Riflessioni intorno al saggio “Gesù e Cristo”

di Fabiano D’Arrigo

Recentemente ho letto “Gesù e Cristo”: un poderoso saggio scritto da Vito Mancuso e pubblicato quasi un anno fa nel novembre 2025.
E’ un testo complesso che richiede una lettura non corsiva, ma lenta e che ha suscitato un ampio dibattito critico tra, per così dire, i sostenitori ed i denigratori dell’opera.
Non intendo redigere una recensione argomentata del saggio in questione, ma semplicemente esporre riflessioni e suggestioni scaturite dalla lettura dello stesso.

Prima, però, una considerazione diciamo biografica sull’autore.
Vito Mancuso è un teologo laico post-cattolico ed un filosofo. Conosce bene, nel bene e nel male, la dogmatica cattolica e la struttura ecclesiastica per aver frequentato il seminario arcivescovile di Milano ed altre università ecclesiastiche, essere stato per qualche tempo un presbitero della chiesa cattolica, infine aver fraternizzato con sacerdoti nonostante la diversità delle idee. Non prova nessuna nostalgia per la chiesa cattolica romana né per la confessione religiosa da essa professata, anzi sembra rivendicare di fronte al mondo cattolico un giusto riconoscimento del suo pensiero.
A mio avviso tale concreta esperienza biografica emerge di tanto in tanto nel “Gesù e Cristo” e contribuisce da una parte a rafforzare le critiche al cristianesimo petrino-paolino e dall’altra a consolidare le tesi di un neo-cristianesimo.
Secondo me un elemento positivo, anche se marginale, del libro è l’analisi della società occidentale post-cristiana.
Nell’Occidente, dopo molti secoli di cristianità, si assiste oggi ad un progressivo ed inarrestabile declino del cristianesimo. Gli occidentali non conoscono più la dottrina né la storia del cristianesimo, non leggono più la Bibbia, non accettano più i valori cristiani, non frequentano più le chiese, vivono tranquillamente e bene senza alcuna religione.
Solo una minoranza di adulti e di anziani assieme a pochi giovani continua a dare importanza alla religione cristiana.
Così l’Occidente post-cristiano senza valori rischia di camminare “sull’orlo del nichilismo”.
Perché avviene tutto ciò? Non tanto per il fatto che la religione in quanto tale è nemica della libertà o del progresso, ma perché “il cristianesimo petrino-paolino[ non risulta] più all’altezza delle esigenze della coscienza contemporanea”.
C’è del vero in quello che afferma Vito Mancuso.
In questa società secolarizzata anche io, come Mancuso, mi chiedo: “I cristiani credono ancora alla risurrezione di Gesù Cristo, alla Sua venuta gloriosa, alla risurrezione dei morti, alla vita eterna? E la fede cristiana come cambia e salva la vita? E ancora che cosa dire delle migliaia e migliaia di persone -giovani ed adulti- che affollano le udienze di papa Leone XIV o affollavano quelle di papa Francesco o accorrevano al funerale di papa Giovanni Paolo II? Non sono, forse, la conferma, nonostante tutto, di una vitalità del cristianesimo?”.
Il cristianesimo petrino-paolino, cioè quello fondato da Pietro di Betsaida e da Paolo di Tarso, per Mancuso è assai diverso dal gesuanesimo ovvero la religione proclamata da Gesù di Nazareth.
In sintesi Gesù di Nazareth, personaggio storico identificato da un nome proprio, vissuto in un determinato tempo ed in un determinato spazio, è stato un profeta ebraico che ha diffuso una dottrina escatologico-apocalittica sull’avvento imminente del regno di Dio: una compagine storico-politica fondata sulla giustizia e sul bene, non più sulla potenza né sull’arbitrio.
Tale dottrina, denominata per l’appunto gesuanesimo, è storicamente fallita a causa della morte in croce di Gesù e della mancata instaurazione del regno di Dio, ma paradossalmente il suo anelito alla giustizia ed al bene è ancora valido.
Cristo, invece, è un titolo teologico arbitrariamente attribuito dapprima da Pietro, poi da Paolo, infine dalla chiesa a Gesù considerato come Messia, Signore, Salvatore dell’umanità grazie alla sua morte redentrice e alla sua risurrezione: eventi che, a giudizio di Mancuso, non hanno fondamento alcuno né a livello storico né a livello teologico.
Il cristianesimo petrino-paolino, inoltre, ha trasfigurato il regno di Dio (società storico-escatologica) nel regno dei cieli (realtà spirituale immanente e trascendente).
Infine Mancuso critica i compromessi del cristianesimo antico con il potere politico imperiale romano, nonché il venir meno lungo i secoli della tensione apocalittica di Gesù tanto che “ancora oggi nella gran parte delle curie di tutto il mondo [c’è solo] mediocre conservatorismo, talora blasfemo affarismo”.
Il distacco del Nostro dagli asserti delle chiese cristiane, che sostengono l’unione totale tra Gesù e Cristo, è indubbio. Ma Mancuso critica anche gli studiosi laici per i quali la separazione tra Gesù (realtà storica) e Cristo (superstizione teologica) è totale.
Infatti lo studioso dapprima distingue il Gesù storico vissuto nella Palestina sottoposta ai romani dal Cristo della fede figura costruita ad hoc soprattutto da Paolo. Poi integra in un modo nuovo Gesù e Cristo dando forma ad un pensiero religioso da lui denominato neo-cristianesimo.
Secondo la prospettiva neo-cristiana l’unione tra Gesù storico e Cristo si giustifica, poiché Gesù di Nazareth riesce a stabilire una comunione perfetta con la realtà divina ed “indirizza la libertà verso il bene” aprendo ogni essere umano alla trascendenza. Ed in tale senso Gesù può dirsi “la parola di Dio fatta carne”. Ma questo può essere detto anche per altri maestri religiosi: Buddha, Socrate, Confucio.
Il neo-cristianesimo, perciò, rientra nell’ampio cammino religioso di tutta l’umanità verso la verità divina e verso Dio che è più grande di ogni dogma e di ogni dogmatica. Esso in quanto pensiero religioso, non tanto in quanto religione intesa come un sistema organizzato di credenze, di riti e di norme morali, acquista un’indubbia importanza consentendo la salvezza esistenziale. Mancuso in verità adopera il termine religione, però, a mio avviso, impropriamente venendo meno ogni riferimento alla partecipazione comunitaria ai riti sacri e alla pratica esteriore delle norme codificate dalle gerarchie ecclesiastiche.
Scrive il Nostro: “La religione è arte del vivere alla luce del bene e della giustizia, ovvero del divino in quanto eterna generazione e custodia di questi sommi ideali. Per questo […] coinvolge la globalità delle persone […] ragione e sentimento”.
E Dio per Mancuso più che “una condizione ontologica totalmente altra rispetto all’umano [è] piuttosto la perfezione dell’umano”. E’ “l’idea sussistente” (direi un’idea tra il trascendente ed il trascendentale) del bene e della giustizia. E’ l’energia operante all’interno dell’universo e della storia, affinché tutto evolva verso il bene e l’armonia.
In Dio come principio regolatore del cosmo e della vita, in Dio come “la dimensione dell’essere finalmente solo bene” è possibile nutrire una “fede personale” da parte dell’anima umana che può, se lo vuole, elevarsi direttamente, senza alcuna mediazione, fino a Dio praticando la giustizia, il bene e la misericordia. L’anima può, così, partecipare al regno di Dio, la dimensione spirituale interiore, nel corso della vita terrena. Può finalmente conseguire la salvezza.
Mancuso, per quanto detto, privilegia l’ortoprassi etico-morale rispetto all’ortodossia dogmatica. Solo la prima consente la salvezza: una salvezza, lo ripeto, che è un’ascesa, una conquista personale e non una grazia né un dono dall’Alto.
Pure la fede in un Dio personale vacilla, perché se Dio è una persona resta e resterà un enigma insolubile.
Chioserei gli asserti mancusiani ricordando che anche il cattolicesimo fonda la salvezza su un’ortoprassi collegata, però, ad un’ortodossia: dalla fede nel Cristo morto e risorto, ovvero nel “kerigma”, scaturisce il comandamento dell’amore verso Dio e verso il prossimo. La fede, le opere della giustizia e quelle dell’amore mi pare che procedano di pari passo e si intreccino fra loro.
Ancora la soteriologia neo-cristiana di Mancuso, privilegiando l’ortoprassi e valorizzando prima l’etica e dopo la vita spirituale, mi ricorda l’antico pelagianesimo che riconosceva all’uomo la capacità di salvarsi con le proprie forze praticando appunto la giustizia ed il bene. E se il neo-cristianesimo ricalcasse il pensiero di Pelagio sarebbe del tutto incompatibile con la dottrina cristiana.
Mi domando pure se il pensiero religioso neo-cristiano possa davvero risultare “all’altezza delle esigenze della coscienza contemporanea” o se vada perseguita una purificazione del cristianesimo dalle molteplici incrostazioni storiche cosicché torni a risplendere il Vangelo “sine glossa”.
Entrambe le proposte sono difficili da attuare, ma personalmente propendo per la seconda: la prima concentra la salvezza personale nell’ambito della vita terrena, la seconda dilata la salvezza personale sia alla vita terrena che alla vita eterna.
Una considerazione finale. Del sepolcro vuoto, del silenzio e dello stupore delle donne di fronte al sepolcro vuoto si è già molto parlato nel passato. Se ne continua a parlare nel presente. Se ne continuerà a parlare presumibilmente nel futuro. Segno evidente che tali eventi, comunque interpretati, sono essenziali per la salvezza dell’umanità.

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