Il Mistero 3. Il piano di sopra
Fuggono fotografie dalla testa dell’uomo affacciato al finestrino del treno. Foto di famiglia che volteggiano sparpagliate anche in seconda, terza e quarta di copertina. Sono ricordi che viaggiano all’indietro, frammenti di una realtà che la sua testa non è più in grado di custodire.
Con una delicatezza incline all’umorismo, ma che non dolcifica le circostanze, non le annacqua, il fumettista spagnolo Paco Roca nel suo Rughe, narra la storia di un settantenne direttore di banca in pensione, che perde colpi, che diviene irascibile e svagato, al punto da costringere il figlio a rinchiuderlo in un Istituto dove si prenderanno cura di lui. Tutto ciò avviene in poche pagine, le prime; il resto del fumetto si svolge tra le pareti dell’Istituto, dove ciascuno è solo in mezzo agli altri, solo, se va bene, con le sue infermità, problemi di udito, vista, deambulazione; se va male, ritrovandosi alle prese con il mistero di una malattia ingestibile, che annienta i ricordi e la personalità: l’alzheimer. Quando scopre di esserne affetto, il bancario tenta di sottrarsi, di nascondere la sua condizione. Con l’aiuto del compagno di stanza, individuo ancora in discreta forma e senza troppi scrupoli, organizza una serie di trucchi per passare i controlli medici, per rinviare quella che sarebbe la sua sorte inevitabile: salire le fatidiche scale, essere ricoverato al piano di sopra, assieme a coloro che non possono prendersi cura di sé.
Ma intanto occorre convivere con gli altri ospiti dell’Istituto. Con Giovanni, ex conduttore radiofonico che ripete le ultime parole degli altri, tutto ciò che ascolta, ininterrottamente; con la signora Rosaria, che passa le giornate guardando fuori dalla finestra, convinta di essere in viaggio su un treno per Istanbul; con Modesto e Dolores, coniugi da sessant’anni, lui ormai incapace di tutto, lei che lo imbocca con affetto sussurrandogli quella parolina legata ai ricordi del loro primo fiabesco incontro, da bambini; con Felice, che scatta sull’attenti al passaggio di chiunque e finirà male proprio per aver conservato l’abitudine soldatesca; con Carmelina, che non sta mai sola perché ha paura di essere rapita dai marziani. Col suo tratto leggibile e incisivo, appena caricaturale, Roca delinea una galleria di personaggi al tramonto, costretti di buona o malavoglia a farsi compagnia. Di più: spiazza il lettore non solo visualizzando i ricordi di ciascuno, i brandelli scuciti del loro passato, ma questi brandelli, questi disegni ringiovanenti, li inserisce anche nel presente. Il bancario che si fa la barba alle tre del mattino ha un viso da quarantenne, che diventa il volto di un vecchio solo quando è sorpreso dal suo compagno di stanza; così la signora Rosaria: quando si crede in viaggio per Istambul è una bella donna che affonda le mani nel suo manicotto con pelliccia, mentre, sogguardata dagli altri, è una canuta vecchina che stringe la sua borsetta.
E avanza la malattia più grave, in silenzio, nella mente. Il bancario legge libri che non ricorda, osserva perplesso la palla di gomma che deve passare al compagno seduto accanto a lui, poi vorrebbe recarsi al lavoro, chiede di essere portato in città. Infine, inevitabilmente, scompare, il suo posto alla mensa resta vuoto. E il compagno di stanza, che gli rubava regolarmente soldi, oggetti, indumenti, si rende conto che ora è ancora più solo; e deve confessare a sé stesso che sente la mancanza del rigido bancario, il quale malgrado tutto si fidava di lui. La decisione allora è presa: salirà quelle scale, si sposterà al piano di sopra, lì dove gli incurabili passano come possono il loro tempo. Tra le grida, i rifiuti, i capricci degli altri ospiti, lo vediamo imboccare con pazienza l’amico, che sembra man mano riconoscerlo, metterlo a fuoco: prima una vignetta col volto senza lineamenti, poi un’altra dove si intravedono naso, sopracciglia, un angolo di bocca, quindi la successiva con il volto pieno dell’uomo, ricompensato da un minimo, impercettibile accenno di sorriso.
In copertina, fuggono le fotografie dalla testa del bancario. All’interno, l’ultima tavola è preceduta da due pagine bianche: il suo sguardo, i suoi pensieri che si disperdono in un altrove misterioso, senza segni e senza echi.
Paco Roca, Rughe, Tunué 2008


