
«Il poeta è un minatore, è poeta colui che riesce a calarsi più a fondo in quelle che il grande Machado definiva las secretas galerías del alma. E lì attingere quei nodi di luce che sotto gli strati superficiali , diversissimi tra individuo ed individuo, sono comuni a tutti, anche se pochi ne hanno coscienza»
Quando Fabrizio mi ha chiesto di condividere fraternamente la mia idea di poesia, peraltro nell’ambito di un’iniziativa ad ampio raggio che abbraccia un coro di tante belle e luminose voci poetiche, non ho avuto dubbi su dove mutuare la citazione in apertura, quale sublime esordio ad effetto: il breve saggio Sulla poesia di Giorgio Caproni (Italo Svevo ed. 2016, p. 27). Ed esattamente come lui, uno dei miei “maestri spirituali”, ritengo che la poesia non possa definirsi, ma si possa parlare della poesia, della sua forza, della sua potenza, debolezza, della sua universalità. Sì, la poesia è universale, o, comunque, si propone di esserlo, attraverso un metodo induttivo del tutto peculiare e soggettivo che chiede a chi si approccia alla poesia, di trasformare una propria sensazione, in un pozzo, un lago, un mare dal quale tutti possono attingere e sul quale tutti possono specchiarsi: solo così un fenomeno individuale diventa mezzo di fratellanza universale. E credo non sia un caso che Fabrizio, abbia usato l’avverbio “fraternamente” nel parlare di “condivisione sull’idea della poesia”.
La Poesia rifugge da ogni etichetta, sia per se stessa, come abbiamo detto, sia rispetto alla parola in cui rimane inevitabilmente imprigionata. Ungaretti diceva che il tormento per il poeta consiste proprio nel rendersi conto di non riuscire ad esternare tutto con le parole, che le parole non bastano, che è una ricerca continua, spasmodica, angosciante. La Poesia è sguardo posato sull’indicibile, sull’inarrivabile, ma che si propone di “dire” e di “arrivare” attraverso l’unico strumento a disposizione: la parola. Per questo la parola non può bastare a se stessa, con i suoi fonemi, sillabe, ma occorre (urge!) stirarla in tutta la sua potenza, estensione evocativa fino a coinvolgere il più possibile i cinque sensi noti, gusto compreso. In tal modo, forse, la Poesia si veste della sua missione di “farci accorgere del mondo”, “farcelo sentire” e, al contempo, renderci incontentabili, insoddisfatti del mondo stesso, dell’umano stesso. Così come la Poesia trova limite nella parola, al contempo l’uomo trova limite nel proprio corpo, o meglio nell’essere “umano”. Allora è tutto un trasfigurarsi, un rarefarsi per accogliere il male e il bene, per spogliarli della loro relatività e ricondurli alla loro origine, al loro carattere assoluto e verticalmente tragico e magnifico. Se il poeta è un empatico che sorride alla pioggia perché già scorge i colori dell’arcobaleno, cos’è dunque la poesia? E’ ciò che rende il poeta empatico e lungimirante. Un po’ come rispondeva S. Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so” (Le Confessioni, XI, 14 e 18, Bologna, Zanichelli, 1968, pp. 759). Ma di “questo immenso non sapere”, non bisogna avere paura come provo ad esprimere in questi miei versi di recente elaborazione
Bisognerebbe alzarsi presto
rifare il letto
e accudire l’ombra
che non ci somiglia
Non somiglia alla sagoma
lasciata sul tetto
dell’ultima casa
né a quella incontrata
in piazza per caso
Ci salutiamo, sì
con un cenno di mano
che esce appena dalla finestra
per paura del freddo
là fuori.
A voi tutti, buona poesia e buona ricerca del bello!

Ottima, per civiltà letteraria e consapevolezza dell’umanesimo militante ( T. Mann), la dichiarazione di poetica di Stefania Giammillaro. Per lingua, stile, scrittura, esemplare è l’incipit
(Bisognerebbe alzarsi presto
rifare il letto
e accudire l’ombra
che non ci somiglia)
del testo giammillariano, un incipit che getta alle ortiche, definitivamente, tutto l’epigonismo poetico moderno e post-moderno italico dell’Io, del narcisismo, dell’autobiografia fatta di muffe e macchie d’umido della propria stanza, eletta a centro del mondo.
Gino Rago