Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Lògos kritikòs

«La parola [lògos] di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne [kritikòs] i sentimenti e i pensieri del cuore. 

Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto. » [Ebr 4,12-13]

«In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». 

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».[Mc 10,17-27]

«La parola scruta (lògos kritikòs) i sentimenti e i pensieri del cuore».

È qui che legge Gesù, guardando l’uomo che gli chiedeva che cosa fare per avere la vita eterna. E guardandolo, lo amò. I latini hanno tradotto  con “intuitus, dilexit eum”. È un guardare dentro, quello di Gesù. È uno scrutare lì dove nascono sentimenti e pensieri.

Ed è lì che sgorga il desiderio. Lì dove la parola di Dio è “viva, efficace, tagliente”. Lì dove la stessa parola sottopone a giudizio (questo è il significato di kritikòs) sentimenti e pensieri.

Dunque, è necessario che si sottopongano a giudizio sentimenti e pensieri del cuore. E siccome qualsiasi giudizio che parta da noi è esposto al rischio di essere falsato, sarà necessario mettersi a nudo di fronte alla parola che si fa krisis, giudizio, su noi, sulla nostra realtà, sul nostro desiderio.

Che fare?

È questa la domanda che risuona attraverso la storia. Che fare? In altre parole, con che cosa, attraverso quale comportamento, quale azione posso “meritare” un posto nella realtà che sarà “Dio tutto in tutti”?

È  un mercanteggiare, questo? È pretendere che la realtà totalizzante di Dio dipenda dal mio “fare” o “non fare”? Forse sì. Tanto è vero che Gesù, pur restando sul piano della domanda, alza il tiro. Se non ti basta osservare la Legge, sei sulla buona strada. Non si entra nell’amore se non amando. Non c’è altra via. Perciò, “va’, vendi e dai; poi, vieni”.

Prima di tutto “va’”. Non c’è amore senza partenza. Non c’è amore senza un lasciare. Non c’è amore senza spiazzamento.

E questo andare è già un farsi povero. Chi parte ha già fatto a meno di punti fermi, ha già lasciato certezze e sicurezze che indicavano la via. Non bastano più. Non garantiscono più. Il desiderio non si acquieta. Urge e spinge ad andare. E, lungo la via, meno bagaglio si ha, più si cammina leggeri. Ogni possesso appesantisce, esige attenzione, distrae.

Che ci guadagniamo noi, che abbiamo lasciato tutto?

In questo “mercato” è in gioco la libertà del mio essere donna o uomo desiderante.

«È possibile fare affari con Dio, dice Gesù, ma non alla pari, non con la buona coscienza o con i meriti. Gli affari con Dio si fanno in modo diseguale, portando sul mercato il proprio poco o il proprio niente. “Solo Dio è buono”: dunque, chi vuole guadagnare con lui, piuttosto che cercare di diventare buono, imitandolo, diventi carente e impari a scambiare il proprio meno con il più che è Suo.» ( Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Mondadori 2003).

La vita eterna si manifesta già ora in colui che «entra nel mercato divino con la forza del desiderio e la consapevolezza che nulla né nessuno può veramente soddisfarlo, né campi, né case, né fratelli, né promessa di paradiso» (L. Muraro ibid.)

Ma l’uomo se ne va triste perché aveva molti beni. Il suo andare non è una partenza, ma un ritorno. Un ritorno dai suoi affetti più cari, quelli a cui non sa rinunciare, quelli che lo imbrigliano. Ed è triste. Il desiderio frustrato è fonte di afflizione, liberarlo costa e costa molto. Voleva la “vita eterna”, ha finito con l’accontentarsi dei propri possessi. Desiderava il Bene, si è accontentato dei beni.

Talis est quisque qualis eius dilectio est (In Iohannem Ep. 2,14), Ognuno è ciò che ama: ami la terra? Sarai terra Ami Dio? Che dirò? Sarai Dio. Non oso dirlo da me ma ascoltiamo le Scritture.

Così, s. Agostino.

Resta, compagna di strada, la parola “viva, efficace, tagliente”. Quella parola che sa discernere ciò che viene dal mio sentire e ciò che viene da Dio, senza separare le due realtà, ma distinguendole e restituendo, ad ognuna, il posto che ad essa compete.

Acconsentire che questa parola penetri “nel punto di divisione fra anima e spirito” vuol dire consentire al desiderio di cercare la propria scaturigine, sempre affannosamente, desiderio sempre risorgente, sempre portatore di ulteriorità per noi che siamo così propensi ad accontentarci di un quotidiano scialbo e piatto, ma rassicurante e confortante.

E sarà questo desiderio del tutto a portarci verso il tutto che, prima di essere richiesto, ci è donato.

Lo stesso desiderio che ci porterà per mano verso il niente in cui il tutto abita.

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