Duemila. La tribù delle storie
Il Silenzio 5. Rumori di fondo
La radio che trasmette pubblicità e notizie; il rombo delle macchine che si inseguono nelle strade, nelle piazze, negli stretti vicoli e che si scontrano e si capovolgono; un campanello che suona, con insistenza; i passi sul pavimento, il bastone/stampella che accompagna quei passi; il crepitio infernale delle armi, armi di qualsiasi tipo; i colpi dati e ricevuti nella lotta corpo a corpo che si protrae, ferina, animalesca, di stanza in stanza. E poi il Silenzio.
Un silenzio che pervade l’intera pellicola. Che avvolge come una cappa, come un sudario luoghi e personaggi. Il silenzio di chi non riesce ad esprimersi ed il silenzio di chi non può più esprimersi. Nel giorno di Natale uno scontro tra bande, in strada, provoca la morte accidentale di un bambino e il ferimento grave del padre, che si è gettato all’inseguimento delle gang; salvo per miracolo, dimesso dall’ospedale in precarie condizioni ed ormai muto, l’uomo prepara la sua vendetta; allontana la moglie, che non riesce più a stargli accanto, riacquista il suo vigore fisico, diviene esperto d’armi e finalmente, il natale successivo alla tragedia, si mette alla caccia di coloro che gli hanno cambiato la vita.
Dopo oltre cinquant’anni di carriera, in Silent Nigth-Il silenzio della vendetta, la scommessa stilistica del regista cinese (in bilico tra Hong Kong ed Hollywood) Jhon Woo è tra le più radicali: quella di raccontare una storia attraverso i nudi fatti, spogliati di ogni verbalizzazione, di ogni dialogo. Un duplice silenzio domina e conduce le sorti del racconto. Il silenzio di chi, avendo ricevuto una pallottola in gola, è escluso dal mondo dei parlanti e può solo masticare e rimasticare il suo dolore, fino a farlo esplodere; e il silenzio di quel mondo che ora non gli appartiene più, un silenzio fatto di suoni e rumori che nella loro concretezza rappresentano solo sé stessi, con brutale o patetica efficacia. A questi suoni s’accompagna, in questi suoni – che sono rumori di fondo emersi improvvisamente, inopinatamente in superficie, una drammatica superficie – si introduce con plastica naturalezza la musica, la colonna sonora di Marco Beltrami, che racconta, che allude, che commenta; che trascina i personaggi e i sentimenti lì dove essi stessi pretendono di arrivare, con una protervia che è figlia dell’incoscienza o della rabbia.
Se da una parte, infatti, abbiamo i criminali, la loro abitudine alla violenza, la loro insensibilità eccitata dalla droga, dai soldi facili, dalle armi usate con quotidiana disinvoltura, dall’altra vi sono due genitori che reagiscono alla perdita del figlio in maniera opposta: la madre, lontana da quel marito che si è rannicchiato nel proprio dolore (e che ora la osserva non visto, dalla propria macchina, commosso) nel nuovo appartamento dalle ampie vetrate dipinge il volto del bimbo, rinnova nel ritratto la sua memoria; il padre gli rende omaggio in altro modo, coltivando con metodo il rancore, attrezzandosi perché la sua vendetta sia totale, definitiva; ma non capace, comunque, di lenire un dolore incancellabile.
Perché nel lungo regolamento di conti finale – a cui partecipa anche un detective convertito ai modi spicci – quel che emerge dalle ripetute sparatorie, dagli agguati, dai confronti all’arma bianca, dalle ferite inferte e subite, è una sconnessa danza di morte esaltata dalla maestria delle inquadrature, una danza che nell’accumulo dei colpi e dei caduti rivela tutta la sua insensatezza. Ogni cosa si mescola, si confonde, le ragioni della vendetta e quelle della pura sopravvivenza finiscono per annullarsi a vicenda. E i 100 minuti della pellicola tornano a riavvolgersi, a ritrovare un loro provvisorio senso nelle immagini silenziose: il palloncino rosso che vola in cielo dopo che il bimbo è stato colpito a morte, il trenino che nel cimitero vuoto gira in tondo attorno alla lapide; e nei rumori di fondo: l’assemblaggio delle armi, minuzioso quanto il loro caricamento; il carillon con la musica natalizia, ripresa nei titoli di coda; lo specchio infranto dalla rabbia del padre, che può solo spalancare la bocca tentando un urlo impossibile. Immagini mute, rumori di fondo che riempiono ma non giustificano il Silenzio.
John Woo, Silent Nigth-Il silenzio della vendetta, USA 2023

L’insensatezza dell’odio, che per contrasto lascia affiorare, come in trasparenza, l’unica rivoluzione possibile: il coraggio silenzioso del perdono.