Duemila. La tribù delle storie
Il Silenzio 4. Ti guardo. E ti sento
La domanda parte da una dichiarazione di poetica, concentrata in un’azione e in un rigo: “Lei ha definito così l’arte del teatro: un uomo attraversa silenziosamente uno spazio vuoto mentre un altro lo guarda. Può raccontarci qualcosa dei suoi incontri con gli artisti e il pubblico?”.
La domanda è posta ad un regista, Peter Brook, che ha segnato in profondità la storia del teatro (con incursioni anche nel cinema) dalla seconda metà del ‘900 fino ai nostri giorni; e che di fronte ad una platea studentesca racconta le sue esperienze senza sussiego, senza offrire oscure ricette, senza proclamare verità definitive. Ascolta e parla; e nel dialogo, si entusiasma o si raffredda a seconda dell’interesse suscitato dai quesiti o dall’interlocutore. Quattordici ore di conversazione, su svariati argomenti legati al mondo dello spettacolo, raccolte e sintetizzate in un libro, Tra due silenzi, la cui struttura, pur organizzata in capitoli, sostanzialmente – ed è un merito – rincorre la parola, le riflessioni, i racconti di Brook, segue la scia dei suoi ricordi e dei suoi insegnamenti, restituendo per quanto possibile la libertà di confronto fra il regista britannico e gli studenti dell’università americana di cui è ospite.
Libertà che Brook tiene a sottolineare: “Non prendete mai alla lettera quello che dico, perché ogni luogo o situazione sono diversi. Vi parlo della mia esperienza solo nella speranza che quanto dico possa trovare un’eco dentro di voi”. Libertà, dunque, propedeutica all’apprendimento; libertà che il teatro consente, se siamo capaci di dimenticare noi stessi. Dimenticarci per divenire accoglienti, permettendo che ‘l’altro’ entri a far parte del nostro universo, senza tuttavia pretese demiurgiche, senza ambire ad un controllo totale sulle vicende rappresentate, perché “Un bel testo non è opera di un manipolatore che tira i fili per portare avanti un messaggio”, ma piuttosto il frutto di un artefice che non calca la mano, che non è al servizio solo del proprio punto di vista ma si cala nella psicologia dei personaggi assumendo il ‘loro’ punto di vista: “A teatro, vedete Otello strangolare Desdemona, ma la grandezza del dramma è che potete allo stesso tempo comprendere il gesto di Otello e provare un’immensa pietà per la povera Desdemona, questo lo sentite profondamente”.
Lungi dal rinchiudersi nel proprio orticello, quindi, spingendo il pubblico verso orizzonti impalpabili, occorre sin dall’inizio essere chiari e trovare un argomento che interessi tutti: poi, in quest’ambito, si può volta a volta ricamare o scolpire, tentando tutte le corde della propria voce, anche con inesausto accanimento, purché lo studio, la ricerca siano rivolti tanto all’interno quanto verso l’esterno. Limitarsi a coltivare la tecnica, moltiplicare gli esercizi, le improvvisazioni, non basta; limitarsi ad essere ottimi interpreti, capaci di padroneggiare ogni situazione, è riduttivo. Lo sguardo, come gli stimoli, nel momento in cui provengono solo dal palcoscenico restano lì, inerti, capaci solo di rispecchiarsi, di fare un’eventuale bella figura; ma se il teatro è quel luogo, quel linguaggio capace di stabilire relazioni, di tessere rapporti, e Brook ne è convinto, allora bisogna andare incontro alla vita abbracciando ‘l’oggi’ e le sue molteplici culture, ciascuna in grado di offrire il proprio contributo antropologico e creativo, e bisogna farlo senza porsi false domande, inglobando nella contemporaneità anche il repertorio, così che possa interrogarci, interloquire.
E il Silenzio? Cosa c’entra? Semplicemente, per Brook, si parte da lì. “Vedete, è sempre così che comincia, con un silenzio. Ci sono due tipi di silenzi, forse anche di più, ma fondamentalmente ce ne sono due, che si collocano a estremità opposte. C’è un silenzio privo di vita, che non ci è di nessuna utilità e poi c’è l’altro silenzio, quello che costituisce il momento supremo della comunicazione, quello in cui persone solitamente divise da ogni sorta di barriera naturale si ritrovano realmente insieme. È un momento di autentica condivisione”. Ed è lì che il teatro abita. È lì che un uomo, attraversando in silenzio lo spazio vuoto, ignora e assorbe lo sguardo di un altro uomo. È lì che il rito ha inizio.
Peter Brook, Tra due silenzi, Dino Audino Editore 2018

Il silenzio come comunicazione non verbale di rifiuto è molto diffuso; per contro, la preghiera silenziosa rappresenta l’apice della contemplazione. In mezzo, una molteplicità di sfumature, lo spazio gravido della relazione che può rasentare il demoniaco, o spiccare il volo mistico di un amore che sa vincere ogni meschino interesse.