Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 1

Il Mistero 1.   Un incontro

I luoghi nelle favole hanno sempre la loro importanza. Quelli familiari e quelli sconosciuti. Perché non sono solo luoghi: incarnano un altrove che ci portiamo dentro e che si manifesta all’improvviso, scardinando certezze, mettendoci alla prova. Sopravvivendo nel ricordo: “Ormai sono molto vecchio, e questa è una cosa che mi è successa quando ero molto piccolo: avevo solo nove anni. Era l’estate del 1914, l’anno dopo che mio fratello Dan era morto nel campo ovest, e tre anni prima che l’America entrasse nella prima guerra mondiale. Non ho mai raccontato a nessuno cosa accadde quel giorno alla biforcazione del torrente, e non lo farò mai… perlomeno non a voce”. 

   Si esprime così il narratore di L’uomo vestito di nero. Si esprime per iscritto, alla fine dei suoi giorni, decidendo di lasciare comunque una traccia del suo peggiore incubo. Ma può essere una fonte di salvezza, o almeno di sollievo, la scrittura? Può aiutarci, se non a penetrare il Mistero, quantomeno a circoscriverlo, a collocarlo in un angolo ben recintato della memoria? Al quesito, com’è sua abitudine, come in tutte le sue opere, puntuali successi planetari, Stephen King fornisce una risposta puramente narrativa. Ovvero una risposta deducibile solo attraverso la lettura. Sarebbe più corretto, però, parlare di risposte, perché ogni lettore alla fine del libro è libero di giungere alle sue conclusioni. Il narratore intanto, il vecchio ricoverato nella casa di riposo che impugna la penna con mano tremante, fornisce la sua versione. 

   Bambino, si inoltra nel bosco munito di canna da pesca. Il limite da non valicare, lo ha promesso ai genitori, è la biforcazione del torrente vicino casa. E lui rispetta la promessa, getta la lenza in acqua, con successo, e dopo un po’ inevitabilmente si appisola. Al risveglio, un’ape staziona sulla punta del suo naso. È lo stesso insetto che ha provocato la morte del fratellino; e lui, paralizzato, attende ora il colpo fatale. Ma nessun pungiglione si conficca nella sua carne; un battito di mani improvviso, e l’ape cade stecchita. Un uomo avanza: “aveva gli occhi dello stesso colore delle fiamme in una stufa a legna, rosso screziato di arancione”. Non si tratta di un essere comune: è alto, indossa un completo nero, ha mani bianche da manichino, artigli al posto delle unghie, una voce calda; protettivo, beffardo, si sdraia sull’erba accanto a lui e gli comunica che la madre è morta, anch’essa punta da un’ape. Poi dichiara di avere fame, tanta fame e spalancando una bocca enorme inghiotte per intero il salmerino appena pescato, “e dagli occhi gli spuntò qualche lacrima… ma erano lacrime di sangue, denso e scarlatto”. È in quel momento che il bimbo trova la forza di fuggire. Una fuga vertiginosa, con l’uomo in nero che lo insegue ma fino a un certo punto; e poi il bimbo, il narratore, finalmente ritrova il padre e scopre che la madre è viva, è salva, come lui. 

   Le illustrazioni di Ana Juan, che intervallano il testo, ne sono anche il commento. Tranquille e malinconiche, contengono nel loro sognante realismo una dose ben calibrata di inquietudine. Il filo conduttore è il rosso: il fumo che esce dal camino, la finestra illuminata, il cielo senza nubi, la coppia di pesciolini, i fiori nel bosco, lo sciame di api: tutti i dettagli volta a volta sono in rosso acceso. E punteggiano una narrazione liberatoria eppure circospetta, ancora timorosa del mistero (mistero non condiviso per oltre ottant’anni, perché il padre gli consiglia di non parlarne e quanto alla madre non ne saprà mai nulla), una narrazione che nel vivido ricordo di quel luogo mai più frequentato, di quell’orrida sembianza semiumana, di quella fuga a perdifiato, miracolosa, si chiude senza certezze: “Il Diavolo è venuto da me una volta: e se ora tornasse? Adesso sono troppo vecchio per scappare, non riesco neanche ad andare in bagno senza il deambulatore. E non ho nemmeno un bel salmerino da offrirgli per ingraziarmelo, anche solo per qualche istante; sono vecchio e il mio cestino è vuoto. E se tornasse e mi trovasse in questo stato? E se avesse ancora fame?”. 

Stephen King, L’uomo vestito di nero, illustrazioni di Ana Juan, Sperling & Kupfer 2020

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