[Gv. 12, 20-33]
«…se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita per sempre.»
Che cos’è “perdere”? Che cos’è “trovare”? Che cos’è “perder-si”? Che cos’è “trovar-si”?
Posso perdere solo ciò che possedevo. Posso trovare solo ciò che non avevo o che avevo perso.
Come possono coincidere il perdere e il trovare?
Si deve operare un cambio di registro fra il perdere e il trovare, per comprendere la coincidenza dei due termini riguardo alla vita.
Se si intende il perdere come una deprivazione di possesso, perdere la vita (morire) non può coincidere con il trovarla o con il conservarla. Non si può amare la vita come si ama un qualunque bene di cui ci sentiamo proprietari. Amare la vita può voler dire amare la realizzazione di me come persona libera e autonoma. In questo senso, perché il morire mi realizza?
Per il chicco di grano, è naturale perdersi nel terreno, morire e generare, morendo, la spiga. Se, per assurdo, il chicco dicesse , a buon diritto, di non voler morire , ma di voler preservare la sua identità, avrebbe il diritto di farlo, ma tradirebbe la sua natura, tradirebbe proprio quella identità che dice di voler preservare.
Qual è la nostra identità? Dove troviamo la verità su noi stessi?
Tutto di noi , a cominciare dalla nostra corporeità, tende ad un superamento della nostra individualità. La solitudine vera, quella fatta di assenza totale e assoluta di presenze, fa paura. E chi cerca di stare solo, in realtà, sta cercando un contatto con qualcos’altro. Sembra che davvero tutto di noi tenda ad intessere relazioni. Anche quando diciamo “Io”, in realtà non esprimiamo una singolarità, ma una pluralità di intrecci relazionali che fanno di me ciò che sono. Io sono le relazioni che vivo, per cui e con cui vivo.
Ma come è fatta questa relazione?
A volte, sembra che siamo capaci solo di una logica commerciale. Consideriamo solo i rapporti in cui la logica del dare-avere governa le dinamiche della relazione
Se è così, il chicco di grano è un esempio di fallimento.
Se la vita è un nostro possesso e se solo possedendo, io esprimo ciò che sono, allora il morire è incomprensibile e non mi realizza.
Ma che cosa mi realizza? Che cosa mi permette di essere davvero quello che sono?
Se è vero che l’uomo è un “essere in relazione”, solo entrando in una dinamica relazionale, solo vivendo fino in fondo la relazione, realizzo me stesso.
Chi ama acconsente a che il farsi da parte diventi il momento propulsore per una relazione vera e concreta in cui l’altro non è più un oggetto che mi è dato in possesso, ma un soggetto della relazione stessa. Perchè questo accada, è necessario che io mi faccia da parte, che mi tiri indietro, che “muoia”.
Uscire da una logica economica, però comporta mettere da parte la ricerca di scambio e accettare che il mio dare sia semplicemente un dare senza ritorno, gratis, gratuito. In questo modo, la relazione che si instaura fra donatore e ricevente sarà una relazione non finalizzata a nulla se non alla relazione stessa, in cui l’Io donatore sarà soggetto tanto quanto il Tu ricevente. Questo possiamo considerare come atto d’amore. E di amore gratuito. Perchè ciò accada, però, sarà necessario che l’Io metta da parte le sue mire di possesso, che taccia, per permettere al Tu di parlare, che si tiri indietro per dare al Tu la possibilità di emergere. Nell’atto d’amore gratuito, l’Io amante “muore” per il Tu. Ed è proprio questo “morire” che permetterà la nascita di una relazione intersoggettuale, in cui il Tu non sarà oggetto ma soggetto al pari dell’Io.
In questa relazione troviamo, nuovi, sia l’Io che il Tu. Non solo, ma sia l’Io che il Tu si ritroveranno liberati e realizzati come soggetti; e un soggetto non può che essere libero.
Quindi è solo a partire dal proprio “morire” che l’Io trova la realizzazione di sé, cioè trova la pienezza di vita, liberata e liberante.
« …se il chicco di grano non muore, resta solo».
In questa solitudine è la vera morte dell’Io. Vera morte perché la verità su me stesso la intuisco solo nella relazione e tutto ciò che mi distoglie dal mio essere in relazione mi distoglie da me stesso, affermando una falsa identità destinata alla sterilità e alla dimenticanza.
È solitudine sterile quella del chicco di grano che non accettasse di morire. Resterebbe sì chicco, ma irrigidito nella sua difesa di identità, che non produce frutto. Solo morendo, produce frutto e anche la sua identità si compie, in una nuova relazione (la spiga) in cui ritroviamo anche il chicco, ma fatto nuovo. La novità è radicale, come radicale è il “morire”. Come l’amore è radicale. Non si ama fino ad un certo punto, non si ama per un dato tempo. L’amore è tutto o nulla. O acconsente ad andare fino in fondo o non è amore.
La nostra memoria è fecondata dalla presenza di coloro che sono andati fino alla fine, che hanno acconsentito al loro “morire” (a volte, anche alla morte reale), dando fino in fondo tutto ciò che avevano e anche ciò che non avevano; tutto ciò che erano e che sarebbero diventati. Donne e uomini che, nel timore e nella fragilità, hanno fatto di sé dei “chicchi di grano” che, morendo, hanno prodotto spighe. I nomi e i volti, a volte, sono dimenticati, resta la memoria che ci abita e ci provoca, ci inquieta e ci pacifica nello stesso amore.
« Ce m’est tout un, que je vive ou que je meure,/ il me suffit que l’Amour me demeure» (« Vivere o morire per me è lo stesso/ mi basta che l’Amore mi abiti adesso») [J.J. Surin , Cantiques Spirituels de l’Amour Divin. XVII sec.].


Ci sono tanti modi di morire nelle relazioni: perché sopraffatti dalle parole che uccidono, perché non riesci ad entrare nella sofferenza dell’altro, perché non comprendi la situazione che nella relazione si sta verificando e vuoi fuggire …per non morire. E’ difficile morire ..sempre .ma qualche volta ci è dato di uscire dalla “logica dello scambio” ed entrare non si sa come ..se non per grazia in una logica di amore , magari nell’essere noi testimoni di questo amore gratuito e allora ci nasce la speranza che sia possibile morire per dare nuova vita ..alla vita .
questo versetto “se il chicco di grano non muore…” è ormai talmente sentito da dare per scontato il suo significato, ma quando si incontra qualcuno che anche per un attimo si prodiga fino in fondo , spende la sua vita per il Bene allora si capisce nell’intimo il suo valore, che è poi il senso stesso del nostro esistere.