestico lo proietta fuori dalla casetta di provincia nella cui soffitta vive con la famiglia e con un’intera colonia di ratti, l’occasione si presenta.

Ratatatouille – il nome è tratto da un piatto povero, a base di verdure fresche – è un film d’animazione scritto e diretto da Brad Bird e Jan Pinkawa, una pellicola esilarante, raffinata, dove sognare è ammesso purché si abbia la forza di condurre a buon fine i propri sogni. L’indomito Remy questa forza la possiede ed è capace di contagiare col suo entusiasmo un candido, sprovveduto essere umano, il giovane Alfredo Linguini, che si scoprirà essere il figlio di Gusteau. Tra i due, che possono comunicare solo a gesti, scoppia una fruttuosa empatia basata sui rispettivi limiti e giungono a costruire un rapporto simbiotico: annidato tra la folta chioma di Linguini e protetto dall’enorme cappello da cuoco, tirandogli volta a volta i capelli da una parte o dall’altra, frenando, avvisando, incitando, correggendo ad ogni strappo, Remy traccia la rotta, trasmette i suoi consigli, la sua arte al ragazzo, che in tal modo, dopo essersi fatto assumere come sguattero, riesce a scalare le gerarchie nel locale del padre, deceduto anzitempo per il trauma procuratogli da una recensione negativa. Il cuoco telecomandato, il burattino col topo in testa diviene dal nulla famoso ma il lieto fine può attendere: altre prove dovranno essere affrontate dalla strana coppia, altre invidie, altre diffidenze superate prima che la scoperta della verità – una scoperta tuttavia parziale, riservata a chi lo merita – possa condurre verso esiti sereni e soddisfacenti.
L’unità di misura della storia, il suo centro di gravità permanente resta comunque il cibo: da rubare, da mangiare, da cucinare, non importa. Un universo gastronomico che ingoia e riassume il mondo per intero, sia esso la cucina superprofessionale di Gusteau, labirinto imprevedibile di fuochi e mestoli, di tegami e ripostigli, di ambizioni puntigliose e fughe dalla vita, o la stessa Parigi, il cui profilo, sbirciato attraverso finestrelle e comignoli, con la Tour Eiffel che svetta tra miriadi di tetti, sembra quello di una stilizzatissima torta, da consumare con lo sguardo. Toccati dal cibo, i personaggi incattiviscono, rinsaviscono o si lasciano andare: il cuoco che si è impadronito del ristorante preferisce provocarne la chiusura pur di non cederlo ad altri; il padre di Remy, topone scettico e burbero che non si fida degli umani, finisce poi per aiutare il figlio, guadagnando pasti perenni per sé e per tutta la colonia; il temutissimo, implacabile, segaligno critico culinario si commuove assaggiando il piatto povero, ratatouille, che lo riporta all’infanzia, alle zuppe preparate dalla madre. Dispensa onori e dolori, il cibo; che peraltro, come sermoneggia il fantasma dello chef Gusteau incoraggiando il piccolo topo in un momento di crisi, sa bene come e quando manifestarsi: “Non preoccuparti: sarà il cibo a trovarti. Il cibo trova sempre coloro a cui piace cucinare”.
Veicolo cosciente di pura magia, di emozioni incontenibili, il cibo è la fragrante musa che ispira e trasforma i prescelti. E si chiarisce allora, diviene lampante, ammiccante il motto dello chef, quel “Chiunque è in grado di cucinare”, che va completato con: “Un grande artista può celarsi in chiunque”, di là dalle condizioni di partenza, di là dalla razza o dal genere. È questo l’ultimo monito elargito dal panciuto fantasma, facitore in vita di piatti succulenti, ad un allievo imprevisto e geniale: un tenacissimo topo.

Brad Bird e Jan Pinkawa, Ratatatouille, U.S.A. 2007

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