Duemila. La tribù delle storie
La Bellezza 2. Lui, sempre lui
“Raccontare una storia non raccontandola”. Si può? Forse. Se a narrare, a riannodare i fili, a riesaminare i dettagli, ad unire i puntini visibili ma sparsi di un prolungato enigma è una donna che si esprime in versi taglienti come lame, versi intrisi di stupore e di rancore, versi messi su carta da una vittima d’amore cosciente e colta che si è arresa al proprio uomo fin dal primo incontro, in gioventù, e che di questo rapporto dà conto con smagata benché ancora romantica malizia.
La poetessa canadese Anne Carson consacra un intero poema (definito nel sottotitolo “Un saggio romanzato in 29 tanghi”) alla bellezza del marito. Ma di cosa è fatta questa bellezza? Lei sostiene dapprima che “Non è un gran segreto. Non mi vergogno a dire che è per via della sua bellezza che io l’ho amato. / E così lo amerei ancora / se mi si facesse vicino. La bellezza persuade”. Già. Ma dopo questa dichiarazione così sincera e perentoria, così definitiva all’apparenza, numerosi interrogativi sorgono, o meglio: è la realtà che insorge, con le sue sfaccettature mai consimili, con i suoi anfratti dove è impossibile rifugiarsi, con le ferite che procura, ferite non medicabili che emanano una propria luce, incassata nella carne. E fioccano le domande: “L’innocenza è solo un altro travestimento della bellezza?” E poi: “Cos’è che connette davvero le parole e le cose?”. E ancora: “Come fa una persona ad avere potere su un’altra?”.
Sono domande pertinenti, che si susseguono a cascata nelle varie stanze del poema, flusso interrogativo di una narrazione problematica, irta di eventi e di momenti, una narrazione che procede per lampi, per squarci, facendo intravedere la profondità insoluta di un rapporto moglie/marito che a dispetto di ogni legame erotico o sentimentale si consuma e si sfarina in superficie, laddove i due malgrado i momenti idilliaci – l’uva pigiata assieme per produrre il vino, il tè sorseggiato l’una di fronte all’altro in un crepuscolare giardino – intessono una trama fatta di menzogne, di rimandi, di languori solo annunciati, di lettere ben scritte che alimentano il desiderio e al contempo lo distanziano, lo cristallizzano senza conseguenze.
Alla fine, di nuovo: in cosa consiste la bellezza di questo marito? Forse nella sua capacità “di mettere il mondo tra parentesi”? Non è una domanda, ma una constatazione che la poetessa si ripete raccontando il loro viaggio ad Atene, tre anni dopo la separazione, con lui capace di “telefonare a New York ogni sera dal bar / e parlare con una donna / che lo credeva sulla 4th Street / in ufficio fino a tardi”. Un traditore seriale, un uomo che mente come respira, anche quando non gli converrebbe, anche quando non è necessario. E allora dov’è la sua bellezza, come si manifesta? Perché è attorno a lui che ruota l’intero poema, attorno al suo fascino, alla sua immaturità, alla sua spontanea doppiezza. Di fatto la poetessa lo colloca su un altare, sia pure col piedistallo crepato, e non se ne vergogna “perché come dicevo non fu colpa mia, ero disarmata / di fronte all’esistenza / e l’esistenza dipende dalla bellezza. / Alla fine. / L’esistenza non si fermerà / fino a che non giunge alla bellezza e poi da lì ne deriveranno tutte le conseguenze che portano alla fine”.
Sembra una conclusione amara ma non lo è. Per la poetessa è l’incontro col futuro marito, col gran seduttore dall’animo piccino, a dare un senso, a costituire una svolta, la vera svolta della sua vita. Che s’infiamma e s’accascia, che assume peso e vola nel ricordo, che le fa correre dei rischi consapevoli quanto irragionevoli pur di avvicinarsi ad una meta inafferrabile, pur di stringere a sé quell’uomo che per sua natura è incapace di manifestarsi, di concedersi, di essere interamente sé stesso in un unico legame. Non è un rapporto di dipendenza; o se lo è, è una dipendenza semplicemente umana, fatta di rispecchianti fragilità, di abbandoni alla cieca, di voluttà perseguita; infine: di Bellezza. E rifarebbe tutto, la Carson: “Se riuscissi a ucciderti poi dovrei creare un altro identico a te. / Perché. / Per raccontartelo”.
Anne Carson, La bellezza del marito, La Tartaruga 2022

L’incontro, vale la pena.
Grazie!
“ Ma poi lo sa il diavolo cosa sia l’uomo, ecco cosa vi dico! Ciò che alla mente sembra ignominia, al cuore può sembrare pura bellezza. In Sodoma c’è bellezza? Credi a me, per la stragrande maggioranza delle persone la bellezza è proprio in Sodoma, lo conoscevi questo segreto? Ciò che fa paura è che la bellezza non sia soltanto spaventosa ma anche misteriosa. Qui il diavolo combatte con Dio e il campo di battaglia è il cuore dell’uomo.”
Fëdor Dostoevskij – I fratelli Karamazov –
La fragilità è essa stessa bellezza.
Grazie