La parola ai poeti. Rossella Pretto

Nell’ultimo capolavoro di Cormac McCarthy, Stella Maris, durante il lungo, affascinante, astruso dialogo in più sedute con il dottor Cohen, suo psichiatra curante, Alicia Western afferma che nell’essere umano è connaturato il senso della giustizia, e che l’idea di giustizia e l’idea di animo sono forme diverse dello stesso pensiero.
Nascendo, il bambino piange e protesta (al contrario dell’animale che soggiace al pericolo e dunque non si espone all’artiglio segnalando la propria posizione). Il bambino protesta per la rottura del patto, di ciò che doveva essere e non è, cerca di articolare dissenso, rabbia, il supplizio, e così facendo sancisce l’opposizione al mondo.
C’è, però, una tenue fiammella di speranza in lui, perché chi protesta e si arrabbia per la cacciata dall’Eden ancora crede che le cose possano essere modificabili altrimenti la rabbia si trasformerebbe in dolore, immobilità, disperazione.
E mutismo.
Tutto ciò che la poesia non è. O non è nello scontro tra spazi, pieni e vuoti. Tentando cade, ma nel cadere lascia traccia: parole sfarinate che testimoniano – ci provano – il passaggio e il farsi anima di chi le scandisce e in quel suo dire crolla. Sonoramente.

La cacciata dall’Eden

Chi ti ha fatto conoscere che eri
nudo? Non avrai mangiato del frutto
dell’albero che ti avevo proibito?

… e inizia il viaggio nelle viscere della terra…

si spalanchi la storia che fu grembo
del tuo spopolamento: sola, così
sola dopo il viaggio alla scoperta del mondo
imparasti ad accogliere
le stelle negli occhi, il fumo
li offuscava nella notte densa
caliginando sul palato, la paura
dura sulla lingua
si scioglieva nel lampo luminoso
delle vene solleticando il cosmo
ramificato nel corpo –
ogni fruscio ogni sobbalzo ogni
apertura dell’occhio purificato
nel bagno rituale alle radici dell’essere
ti destinava al ritorno maledetta

moltiplicherò assai le tue pene

che allora non sapevi e oggi incarni,
le tue personali di vascello sterile
all’altro, qualsiasi altro
perché ritornata in patria dopo
il lungo corridoio di ardesia lustra
dove rimbalzano gli echi del buio
nell’afrore frastornante
dei corpi poco oltre abbrustoliti,

(di tutti quei corpi, l’intero villaggio
in fumo a ululare la tua condanna)

ritornata infine alla morte decretata
per assenza e mancanza di soccorso
tu possa dire che era tuo diritto
mangiare di quell’albero, non sei gioco
di burattinaio, ingrata figlia del creatore
che volle la tua felicità consistesse
nell’essere docile beota e stupefatta,
conoscerai il dolore e lo strazio e la condanna,

sola, così sola per aver provato ciò che
dato non poteva essere ritratto

e allora no, non saranno le stirpi
a divincolarsi da te come districato filo
d’aquilone ma la domanda,
la richiesta, la preghiera, certo, e l’indagine,
disporrai l’addome
come tamburo che si tende
e curioso come una scimmia risuonerà folle d’infinito

Rossella Pretto

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