Archivi categoria: La parola ai poeti

La parola ai poeti. Alessandro Grippa

Tre immagini per una risposta

 

Una casa

(Tentativo di poetica)

“the mind poet stays in the house / the house is empty and it has no walls / the poem is seen from all sides / everywhere / at once.”
Gary Snyder

Ho ristrutturato il vecchio appartamento in cui abitai durante la mia infanzia. La casa (letteralmente) edificata nell’immediato secondo dopoguerra da mio nonno, costruttore edile. Rinnovata poi nei primi anni Novanta da mio padre, che di paterno ha ereditato oltre a una residenza anche la professione. Un’impresa che mi ha visto coinvolto per più di un anno, a stretto contatto con le diverse maestranze. Il progetto ha previsto la modifica di ambienti, funzioni e per inerzia arredi. Questo ha forzato l’originalità dello spazio, il ricordo che ne serbavo. Così ora dimoro in due case contemporaneamente: quella della mente e quella fisica. Due aree non (solo) sovrapponibili.  Continua a leggere

La parola ai poeti. Andrea Rompianesi

La mia pratica poetica ha avuto inizio nel 1979. Spontanea come può esserlo la necessità di cogliere una via espressiva nell’equilibrio di una tendenza a ricercare il senso delle cose. Da subito, quindi, una vocazione filosofica che andava a costituirsi non attraverso il saggio speculativo ma utilizzando la formula letteraria che presto ha visto affiancarsi alla poesia anche lo sviluppo di una prosa creativa o poetica, propriamente descrittiva e riflessiva. Direi la ricerca di un significante letterario in grado di esprimere un significato filosofico, specificamente metafisico. Questo attraverso la ricerca nel linguaggio, la peculiare attenzione al termine possibilmente esatto per contenere l’indicazione svelante, la possibilità di costruire un’architettura testuale profondamente fondata sul valore ritmico e fonetico ma anche visivo e grafico poiché il testo, nel suo equilibrio significante/significato, abita lo spazio della pagina. La tonalità metafisica è ricercata nel rapporto con gli enti, con le cose, gli elementi; la fisicità è poi negli aspetti dei corpi, così come il rapporto con le pagine, nella proprietà intertestuale dei riferimenti, e quello con i luoghi che hanno definito l’importanza della tematica del viaggio come sintesi di contatti. Temi apparentemente paralleli che in realtà convergono su di un obiettivo comune: la necessità di un senso. Fondamentale l’acquisizione di una dizione di ricerca rispetto ad un esito solo sperimentale, fermo alla dicitura del significante in chiave ludica o eversiva come è avvenuto nella storia della letteratura; la ricerca invece coniuga l’evento scritturale con l’approfondimento concettuale che va oltre il significato immediato, verso un percorso ulteriore. L’approccio è quello della critica stilistica che vede come un certo tipo di sensazioni sia talmente profondo da richiedere un linguaggio altro, non usuale o comune, ma capace di una ibridazione esplicativa. Il testo si costituisce quindi in una sua natura complessa dove le intelaiature sintattiche offrono coinvolgimento adeguato alle seduzioni semantiche. Il mio ormai lungo tracciato si è definito, ad oggi, in trenta titoli editi tra poesia e prosa.

La parola ai poeti. Salvatore Sblando

Era lo scorso febbraio quando sono stato invitato a scrivere il mio pensiero sulla poesia da Fabrizio Centofanti.
Da allora sono passati diversi mesi e mentre scrivo (siamo a fine agosto 2024), fatico ancora a trovare una formula unica che mi faccia dire: “Ecco, poesia è per me questo” ma proviamoci.
In questo arco di tempo non ho trascurato la richiesta, quando c’è chi vuole coinvolgere e far esprimere il proprio pensiero, a maggior ragione in periodi come questi dove chi condivide arte e cultura è visto come un perditempo, occorre rivolgergli il massimo della considerazione.
E dunque eccomi qua tra una pausa e l’altra del mio impegno divulgativo e di diffusione culturale sul territorio a tentare di mostrare il personale sguardo sulla poesia. Continua a leggere

La parola ai poeti. Antonella Monti

Cos’è per me la poesia

Poesia, tu sei

“Terra liquida di mare
nessuno può trattenerti
nessuno traccia il confine
solo l’eco delle onde ti parla.
Terra liquida di mare
misteriosa e segreta.”

Antonella Monti

Sono sempre stata irrequieta, conscia che qualcosa di potente stava agitando il mio animo, una forza misteriosa che, nel tempo, scavava un varco al suo interno. Come in un vulcano in eruzione, la parola poetica diveniva lava temeraria, piena, libera da paure.  Realizzai allora che la poesia richiedeva un animo variegato, follemente malinconico, un animo in cui mi sono ritrovata e che ho capito essere il mio “piccolo” talento.  Continua a leggere

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La parola ai poeti. Gianfranco Isetta

Alcune riflessioni sulla poesia e non solo

Ci pensavo in questi giorni, sono passato dalla politica alla poetica e, giocando un po’ con le parole, potrei dire che in fondo ho sostituito un LI, (che con l’accento diventa un avverbio di luogo, indicante di solito un punto fermo, preciso, spesso d’arrivo) con la congiunzione E che lascia intendere invece il passaggio da un punto all’altro, verso qualcosa che deve ancora accadere, in sostanza un movimento. Ecco, io sento di vivere una nuova fase in movimento della mia esistenza, senza rinnegare nulla e anzi rivendicando l’esperienza passata. Continua a leggere

La parola ai poeti. Sonia Ciuffetelli

Scopro il mondo letterario come cadendo nella tana del coniglio di Alice.
La caduta è libera e attraversa un lungo, mirabile tratto. Sono una bambina, ogni evento è una scoperta.
Mi ritrovo nella biblioteca monumentale di uno zio che all’epoca consideravo anziano e che fino a quel momento non avevo ancora conosciuto. Lo zio abitava a Roma, io ero all’Aquila. Entro in casa e scopro che l’appartamento è di fatto una biblioteca. La stanza della poesia, il salone della letteratura antica e del cinema, lo studiolo delle opere varie e della saggistica. Lui è Sabatino Ciuffini (ed io Ciuffetelli), poeta e sceneggiatore, ha già scritto diversi film per il cinema, tra i più noti il Don Giovanni in Sicilia di Alberto Lattuada e Er più, storia d’amore e di coltello.
In quegli anni, quando lo conosco, sta scrivendo per Sergio Corbucci Pari e dispari, film interpretato da Bud Spencer e Terence Hill; lo zio è un letterato, conosce a fondo la poesia classica e legge le opere in latino e greco. La sua casa in ogni dettaglio, lo rappresenta. 
È in questo posto che inizio a conoscere i libri, la poesia, il cinema, la musica classica. Vivo le visite e l’accesso alla biblioteca come una trasgressione e come una opportunità. Scelgo i libri che mi incuriosiscono e inizio a leggere poesia in virtù della sua forma breve, che mi consente di non attardarmi troppo. Mi chiamano dalle altre stanze, la vita stessa mi coinvolge.
In famiglia capiscono subito che mi piace la letteratura, è una tara genetica, non sono la prima. Quello che non sanno ancora è che scrivo poesie di nascosto e le chiudo con il lucchetto nel diario segreto verde, la copertina di velluto.

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La parola ai poeti. Manuel Lantignotti

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Eugenio Montale

Trovo che il mondo sia attualmente sommerso da storie, confuso e con una sovrabbondanza di produzione artistica che rende la verità sempre più difficile da percepire. Per questo motivo credo che la poesia sia il mezzo per risalire alle radici delle cose, per viaggiare attraverso il tempo e ritrovare il vero senso tra le crepe di questa realtà frammentata. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Vincenzo di Maro

Ho iniziato a leggere e scrivere poesia abbastanza precocemente, quando ancora non ero adolescente; sopratutto, in modo del tutto inconsapevole. Il mio apprendistato – se di apprendistato si può parlare – si è svolto in modo del tutto particolare: leggevo molti racconti e romanzi; c’era in me l’idea – anche incoraggiata dagli insegnanti – di voler diventare soprattutto scrittore in prosa. L’esercizio del racconto ha in sé qualcosa di egotistico, ha a che fare con lo scrivere storie in uno stile riconoscibile, personale. Raramente portavo a termine i racconti cominciati: mi venivano incipit che consideravo prodigiosi, ben presto però la vena svaniva. Troppo faticoso, per una mente disordinata come era allora la mia, costruire una storia. Di contro, ogni tanto ero folgorato alla lettura di poesie che ritenevo bellissime, avendo oltretutto l’impressione di non comprenderle appieno. Se ci penso, è ancora questo il compito che assegno a una poesia: quello di aprirci a una dimensione che le parole possono solo suggerire, senza chiarire mai del tutto. Bisognerebbe leggere una poesia con la stessa misteriosa gratitudine con cui si percorre un tratto di strada accanto a uno sconosciuto. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Giovanni Bracco

La mia idea di poesia

 

   La mia idea di poesia e il mio modo di fare poesia sono centrati sulla parola. Mi innamoro di una parola o di un verso nel quale le parole sono incastonate come note sul pentagramma. Parola e verso sono musica, ritmo, rappresentazione di realtà e anche di verità ulteriori, scaturite da profondità altrimenti insondabili. Se me ne innamoro, procedo con la scrittura, i cui tempi e i cui esiti sono imprevedibili. Non ho idea di dove andrò a parare mentre scrivo, oppure ho un’idea assai vaga e, qualche volta, fallace. 

   Quando mi chiedono che cos’è la poesia, ricorro sempre ai versi di Giuseppe Ungaretti (Commiato), nei quali mi riconosco: «… poesia / è il mondo, l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / la limpida meraviglia / di un delirante fermento. // Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso». Continua a leggere

La parola ai poeti. Rossella Pretto

Nell’ultimo capolavoro di Cormac McCarthy, Stella Maris, durante il lungo, affascinante, astruso dialogo in più sedute con il dottor Cohen, suo psichiatra curante, Alicia Western afferma che nell’essere umano è connaturato il senso della giustizia, e che l’idea di giustizia e l’idea di animo sono forme diverse dello stesso pensiero.
Nascendo, il bambino piange e protesta (al contrario dell’animale che soggiace al pericolo e dunque non si espone all’artiglio segnalando la propria posizione). Il bambino protesta per la rottura del patto, di ciò che doveva essere e non è, cerca di articolare dissenso, rabbia, il supplizio, e così facendo sancisce l’opposizione al mondo.
C’è, però, una tenue fiammella di speranza in lui, perché chi protesta e si arrabbia per la cacciata dall’Eden ancora crede che le cose possano essere modificabili altrimenti la rabbia si trasformerebbe in dolore, immobilità, disperazione.
E mutismo.
Tutto ciò che la poesia non è. O non è nello scontro tra spazi, pieni e vuoti. Tentando cade, ma nel cadere lascia traccia: parole sfarinate che testimoniano – ci provano – il passaggio e il farsi anima di chi le scandisce e in quel suo dire crolla. Sonoramente. Continua a leggere

La parola ai poeti. Valerio Vigliaturo


Era un giorno di fine settembre dello scorso anno, quando il buon Centofanti mi invitò così dal nulla a scrivere qualcosa a proposito della mia visione sulla poesia, l’esperienza di scrittura, le vicende umane legate all’ambiente e via dicendo. Ho attraversato nel frattempo un tunnel lunghissimo, non si intravvedeva uno spiraglio di luce, nonostante fossi riuscito ad uscire con il sostegno della mia sola forza interiore (e un viaggio salvifico in Messico) da un tunnel analogo nello stesso periodo dell’anno precedente (non serve averlo già attraversato a corroborare l’idea che “ce lo fatta in passato, ce la farò anche questa volta”). Quando sei dentro tutto appare tremendamente nero, insensato, vuoto, irreversibile.

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La parola ai poeti. Stefania Giammillaro

«Il poeta è un minatore, è poeta colui che riesce a calarsi  più a fondo in quelle che il grande Machado definiva las secretas galerías del alma. E lì attingere quei nodi di luce che sotto gli strati superficiali , diversissimi  tra individuo ed individuo, sono comuni a tutti, anche se pochi ne hanno coscienza»

Quando Fabrizio mi ha chiesto di condividere fraternamente la mia idea di poesia, peraltro nell’ambito di un’iniziativa ad ampio raggio che abbraccia un coro di tante belle e luminose voci poetiche, non ho avuto dubbi su dove mutuare la citazione in apertura, quale sublime esordio ad effetto: il breve saggio Sulla poesia di Giorgio Caproni (Italo Svevo ed. 2016, p. 27). Ed esattamente come lui, uno dei miei “maestri spirituali”, ritengo che la poesia non possa definirsi, ma si possa parlare della poesia, della sua forza, della sua potenza, debolezza, della sua universalità. Sì, la poesia è universale, o, comunque, si propone di esserlo, attraverso un metodo induttivo del tutto peculiare e soggettivo che chiede a chi si approccia alla poesia, di trasformare una propria sensazione, in un pozzo, un lago, un mare dal quale tutti possono attingere e sul quale tutti possono specchiarsi: solo così un fenomeno individuale diventa mezzo di fratellanza universale. E credo non sia un caso che Fabrizio, abbia usato l’avverbio “fraternamente” nel parlare di “condivisione sull’idea della poesia”. Continua a leggere

La parola ai poeti. Evaristo Seghetta Andreoli

La poesia, questa sensazione strana che si veste di parole, me la porto dietro come una malattia, o forse è per me la cura stessa per vivere. Mi risuonano sempre in mente molti dei versi imparati a memoria da bambino, scandivano i miei giorni e le mie stagioni, mi facevano compagnia soprattutto di notte, prima di dormire, dopo le preghiere, quando quel risuonare delle rime mi apriva spazi di musicalità e di fantasia. Già la musica, le litanie, i canti gregoriani, i salmi non potevano che incidere sulla corteccia della sensibilità. Mi piaceva la poesia che mi veniva felicemente imposta a scuola. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Marco Plebani

Che sappiamo noi oggi della morte
nostra, privata, poeta?
			 Poeta è una parola che non uso
di solito, ma occorre questa volta perché
respinti tutti i tipi di preti a consolarci non è ai poeti che tocca dichiararsi
sulla nostra morte, ora, della morte illuminarci? 

(da E. Pagliarani "Oggetti e argomenti per una disperazione",1961)

Care lettrici e cari lettori del blog “La Poesia e lo Spirito”.
Mi chiamo Marco Plebani e ho pubblicato una silloge intitolata “DECIMO DAN” (Ed. La Gru) (2022).
Ho scelto questo incipit di Elio Pagliarani, ben noto ai contemporaneisti, ma per me, fino a poco fa,  completamente sconosciuto e l’ho fatto per cercare di motivare ciò che penso accomuni diacronicamente le poesie, sia quelle antiche che quelle contemporanee.
Le poesia, secondo me, può essere figlia dei cataclismi storici e sociali, può includere la morte e può persino cantare le spesa del supermercato, essa annuncia il baratro del suicidio, dà corpo alle alienazioni, al vuoto che si ripete fantasmatico, ma rappresenta, più spesso, lo spero, una scaturigine di “luce orfica”. Un’opalescenza di rispecchiamento.
La poesia brilla, soprattutto quando le grandi narrazioni delle ideologie e della fede vacillano. 
Che la poesia diventi quel viatico laico di comunanza perché i versi ci fanno percepire come  assolutamente fratelli in ogni angolo del mondo.
Con un rinnovato saluto chiudo questa parentesi.
Ringrazio Fabrizio Centofanti per avermi concesso questo spazio di “riflessione”, è proprio il caso di dire…

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La parola ai poeti. Riccardo Benzina

[…] perché infine ciò che la frase scrive è la propria lontananza dall’origine […]

Aldo Giorgio Gargani

Per sovvertire un pensiero bisogna sovvertire il linguaggio che lo ha generato. E la poesia mi sembra il mezzo più adatto a cogliere questa possibilità, cioè quella di portare avanti un lavoro sulla coscienza, in definitiva: che ha per ultimo oggetto la coscienza. E la parola è un dono di linguaggio e il linguaggio non è immateriale (Lacan), dunque il confronto con la parola non si risolve una lotta corpo a senza corpo, bensì in qualcosa di molto più cruento e brutale e feroce, che io conosco. Le parole altro non sono che una forma antichissima di tecnologia, che è tecnologia vivente e abita uno stato di mutevolezza proprio ineludibile, quel metamorfico esserci delle parole, continuamente morenti e nascenti, risuscitanti. Recalcitranti. Quasi incredibile che riescano a contenere un così vasto arsenale di possibilità così diverse l’una dall’altra, e che queste possibilità si facciano reali o rimangano quiescenti o si esauriscano – e tutto questo brilla e vibra così sensibilmente dentro le parole, attraverso le parole. Ora, è importantissimo conoscere una tecnologia perché funzioni, ma in questo caso ci vuole anche qualcosa di più: bisogna fare in modo che funzioni ancora. Non soltanto conoscere ma anche saper distruggere la parola, perché funzioni, ricomporla perché funzioni, e soprattutto immaginarla altra perché funzioni (perché funzioni ancora). Così l’intelligenza del poeta si adopera nella riproduzione di un attrito fra le parole, con la speranza di accendere una scintilla. Continua non soltanto a sfregare le sue pietre focaie, ma prova ad escogitare maniere nuove di accendere il fuoco. Questi meccanismi, a dire il vero, mi risultano alquanto misteriosi. È la parola stessa, a monte, a risultare misteriosa. Il suo gioco di scomporre il mondo in parti, di approssimarlo infinitamente. Il suo qui-pro-quo che si eleva a potenza, che assurge a sistema. La parola è un gioco di vertigine; la vertigine che danno le parole è qualcosa a cui forse ci siamo abituati. La loro valanga ci travolge da secoli, e quasi non ce ne accorgiamo più. Le parole, onnipresenti sin da prima della nascita, e noi esposti senza tregua a questo mondo altro, delle parole, a questo strano organismo che sopravvive e ci sopravvive e ci ferisce e ci illude e ci condanna e ci (tras)forma… non riesco a dire molto altro, se non che il loro fondamento irradia una luce, ma non si riesce bene a vederne la fonte – e ci si può provare certo – oppure l’origine si può perdere, può essere persa, anche. Continua a leggere

La parola ai poeti. Salvatore Ritrovato

La poesia, no

«Così è; a meno che non si decidano, un giorno,
/ ad occuparsi solo dei canarini, o della luna,
ad abbandonare le leggi per la contemplazione, / ad
avere un amore disinteressato per il mondo; / ma
anche questo, diciamoci la verità, a cosa porta?» (Pasolini)

Uno dei migliori poeti della penultima generazione mi confidò un giorno che la poesia ormai non è che un fantasma, ma questo lo sanno in pochi, e quei pochi fanno finta di non saperlo. Qualcuno, addirittura, ritiene che la poesia sia l’ultimo rifugio della specie umana, o almeno di quella parte ancora in grado di adoperare il linguaggio coscientemente.  Continua a leggere

La parola ai poeti. Deborah Mega

La parola ai poeti. Deborah Mega

 Ermes, io lungamente ti ho invocato.
In me è solitudine: tu aiutami,
despota, ché morte da sé non viene;
nulla m’allieta tanto che consoli.
Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada.

(Saffo, trad. di Salvatore Quasimodo)

Lessi questo frammento da adolescente, mi sembrò sublime e ne rimasi turbata. Lo trascrissi su un taccuino, lo memorizzai all’istante e nel corso degli anni mi è capitato spesso di ripeterlo a me stessa nei momenti di difficoltà e solitudine. Molto più tardi intrapresi gli studi umanistici, gli unici, oltre a quelli musicali, che avrei potuto perseguire con piacere e intima soddisfazione. Ricordo che fin da ragazza custodivo le antologie, i libri di letteratura e più tardi di critica, nel caso, un giorno, mi fossero tornati utili, se fossi riuscita a diventare un’insegnante. Ho raggiunto gli obiettivi che mi prefiggevo e devo dire che ancora oggi trasmettere ai miei ragazzi l’amore per la poesia e la letteratura ed educarli al bello, è qualcosa di gratificante e meraviglioso. Ogni giorno dunque sono a contatto con testi di grandi autori della letteratura italiana, esercito la memorizzazione e la declamazione di poesie sull’esempio di una zia paterna che conosce a memoria diversi canti della Divina Commedia, dell’Iliade e poesie di autori di tutti i tempi. Non ho avuto però la fortuna e il privilegio di imbattermi in docenti che amassero la poesia al punto da scriverne rispettando la metrica e trasmettendo tale passione a noi discenti. Molti anni dopo, l’incontro con i social mi ha dato modo di conoscere poeti veri, in carne e ossa, e ricordo che all’inizio, frequentare il mondo letterario, poter commentare e recensire testi altrui mi è sembrata un’opportunità straordinaria. Il poeta non era più lo studioso irraggiungibile che viveva nella sua torre d’avorio, la poesia non era più soltanto aulico appannaggio di pochi eletti. Continua a leggere

La parola ai poeti. Marina Massenz

Scrivere poesie è stato il modo in cui, ancora ragazzina, ho scoperto la scrittura; era qualcosa di intimo e insieme rivolto ad altri, un linguaggio elettivo per la sua incisività ed essenzialità. Fu la lettura di alcune poesie di Leopardi che mi aprì questo mondo. Perduto per una certa parte della vita, è tornato poi ad essere necessario dal 1987 in poi; mi ricordo benissimo l’anno, perché coincise con la ripresa da parte mia non solo della scrittura ma anche di un processo di rielaborazione e di recupero di una parte di me, anch’essa in qualche modo perduta. Da allora il “laboratorio poesia” è stato sempre un cantiere aperto, una ricerca che è sfociata in diverse pubblicazioni. Continua a leggere

La parola ai poeti. Alessia Bronico

[Foto: Annalisa De Luca]

È sempre complicato per me dire della poesia, prima di ogni altra cosa per la lunga discussione sull’argomento che mi precede e che mi seguirà, ma soprattutto perché parliamo di trasformazione. Nel mio profilo in Alma Poesia dichiaro: «Quando mi chiedono cosa sia la poesia penso all’istante alla musica, all’azione, alla libertà e concludo che la poesia sia per me un atto di Resistenza. Ma dubito presto, mi ripeto che non riuscirò mai ad afferrarne interamente il significato e ne sono sollevata. La totale comprensione di un evento ne determina l’esaurimento e si spera sempre che i grandi amori siano interminabili. Perché l’amore non soddisfa desideri, li crea, come la Poesia». Lo scrivevo nel 2019 e mi riconosco ancora in queste parole anche se, oggi, dopo qualche anno so bene che il principio della mia scrittura sta tutto nella mancanza d’Amore. Scriveva Bertolucci: «Assenza,/ più acuta presenza». Sono stata una bambina cresciuta in assenza d’Amore e ho trascorso tutto il tempo dopo la mia nascita a cercare di capire di che si trattasse. Il mio vivere si è tradotto nel tentativo di imparare un affetto, un sentimento che non avevo appreso per imitazione o esempio. La scrittura è arrivata in soccorso, così come la musica e non esiste confine per me tra la parola e il suono. La poesia è, nella mia vita, il mezzo che trasforma l’amore in azione tramite le parole, è il suono che mi permette di conoscere l’Amore, attraverso le vibrazioni mi lascia esperire ciò che non sapevo e ora intra-vedo. Molto è cambiato da quando ero piccola, sono stata il minatore suggerito da Caproni, sono calata fino al buio profondo delle «gallerie dell’anima» ma sempre con l’intento di risalire a sciogliere i nodi in luce. Resistenza l’ho scritta qualche anno prima del 2019, eppure rimane la poesia che più mi somiglia, che più si avvicina al nucleo del mio dire, e questo nucleo si trasferisce anche nella mia produzione narrativa. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Anna Maria Farabbi

La poesia, per me, è biologicamente radicale: scaraventa la nostra esistenza fisica, psichica, spirituale, creativa, all’origine, cioè prima del nostro io, prima della nostra singolarità biografica, nel passato ancestrale primitivo, proprio del canto, nell’oralità preistorica. Atterro sul foglio con in mano una penna o una matita o un tasto del pc ma sono in connessione con quel buio materico e con il divenire di me. 

La poesia è radicata dentro il mio corpo perché mi declina dal palmo dei piedi alla fontanella cranica, mi impone un processo di auscultazione del profondo (mi riferisco a quel buio prima citato), del mio profondo, del ritmo cardiaco che mi sonorizza quotidianamente nell’oscillazione pendolare del respiro. 

Già in questa estrema sintesi, spalanco il significato dell’esperienza della poesia per me. Ben al di là del mondo letterario con tutte le sue giostre luccicanti e le relative posizioni di mercato. L’atto della scrittura è un ponte di transito il cui attraversamento è esperienza. 

Nella mia vita ho intensificato vertiginosamente tutto questo, entrando con approccio poetico tra gli ultimi, come li definisce aldo capitini, gli irrecuperabili: sordi, ciechi, carcerati fine pena mai, ospiti di casa di cura, tossicodipendenti, persone con grave handicap psichico, persone affette da disturbi alimentari, malati oncologici.

Cantare è esperire. Ricevere e ridistribuire.