Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Il velo che copre la faccia”

(Magritte)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei]e disse:

«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali». [Mt 22,1-10]

***

Una festa. Il banchetto è pronto, la sala è addobbata. Abbiamo ricevuto l’invito. Non ci rimane che accettare, prepararci ed andare. Ma sono tanti gli impegni, le premure degli affari urgono, abbiamo tante cose a cui pensare. Anzi, è quasi offensivo che qualcuno possa pretendere che andiamo a fare festa, quando le occupazioni quotidiane non ci lasciano respiro, quando le circostanze esterne non inducono ad un atteggiamento di festa.

Ho altro a cui pensare, io. Ci sono cose più gravi ed urgenti.

Le feste sono per chi non ha niente da fare.

“Preparerà il Signore degli eserciti

per tutti i popoli, su questo monte,

un banchetto di grasse vivande,

un banchetto di vini eccellenti,

di cibi succulenti, di vini raffinati.

Egli strapperà su questo monte

il velo che copriva la faccia di tutti i popoli

e la coltre distesa su tutte le nazioni.

Eliminerà la morte per sempre.

Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto” (Is 25,6-8a)

Su un monte, alla fine dei giorni, sarà preparato un banchetto. Una grande festa, e sarà per tutti.

Su quel monte, durante la festa, avverrà qualcosa di inaspettato e di insospettabile.

Sarà “strappato il velo che copre la faccia di tutti i popoli”, ad ognuno sarà restituita la propria vera identità. Sarà “tolta la coltre distesa su tutte le nazioni”.

È questo il punto di arrivo? La nostra vera identità è una festa in cui sarà possibile guardarsi faccia a faccia, senza maschere e senza infingimenti? Se questo è il nostro destino, esso getta luce sul presente. Se il punto di arrivo è la caduta di ogni velo, tutto ciò che oggi tende a rimuovere le opacità ha qualcosa di autentico, che parla dell’identità del genere umano.

La festa finale illumina le feste a noi contemporanee. Acquistano senso e significato solo se obbedienti a due realtà: la tendenza ad una autenticità e la persistente permanenza del velo.

La dimensione di festa deve fare i conti con tutto ciò che festa non è. Abbiamo diversi motivi di pianto in questi nostri giorni. Ed ognuno di questi motivi ripropone la presenza dell’altro come diverso e differente. Diverso perché altro, differente perché differisce sempre più il momento della rimozione del velo. Vale per le relazioni tra popolo e popolo ma anche fra le persone. “Il sorgere del volto dell’altro annuncia la mia morte” afferma Levinas. La mia “totalità”, il mio mondo, di cui credo di essere possessore, deve fare i conti con l’alterità che provoca una frattura nella compattezza di ciò che mi sono costruito. Un “infinito” irrompe e manda all’aria ogni pretesa di possesso. Quel volto che mi dice “Non uccidere” è il criterio delle relazioni autentiche, è anticipazione della festa finale. Eppure dà fastidio, obbliga a rivedere le proprie posizioni, a fare spazio, quindi, a farsi da parte.

La continua riaffermazione dell’altro in quanto altro ci toglie la pretesa di possederlo. Togliere il velo è atto divino. Non spetta a me, non appartiene a noi. La pretesa, in questo nostro tempo, di avere la conoscenza dell’altro è blasfema. Inoltre, questa stessa pretesa è omicida perché riduce l’altro ad un corollario del mio mondo. Lo stiamo vedendo nei rapporti internazionali, ed è guerra. Lo vediamo quotidianamente nelle relazioni interpersonali, ed è incomprensione, astio, rancore, ingratitudine. È raro trovare qualcuno che dice “Grazie”.

Verrà il tempo in cui il velo sarà rimosso, ma solo Dio, l’Altro, può farlo. Verrà il tempo in cui le lacrime, velo per gli occhi, saranno asciugate. Allora sarà festa. La mia identità, quella vera, sarà senza velo e avrà il volto dell’altro, il Volto dell’Altro. E sarà condivisione di cibo buono, non di surrogati, non di apparenze. Lo stesso Amore che toglie il velo sarà l’amore tra quelli che sono svelati a loro stessi. Lo stesso amore che toglierà il velo è l’amore che, ancora e sempre velato, anticipa la festa e la rende possibile. Il velo, non più ostacolo, diventa occasione di ricerca del volto dell’altro. L’altro, diverso e differente, non più nemico, diventa colui che mi salva. Dall’annuncio della mia morte, la promessa di sovrabbondanza di un banchetto, da cui nessuno è escluso. Anche oggi, ancora velati, è possibile fare festa.

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