Archivi categoria: Filosofia delle narrazioni contemporanee

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 1

La Solitudine 1.   Una trama sottile, imperforabile 

Dal cane vagabondo all’uccello solitario. Quel cane che si aggira “per le strade della solitudine” nell’alba di un capodanno appena concluso, tra “Bottiglie vuote / e vetri rotti / borse di plastica / svuotate / residui filtrati / di anime che festeggiano”; quell’uccello solitario che tuttavia è parte di uno stormo, parte di una “impeccabile coreografia”, ma “Potrà lui chiudere le ali / rompere le fila / senza distruggere la danza?”.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 5

Il Mistero 5.   Quella realtà seconda

 

   È vero: l’universo è un po’ strano. Perché negarlo? Una stranezza di cui facciamo parte, indubbiamente, a cui anzi contribuiamo in maniera determinante. Coi nostri gesti, coi nostri pensieri, con le nostre ipotesi. Che tentando di chiarire misteri all’apparenza insolubili suscitano nuovi interrogativi, propongono ulteriori articolate spiegazioni in merito a fenomeni la cui occulta dinamica sembra peraltro resistere ad ogni chiarimento. 

   Prendiamo l’enigma delle porte, sia quelle chiuse sia quelle aperte. “In ogni casa c’è una porta che non viene aperta quasi mai”, scrive Alessandro Trasciatti nel suo Prose per viaggiatori pendolari, “È quella per la camera degli ospiti di riguardo, aspettati invano da un anno all’altro. È quella del salotto buono, con i mobili coperti da lenzuola in attesa del pranzo di nozze del figlio quarantenne. È quella dove si conserva imbalsamato il caro estinto fino al giorno del Giudizio”. In questa casa solo il capofamiglia possiede la chiave della porta sempre chiusa, che è quella del bagno; gli altri componenti del nucleo devono utilizzare i servizi igienici dei vicini e “Naturalmente paghiamo loro il disturbo”. Situazione difficile anche per gli abitanti della casa con la porta sempre aperta perché impossibile da chiudere, malgrado ogni sforzo: “Così l’abitazione si riempie di vento e di pioggia, di mosche e di zanzare. Si fermano i passanti e le comitive di turisti, c’invadono le stanze e restano a cena. I ladri vanno e vengono e così la polizia. Ogni giorno nuovi arrivi, nuove scorrerie su per le scale e lungo i corridoi”. 

   Non si tratta di inconvenienti bizzarri, di misteri da poco. Anche solo rimanendo alle abitazioni, come regolarsi se “Al centro dell’universo Dio ha posto la Stanza dei Televisori”? Certo, si gode a pieno della stanza, gli occhi e i sensi possono riempirsi di tutte le trasmissioni, “Si può fare l’amore con noi stessi fino al completo appagamento”. E tuttavia, “Dio non ha installato alcun gabinetto nella Stanza dei Televisori. E a noi mortali non è dato sapere se si tratti di una dimenticanza o, peggio, di uno scherzo”. Chi non scherza, viceversa, è l’autore, è Trasciatti: che prende molto sul serio queste brevi prose, rifinite con eleganza, con un umorismo lieve capace di indagare senza trafiggere quell’universo sospeso che galleggia accanto al nostro, quella realtà seconda dove le cose accadono con studiata lentezza o con un’accelerazione imprevista. Vedi, nel primo caso, l’Ufficio delle Lettere Morte, luogo labirintico dove le missive non si decidono a partire, forse per un indirizzo sbagliato, forse perché intercettate dalla censura, forse perché risucchiate da un archivio onnivoro; vedi, nel secondo caso, la pianticella innocua posta nel salotto, un fico che improvvisamente prende a crescere di un centimetro all’ora, invadendo l’abitazione, ramificandosi nel pavimento, sfondando il soffitto, costringendo gli inquilini a fuggire: il tutto accade in sedici righe e nell’ultima l’autore si limita a riferire che “La magistratura di Pisa ha aperto un’inchiesta”. 

   Una realtà seconda, dunque, specchio distorto, della prima? Forse una realtà prima che scivola irresistibilmente nella seconda. Che scivola consenziente, con diversi gradi di oscillazione, di consapevolezza, di consenso. Che pende verso il Mistero accettando la stranezza, postulandola anzi quale elemento fondante. Come nel caso di Rigoli. Il paese, la cui ubicazione geografica appare indiscutibile, è lambito da una ferrovia che procede da Lucca a Pisa (e ritorno); dettaglio significativo: il paese gioca a nascondino con il treno. “Magari Rigoli sta acquattato dietro un cespuglio e fa passare il treno. Poi, sempre di nascosto, corre svelto per certe vie che sa solo lui, supera la locomotiva e gli si ferma davanti all’improvviso, cosicché il macchinista è costretto ad inchiodare i freni”. Perché il paese adotti questo comportamento, perché eluda puntualmente le legittime attese dei passeggeri e dei macchinisti, non è detto. L’autore, diligente cronista dell’assurdo, riporta solo la frase udita a mezza bocca da un ferroviere: “Anche stavolta c’ha fregato”. Ed annota: “Ed io penso che parlasse di Rigoli”. 

Alessandro Trasciatti, Prose per viaggiatori pendolari, MobyDick 2002

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 4

Il Mistero 4.   C’era una volta l’Uno. E c’è ancora

“Questa è una storia piena di amore e devozione, paura e violenza – e di scienza all’avanguardia”.
Così Heinrich Pas nell’introduzione al suo volume, L’Uno. L’idea antica che contiene il futuro della fisica. Ed ha perfettamente ragione. Quella che racconta, infatti, è una vicenda dalle infinite, tumultuose variazioni, infinita perché da sempre l’essere umano si interroga su un duplice mistero, ovvero sul mondo e sulla sua posizione nel mondo; da sempre elabora ipotesi che tenta di dimostrare, da sempre si esprime attraverso assiomi e raggiungimenti che poi regolarmente mette in discussione e supera, ricredendosi e tornando sui propri passi, per quindi contraddirsi di nuovo e procedere imperterrito alla ricerca di continue (impossibili?) certezze. Una ricerca non semplice né indolore, anzi costellata di rischi, di umiliazioni e sacrifici anche estremi – Galileo che abiura, Giordano Bruno al rogo – ma anche coronata da impreveduti successi: la carriera di Cusano, giunto ai vertici ecclesiastici malgrado le sue sintesi ardite, Marsilio Ficino fondatore di una nuova Accademia platonica che comprendeva maestri come Botticelli e Michelangelo.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 3

Il Mistero 3.  Il piano di sopra

 

Fuggono fotografie dalla testa dell’uomo affacciato al finestrino del treno. Foto di famiglia che volteggiano sparpagliate anche in seconda, terza e quarta di copertina. Sono ricordi che viaggiano all’indietro, frammenti di una realtà che la sua testa non è più in grado di custodire. Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 2

Il Mistero 2.   Quella nave pirata

 

   A cosa pensiamo quando pensiamo alla realtà? Pensiamo certamente alla nostra città, alla casa che abitiamo, agli strumenti di cui ci serviamo e più in generale al mondo esterno. Ma pensiamo anche, come fossimo altro rispetto al contesto che ci contiene e ci vede in azione, a noi stessi: a ciò che desideriamo, a ciò che temiamo, a ciò che vorremmo essere; a ciò che siamo.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 1

Il Mistero 1.   Un incontro

I luoghi nelle favole hanno sempre la loro importanza. Quelli familiari e quelli sconosciuti. Perché non sono solo luoghi: incarnano un altrove che ci portiamo dentro e che si manifesta all’improvviso, scardinando certezze, mettendoci alla prova. Sopravvivendo nel ricordo: “Ormai sono molto vecchio, e questa è una cosa che mi è successa quando ero molto piccolo: avevo solo nove anni. Era l’estate del 1914, l’anno dopo che mio fratello Dan era morto nel campo ovest, e tre anni prima che l’America entrasse nella prima guerra mondiale. Non ho mai raccontato a nessuno cosa accadde quel giorno alla biforcazione del torrente, e non lo farò mai… perlomeno non a voce”.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La giustizia. 5

La Giustizia 5.   Nelle pieghe della pratica
Tanti i significati e i sinonimi di “pratica”. Da quelli legati all’esperienza, ovvero abitudine, consuetudine, uso, procedura corrente, prassi; ai più concreti: documento, incartamento, fascicolo, cartella; fino ai più irridenti: papiello, scartoffia.
Tanti e tutti convergenti, questi significati, in una serie televisiva americana che li riassume e li denuncia fin dal titolo, scritto in minuscolo, the practice. Titolo umile, all’apparenza; in realtà carico di risvolti eroici nonché di venature ciniche. Risvolti e venature inevitabili nella pratica quotidiana di un piccolo studio legale, che nella raffinata ma insidiosa Boston, città di giardini ben curati, di grattacieli guardinghi, cerca di emergere, di farsi largo. E per riuscirci, si colloca nei pressi di una Giustizia che inizia e termina nelle aule del tribunale ma compie il suo percorso, essenzialmente, all’interno della  coscienza dei penalisti chiamati ogni giorno a misurarsi con i casi più diversi, con i più strani clienti. Clienti le cui pretese sono spesso impossibili, nel bene come nel male: l’anziano marito di una fumatrice accanita e defunta, dopo aver fatto causa all’azienda produttrice di sigarette si dichiara indisponibile a qualsiasi accordo, anche sottobanco, ed al mellifluo docente universitario che difende l’azienda e che conta, data l’età del querelante, su una sua prossima dipartita, promette di campare in eterno, o almeno fino a quando non otterrà ragione in giudizio. Un esibizionista recidivo, un omone grasso e patetico, messo alle strette dal suo difensore confessa candidamente di non sapere se riuscirà o meno a contenersi per il futuro. Una diciassettenne sorpresa a nascondere la droga ricevuta dal fratello, droga di cui non ha mai fatto uso, rischia una condanna a quindici anni a fronte di un patteggiamento di dieci mesi ridotto poi ulteriormente a quattro, ma rifiuta di confessare un reato non commesso e chiede al proprio avvocato di procedere, a qualsiasi costo. Inutilmente il difensore le prospetta la generosità dell’offerta, nonché le minime possibilità di assoluzione: la ragazza persiste, ha inteso, dice, unicamente proteggere il fratello, che si è poi dileguato lasciandola nei guai. Ed ora, cocciuta, non intende scontare alcuna pena, per il più semplice dei motivi: perché è innocente.   Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La giustizia. 4

La Giustizia 4.   Un tiro alla fune

Giustizia e poesia: opposte squadre impegnate in un combattuto tiro alla fune, che non prevede vincitori né vinti, avendo piuttosto l’obiettivo, nell’ininterrotta tensione, di render conto del potenziale umano così com’è, non solo come dovrebbe essere. 
Sto visualizzando, attraverso quest’immagine agonistica, l’idea portante di un volume che sin dal titolo, Giustizia poetica, mette a confronto due mondi apparentemente non conciliabili, due mondi conchiusi in sé, autosufficienti, ciascuno in grado di evolversi e di espandersi, di convincere e spiazzare, di suscitare rifiuto o rispetto. La scommessa di Martha C. Nussbaum, filosofa statunitense, è viceversa quella di avvicinare i due mondi, di compenetrarli quasi, attraverso uno scambio di prospettive capace di riscattare l’aridità troppo spesso accettata della vita civile, che si traduce poi nel dettato e nell’osservanza di norme giuridiche le quali altrettanto spesso giungono a configure un essere umano incompleto, riducibile e riconducibile al solo raziocinio.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Giustizia. 3

La Giustizia 3.   Una trama di echi

Citare per credere. Per capire, per approfondire. Per cogliere, per stanare dei nessi che altrimenti si perderebbero nell’insieme. Un insieme, peraltro, messo in moto per frammenti, per accostamenti, per suggerimenti che non hanno nulla di ultimativo, ma brillano di luce propria, una luce che si riverbera su altri consimili, canonici o eccentrici, brandelli di giuridica sapienza. Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Giustizia. 2

La Giustizia 2.   Il destino in un indirizzo

La poliziotta onesta: “Un giorno i fantasmi suoneranno alla tua porta. E sarai obbligato a seguirli. E ti troverai di fronte a tutte le schifezze che hai fatto”. Il poliziotto subdolo: “Un giorno… bisogna pur morire”.
Idealismo e cinismo. E senso del dovere: inteso e malinteso. A Parigi, nelle strade livide, nelle periferie lasciate a sé stesse, la luce insegue il buio, e due poliziotti, che un tempo erano amici, inseguono una feroce banda di malviventi specializzata nelle rapine ai furgoni blindati. La inseguono senza mai dimenticare la propria rivalità, alimentata da un motivo concreto: chi riuscirà nell’impresa, sarà nominato Direttore della Polizia Giudiziaria. La Giustizia e l’Ambizione sono irrimediabilmente incrostate in questo film laconico ed enfatico assieme, 36 Quai des orfevres, scritto e diretto da un ex poliziotto, Olivier Marchal, ed interpretato da due mostri sacri della scena transalpina: Daniel Auteuil, asciutto e introverso, il capo della Squadra Anticrimine, colui che incarna la Giustizia; e Gerard Depardieu, ossessivo e invidioso, il capo della Squadra Investigativa, colui che incarna l’Ambizione. Se il primo non aspira al comando e tiene solo a far bene il proprio dovere, il secondo, che nella vita privata si trascina, vuole semplicemente ottenere il potere. Vivono entrambi per il lavoro, vicini e poi lontanissimi, la donna dell’uno che ha scelto l’altro, creando una vera famiglia.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Giustizia. 1

La Giustizia 1.   Per tutti e per ciascuno

Sembra facile. Sembra una differenza quasi scontata, un’opposizione naturale che comporta una presa di posizione altrettanto naturale: il giusto e l’ingiusto. Ma non è proprio così. “Come nel caso di molte parole, di molte idee, di molte nozioni, per adoperare un termine più colto, o – per adoperare un termine ancora più colto, che utilizzano i filosofi – di molti concetti, abbiamo una conoscenza che potremmo chiamare intuitiva, spontanea, della parola ‘giusto’. Sappiamo bene di cosa si tratta, ma dobbiamo ancora esplicitare l’idea, il concetto, e forse esplicitandola ci renderemo conto che questa parola, che credevamo di conoscere, apre la strada verso problemi e domande difficili, che non sospettavamo nemmeno. È proprio quel che cercheremo di vedere insieme”.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 5

Duemila. La tribù delle storie

Il Silenzio 5.   Rumori di fondo

 

   La radio che trasmette pubblicità e notizie; il rombo delle macchine che si inseguono nelle strade, nelle piazze, negli stretti vicoli e che si scontrano e si capovolgono; un campanello che suona, con insistenza; i passi sul pavimento, il bastone/stampella che accompagna quei passi; il crepitio infernale delle armi, armi di qualsiasi tipo; i colpi dati e ricevuti nella lotta corpo a corpo che si protrae, ferina, animalesca, di stanza in stanza. E poi il Silenzio. 

   Un silenzio che pervade l’intera pellicola. Che avvolge come una cappa, come un sudario luoghi e personaggi. Il silenzio di chi non riesce ad esprimersi ed il silenzio di chi non può più esprimersi. Nel giorno di Natale uno scontro tra bande, in strada, provoca la morte accidentale di un bambino e il ferimento grave del padre, che si è gettato all’inseguimento delle gang; salvo per miracolo, dimesso dall’ospedale in precarie condizioni ed ormai muto, l’uomo prepara la sua vendetta; allontana la moglie, che non riesce più a stargli accanto, riacquista il suo vigore fisico, diviene esperto d’armi e finalmente, il natale successivo alla tragedia, si mette alla caccia di coloro che gli hanno cambiato la vita.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 4

Duemila. La tribù delle storie

Il Silenzio 4.   Ti guardo. E ti sento

 

    La domanda parte da una dichiarazione di poetica, concentrata in un’azione e in un rigo: “Lei ha definito così l’arte del teatro: un uomo attraversa silenziosamente uno spazio vuoto mentre un altro lo guarda. Può raccontarci qualcosa dei suoi incontri con gli artisti e il pubblico?”. 

   La domanda è posta ad un regista, Peter Brook, che ha segnato in profondità la storia del teatro (con incursioni anche nel cinema) dalla seconda metà del ‘900 fino ai nostri giorni; e che di fronte ad una platea studentesca racconta le sue esperienze senza sussiego, senza offrire oscure ricette, senza proclamare verità definitive. Ascolta e parla; e nel dialogo, si entusiasma o si raffredda a seconda dell’interesse suscitato dai quesiti o dall’interlocutore. Quattordici ore di conversazione, su svariati argomenti legati al mondo dello spettacolo, raccolte e sintetizzate in un libro, Tra due silenzi, la cui struttura, pur organizzata in capitoli, sostanzialmente – ed è un merito – rincorre la parola, le riflessioni, i racconti di Brook, segue la scia dei suoi ricordi e dei suoi insegnamenti, restituendo per quanto possibile la libertà di confronto fra il regista britannico e gli studenti dell’università americana di cui è ospite. Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 3

Duemila. La tribù delle storie

Il Silenzio 3.   Quel tasto invisibile, muto

 

   Quando la cura e la malattia coincidono. Quando per esprimersi non ci si accomoda nel territorio ufficiale della conoscenza, non si individua una nicchia prestigiosa da esplorare fino in fondo e da cui emettere argute sentenze; quando invece, rimanendo in bilico tra arte e vita, si sceglie di rappresentare il proprio Io, di confessare il proprio essere al mondo misurandosi di continuo con l’indicibile, senza pretendere vittorie definitive, ben sapendo che comunque, sfrontato o di soppiatto, lentissimo o fulmineo, “fra poco arriverà il silenzio”.  Continua a leggere→

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 2

Duemila. La tribù delle storie

Il Silenzio 2.   Traduco, dunque sono

Ipotizzare, e poi magari individuare un territorio dove il Silenzio regni sovrano, indisturbato, autosufficiente, è indubbiamente un’ipotesi ardita. Non però se l’ipotesi è annidata nel cuore stesso della parola, nel divenire dell’esistenza, nella memoria di chi narra: “Vivere, esistere, forse raccontare. Tradurre vuol dire trascrivere i silenzi del vissuto e i suoi rumori, traslare le sue voci e forme in un piano che sfugge; perché vita e biografia sono un libro con testo a fronte, ma a separarle c’è un candido vuoto”.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 1

Duemila. La tribù delle storie

Il Silenzio 1.    Smarrire cosa?

 

   Il titolo è l’unica dichiarazione scritta, espressa in parole: Ho dimenticato l’ombrello. Il resto accade per immagini. 

   Immagini che si susseguono secondo una logica, forse. Ma che possono anche essere isolate ed osservate una alla volta, di là dalla sequenza con cui sono state impaginate. Si tratta di immagini evidenti e sfuggenti in egual misura. Riconosciamo luoghi e situazioni, oggetti e atteggiamenti familiari; eppure questa familiarità, questa evidenza, contiene e prevede l’assurdo, lo incorpora con naturalezza, come fosse una cosa scontata che non priva di senso la realtà ma, dislocando lo sguardo, la approfondisce con matura malizia, rendendola ancor più nostra.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza. 5

Duemila. La tribù delle storie

La Bellezza 5.   Quale senso 

 

   Interrogarsi di continuo sulla Bellezza, sul suo significato giocoforza soggetto a mille mutamenti di gusto, di moda, di ambienti, di epoche. Oppure considerarla come qualcosa di oggettivo, di eterno, qualcosa che, codificata nei suoi variabili stili, non può che spingerci all’ammirazione, al trasporto, di là da ogni ulteriore valutazione. Nel saggio che ha dedicato alla bellezza, il filosofo britannico Roger Scruton parte da un preciso assunto: “La bellezza, dichiaro, è un valore reale e universale, un valore radicato nella nostra natura razionale, e il senso della bellezza ha un ruolo indispensabile nel plasmare il mondo umano”.  Continua a leggere→

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 4

Duemila. La tribù delle storie

La Bellezza 4.   Nello sguardo degli altri 

 

   “Baccalà! Baccalà! Baccalà!”. I bambini la inseguono per le strade e le offrono del pesce, glielo mettono sotto il naso: “Abbiamo trovato il fidanzato per te! Bacialo!”. Sono crudeli i bambini e lo sono anche gli adulti, perché “A forza di squamare pesci, Baccalà era talmente pervasa da quell’odore che nessun bagno o sapone potevano fare nulla per toglierglielo di dosso”. Ed è anche brutta, così la vedono e così si sente. Ma ha un animo gentile e quando in riva al fiume si intenerisce per la sorte di un rospo, “Povero rospetto…tu si che mi capisci, brutto e deforme come sei”, e compatendosi versa una lacrima per lui, ecco che dalla pelle del rospo emerge una minuscola fata, Mab, liberata proprio da quella lacrima; una fata riconoscente, pronta ad esaudire il desiderio più grande di chi l’ha restituita alla libertà: è quel desiderio è la Bellezza. “Brutta sei nata e brutta resterai”, la avverte Mab, ma le promette che “Agli occhi delle altre persone sarai l’ideale della bellezza fatta donna”.  Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 3

Duemila. La tribù delle storie

La Bellezza 3.   Fuori e dentro

  Un pennarello traccia consecutivamente dal basso in alto piccoli segmenti rettilinei. No, in realtà i segmenti, rossi, separati da uno spazio altrettanto piccolo, procedono dall’alto in basso; e procedono in uno spazio che separa due corpi, due manichini. No, non sono manichini perché una mano si contrae, sembra un fremito nervoso. Appare un volto di donna, scultoreo, ed un pennarello traccia altri piccoli segni, a delimitare due seni ben torniti. Di plastica? Può darsi, a giudicare dai torsi femminili posti in fila, ciascuno nella propria scatola. Altri volti, algidi, immobili, ma ecco che due orbite si spalancano rivelando occhi celesti, egualmente algidi. Ed ora uno sfondo, palazzi, palme, in primo piano sempre un corpo; la lenta carrellata si conclude con un nuovo volto plastificato sul cui collo risalgono, dal basso verso il mento, i piccoli segni rettilinei.  Continua a leggere→

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 2

Duemila. La tribù delle storie

La Bellezza 2.   Lui, sempre lui

   “Raccontare una storia non raccontandola”. Si può? Forse. Se a narrare, a riannodare i fili, a riesaminare i dettagli, ad unire i puntini visibili ma sparsi di un prolungato enigma è una donna che si esprime in versi taglienti come lame, versi intrisi di stupore e di rancore, versi messi su carta da una vittima d’amore cosciente e colta che si è arresa al proprio uomo fin dal primo incontro, in gioventù, e che di questo rapporto dà conto con smagata benché ancora romantica malizia.  Continua a leggere→

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