Una casa
(Tentativo di poetica)
“the mind poet stays in the house / the house is empty and it has no walls / the poem is seen from all sides / everywhere / at once.”
Gary Snyder
Ho ristrutturato il vecchio appartamento in cui abitai durante la mia infanzia. La casa (letteralmente) edificata nell’immediato secondo dopoguerra da mio nonno, costruttore edile. Rinnovata poi nei primi anni Novanta da mio padre, che di paterno ha ereditato oltre a una residenza anche la professione. Un’impresa che mi ha visto coinvolto per più di un anno, a stretto contatto con le diverse maestranze. Il progetto ha previsto la modifica di ambienti, funzioni e per inerzia arredi. Questo ha forzato l’originalità dello spazio, il ricordo che ne serbavo. Così ora dimoro in due case contemporaneamente: quella della mente e quella fisica. Due aree non (solo) sovrapponibili.
Più di una volta, nell’ultimo anno, mi sono scoperto a pensare che questo in qualche modo abbia a che fare con una mia idea di poetica. Che scrivere sia partecipare — essere partecipi, al fatto che si è sempre sedotti dal tempo, quindi da un’origine e dalla fine che in sé contiene. Perciò ci si innamora della memoria, per non abiurare questo incontro: una pura luminosa distorsione, allenamento a visione e perdita. In tal senso il nucleo della mia ricerca — lo sguardo, nel suo bulimico annettere porzioni tanto fisse quanto rizomatiche del presente, del passato. Come non distinguendone i contorni, o consumandoli: sguardo / specchio ustorio. E sempre come guardando un oggetto o un pensiero nella nebbia, o dentro la miopia: assistendo alla sua esistenza, al suo inesistere.
2.
Due fiumi, due parole
(Sulla poesia, in senso più ampio)
Mentre scrivo sono contemporaneo a una stagione di forti piogge. I due fiumi della mia cronaca (il Serio, l’Adda), di natura torrentizia, sono sensibili a questo tipo di eventi climatici e meteorologici. Si ingrossano giorno dopo giorno inaspettatamente, quasi disperatamente, fino a lambire le arcate dei ponti che li attraversano, che io attraverso. Li osservo come si osserva una legge, intuendone la potenza, parallela all’impotenza mia. Cosa significa accogliere? Porsi in ricezione, estremamente (a latere, da una riva). Ecco, se la poesia è un fatto che sia questo: l’accoglienza di una forza che mi renda inerme, che io non possa che assecondare, se interpellato. Un’intensità inaspettata, la forzatura che sopraggiunge da una dimensione emergenziale di urgenza e non prevedibilità. E per due fiumi due parole:
- Eventuale: che la poesia sia un evento del pensiero. Che la poesia sia un’eventualità. Non obbligatoria, ma sempre eventuale.
- Eccezionale: che la poesia sia l’eccezionalità della lingua che pratica sé stessa. La poesia, sempre, l’eccezione.
I due fiumi hanno sospinto a valle detriti, depositi. Hanno accatastato fango, ghiaia. Hanno squassato, roboato, minacciato. Ritornano ora nei propri letti. La pioggia cala, infine cessa. L’emergenza rientra. Il foglio contiene, ha contenuto; ha retto l’urto, finché è durato quello che è durato. Che il bianco presto ritorni il tono dominante.
(Questa, come una preghiera, che chiedo solo per me).
3.
Terza immagine — opera non figurativa
“To imagine a language is to imagine a form of life.”
Cy Twombly
Scrivo tra parentesi
(che si esiste nella propria vita dentro le sue immagini: tremanti nella loro diffusione; tremando con loro, tremando per loro; tremendamente. Tremendamente alla ricerca di un segno, un senso. Si esiste dentro le parole. Per vocazione? Lottare, lottare sempre contro la banalità di questo pensiero, attraversarlo fino ad arrivare al lato della risposta che afferma: sì — penso a quella poesia di Fortini in cui la sua di lotta si scagliava contro un verso di Saba, confutato fino ad accettarlo, fino ad insediarvisi dentro. Vocazione? Si è avvocati dalla poesia, dal suo imporre attenzione verso la parola quindi verso sé stessi come esercitanti in una lingua; di conseguenza verso la comunità che la lingua stessa assembla, istituisce. Spero possa essere perciò anche un gesto etico, scrivere. Avere cura. Ma non ne sono sicuro. È intorno a un solo aspetto che si fa il callo della certezza: il mio, di scrivere, è abitato dal pudore. Quindi dalla refrattarietà. Riconosco il consorzio degli scriventi, così come riconosco gli spazi del silenzio: i più netti, i più severi, i maggiormente doverosi. Sono gli stessi spazi che sento premere contro di me quando incontro le poesie degli altri, quando incontro altr* poet*, gli stessi spazi che mi spalancano e mi lasciano muto, balbuziente, asemico; in ricezione).



Un bel saggio, quello di Alessandro Grippa: riflessioni che fanno, a loro volta riflettere.