di Pasquale Vitagliano
Non è facile recensire un libro come Tra papaveri e lattine (diddo, 2022) di Annarita Zacchi. Apprendo dalla breve nota biografica che è morta in questo stesso anno. Anzi, no. È facile scrivere di questa poesia che ci fa scoprire una voce viva e autentica. È riuscita a trasfigurare il dolore della malattia in arte pura. Non ho esagerato. La malattia non è affatto un caos calmo. Lo può raccontare suo marito. Leonardo Gandi, il quale ha pubblicato postumo il libro. Eppure, nei versi di Annarita si viene accompagnati nella prima notta di quiete. Questa è la potenza della poesia. È viva sempre. Fa vivere ancora l’esperienza esistenziale della poeta. Non leggiamo versi che invocano pietismo, non sono un’inchiesta sul dolore, non vogliono portare una testimonianza estrema del corpo. La sua poesia vive, semplicemente, nel luogo e nel tempo che le è stato concesso. Non sono queste solo parole. Provate a leggere. Nei suoi versi vibra la sua voce, risuona poeticamente esatta e laconica. E condurremo una lotta/ con gli uomini lupo/ in camice bianco/ sapendo già l’esito/ (…) se questo sia lo spazio/ di luce in cui abiteremo. D’altro canto, la poeta è già altrove. E ci ha lasciato in mano la sua poesia. Di cos’altro parliamo, quando parliamo di poesia?

Con una non forzata ironia queste sono state definite poesie “ospedaliere”. Possiamo identificare il luogo dell’ispirazione. Ma è evidente che l’eco della sua poesia ha una sorgente lontana e luminosa. Certo, il corpo è al centro di questo libro e l’ospedale è una fabbrica di corpi. Anche una catena di montaggio può dire altro, oltre i bulloni. Per me è la conferma che esiste una biopoesia, che diventa protesi della vita umane e per osmosi insuffla di anima l’esistenza materiale. Questo è, la poesia senza biologia sarebbe solo lava senza calore, la vita senza poesia sarebbe piatta anatomia. Le sette poesie finali dedicate al padre sono la chiusura ideale di questo movimento. Tutto torna al luogo dal quale eravamo partiti. Ora tocca a me,/ cui il terrore ha strappato via la voce –/ proprio come a te/ che mi sussurravi.

Magnifico!! hai proprio capito dove Annarita (mia adorata sorella) andava a parare. Grazie