La Giustizia 5. Nelle pieghe della pratica
Tanti i significati e i sinonimi di “pratica”. Da quelli legati all’esperienza, ovvero abitudine, consuetudine, uso, procedura corrente, prassi; ai più concreti: documento, incartamento, fascicolo, cartella; fino ai più irridenti: papiello, scartoffia.
Tanti e tutti convergenti, questi significati, in una serie televisiva americana che li riassume e li denuncia fin dal titolo, scritto in minuscolo, the practice. Titolo umile, all’apparenza; in realtà carico di risvolti eroici nonché di venature ciniche. Risvolti e venature inevitabili nella pratica quotidiana di un piccolo studio legale, che nella raffinata ma insidiosa Boston, città di giardini ben curati, di grattacieli guardinghi, cerca di emergere, di farsi largo. E per riuscirci, si colloca nei pressi di una Giustizia che inizia e termina nelle aule del tribunale ma compie il suo percorso, essenzialmente, all’interno della coscienza dei penalisti chiamati ogni giorno a misurarsi con i casi più diversi, con i più strani clienti. Clienti le cui pretese sono spesso impossibili, nel bene come nel male: l’anziano marito di una fumatrice accanita e defunta, dopo aver fatto causa all’azienda produttrice di sigarette si dichiara indisponibile a qualsiasi accordo, anche sottobanco, ed al mellifluo docente universitario che difende l’azienda e che conta, data l’età del querelante, su una sua prossima dipartita, promette di campare in eterno, o almeno fino a quando non otterrà ragione in giudizio. Un esibizionista recidivo, un omone grasso e patetico, messo alle strette dal suo difensore confessa candidamente di non sapere se riuscirà o meno a contenersi per il futuro. Una diciassettenne sorpresa a nascondere la droga ricevuta dal fratello, droga di cui non ha mai fatto uso, rischia una condanna a quindici anni a fronte di un patteggiamento di dieci mesi ridotto poi ulteriormente a quattro, ma rifiuta di confessare un reato non commesso e chiede al proprio avvocato di procedere, a qualsiasi costo. Inutilmente il difensore le prospetta la generosità dell’offerta, nonché le minime possibilità di assoluzione: la ragazza persiste, ha inteso, dice, unicamente proteggere il fratello, che si è poi dileguato lasciandola nei guai. Ed ora, cocciuta, non intende scontare alcuna pena, per il più semplice dei motivi: perché è innocente.
Respinge la logica legale, la ragazza, quella logica che trova la sua imprevedibile consacrazione nella norma e nel dibattito, nel rito e nel contraddittorio davanti ad una giuria. Ed al penalista che la difende, sgomento, non resta che uno sfogo con la giovane collega dello studio: “Tu credi che sia così dura difendere i colpevoli? Prova con gli innocenti: è terrificante”. Eppure va avanti, si impegna, tenta l’impossibile. Sono i risvolti eroici della giustizia, la passione per il proprio lavoro, l’idealismo che va oltre la prassi. Oltre la pratica. E se anche, contro ogni previsione, il risultato ti premia, c’è appena il tempo di esultare, di lasciarsi andare, di assorbire la gioia del cliente divenuto persona, perché subito dopo si ricomincia, c’è un altro tassì da prendere al volo, c’è un altro cliente da confortare, un altro pubblico ministero con cui scendere a patti, se possibile. Ci sono, ricorrenti, le venature ciniche della giustizia, quelle che ti fanno dubitare di te stesso, quelle che incrinano i rapporti, quelle che inducono la segretaria dello studio a sentenziare, saccente, sulla giuria che ha deliberato in poco più di un’ora: “Secondo me si sono sbrigati perché è venerdì”.
La sequenza finale della prima puntata vede il penalista, reduce dall’inaspettato trionfo, alla scrivania del proprio studio, solo. Sta chiudendo una cartella per aprirne immediatamente un’altra. È già storia la pratica precedente, è un brandello di passato. Adesso esiste solo il presente, esiste la nuova pratica da esaminare alla ricerca del punto debole, del dettaglio sfuggito, dell’errore su cui fare perno. Accendendo il registratore, il penalista inizia a prendere appunti verbali, con professionale freddezza. E la telecamera s’allontana, in silenzio, discreta, la lenta carrellata all’indietro giunge fino alla porta semiaperta; da lì, una lama di luce fa intravedere la sagoma dell’uomo. È immerso nella sua pratica.
David E. Kelley, the practice, otto stagioni, le prime sette in onda su Rai 2 dal 2001 al 2007, l’ottava in onda su Lei nel 2010


