Tre fisse. Domande semplici e concrete.

di Patrizia Baglione

TRE FISSE AD ALESSANDRO ANIL

•  Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?

Bellezza, amore, dolore sono un tutto uno, non si può avere uno senza l’altro e insieme compongono l’aria dentro cui viviamo, come un animale acquatico è circondato dall’acqua. Un’organizzazione umana, senza amore, è semplicemente rivolta all’efficienza, così una vita senza amore diventa una vita semplicemente efficiente, produttiva. Noi abbracciamo il figlio, baciamo l’amata, questi comportamenti sarebbero inadeguati per il vicino di casa che è venuto a trovarci. Possiamo però amarlo nello stesso modo. Le relazioni sono diverse in base alla manifestazione dell’amore, ma l’amore è sempre presente. Per questo dovrebbe essere considerato una inclinazione. In alcuni casi questa inclinazione si intensifica e viene vissuta come un accadimento. Questo amore, spesso fra due persone, lo conosciamo meglio perché porta dei cambiamenti visibili in noi. Una poesia senza amore è una poesia efficiente e noi non sapremmo cosa farne di una poesia efficiente. Ma qui c’è un altro discorso. L’amore non essendo una manifestazione dell’efficienza è sempre stata vissuta come qualcosa di molto pericoloso, può far fare scelte incomprensibili per i nostri obbiettivi, può minare una società basata sull’efficienza. Una poesia che segue i moti dell’amore non si chiede ad ogni passo se questo verso è giustificato da un bagaglio teorico, lo fa e basta. La pericolosità di questo discorso sta nel fatto che potrebbe lasciare spazio a un verso meno sistematico. La controparte del rischio sta nel superare il proprio bagaglio culturale. Quante volte ci viene detto di stare lontani da una persona e non facciamo.

Questa imprevedibilità è vitale. Non è un caso che l’amore come è proposto e vissuto oggi, spesso è una commercializzazione dell’amore uomo-donna. Di questa parte commercializzata, a cui l’amore è ridotto, la poesia può farne a meno.
Il dolore merita un altro trattamento. Il dolore ha a che fare con l’origine della scrittura. Saba diceva a un giovane Giudici dopo aver letto le sue poesie, lei avrebbe bisogno di un grande amore o di una perdita. Il dolore individuale a fronte di una perdita e il dolore che improvvisamente si sente per qualcosa di imprecisato, come se il dolore fosse già li ad attenderci – non a caso ho citato Saba. Ma questo dolore è qualcosa di simile all’amore che, a volte, possiamo provare a prescindere dalla specificazione. Il dolore vissuto come fardello biologico, la felicità non è equa, la ginestra a differenza di altre piante vive a fronte della fine, sulle pendici del vulcano e da questa sensazione comune, di vicinanza con altri uomini che hanno sofferto e lasciato la loro testimonianza si ha il piacere particolarissimo della condivisione. Non è forse la condivisione del dolore un’idea di fratellanza? Il vero inferno sarebbe se dovessimo soffrire senza mai poter parlare della nostra sofferenza. La mia scrittura in particolare nasce come un tornare a ciò che è doloroso. Ritengo che lì ci sia qualcosa di interessante. Qualcosa ci ha fermati duranti il nostro naturale cammino. Enea scende negli inferi per riabbracciare il padre, chiederli il futuro. Noi torniamo in un luogo, da una persona, a delle parole che sono state dette e che non eravamo ancora pronti per comprendere. Ci torniamo continuamente per comprendere, per vivere nuovamente quello che abbiamo perso. Senza dolore la poesia non potrebbe esistere come movimento. D’altronde, soltanto un bicchiere vuoto può essere riempito. La scrittura si pone questo compito impossibile di riempire quel voto. Anche qui bisogna stare attenti a non cadere nelle forme di dolore e di compianto che ci sono state proposte dalla società. In parte, quello che la letteratura fa sta nel non far cadere in queste vecchie tautologie.
Per ultima viene la bellezza. Gran parte del nostro concetto di bellezza viene da una interpretazione non proprio giusta di Sant’Agostino. Quando Sant’Agostino parla della Pulcritudo Dei, forse la parola più vicino è la grazia che ha anche una valenza estetica. Per essere più specifici dovrebbe essere un incrocio tra armonia, equilibrio e grazia. Innegabile dire che questi tre concetti siano importanti nella creazione artistica. Passati un po’ di secoli, dobbiamo fare un po’ di precisazioni. Non ritengo che una poesia non ricerchi l’armonia o l’equilibrio fra i versi. Semplicemente, i concetti di equilibrio, armonia e grazia hanno subito delle modifiche. Più che fare a meno della bellezza, intesa come queste tre parti, nel migliore dei casi questi tre parametri sono stati rifondati. L’armonia delle parti ha incluso elementi non armonici, più spigolosi. Così momenti di squilibrio possono essere parte dell’andamento di una poesia. Forse, la grazia è la più sfuggente. Difficile definire quel mostrarsi delle cose al di fuori della finitudine umana, a fronte di una fine inevitabile. Il gioco di prestigio sta nel far sembrare qualcosa così unico e perfetto da sembrare oltre le leggi del mondo, ma poi mostrarne immediatamente la fine. Non è un caso che bellezza e fragilità siano intimamente legate. La frase “La bellezza salverà il mondo” detta dal principe Mushkin è una approssimazione di Dostoevskij del concetto di Sant’Agostino. Non penso che questa bellezza così fragile salverà qualcuno. Al massimo dovremmo essere noi a cercare di salvare questi momenti che ci sono stati concessi. Spesso una poesia sta nel tentare di trattenere, forse prolungare, questa bellezza.

•  C’è un testo a cui sei più legato. Se sì, quale e perché?

Sono legato a tanti testi. Sia di poeti che ritengo maestri, sia miei, a cui magari sto riflettendo in questo periodo. Ti cito questa poesia di Paul Celan che sicuramente ha avuto una importanza sul mio percorso.

Parla anche tu,
parla per ultimo,
di il tuo pensiero.
Parla-
Ma non dividere il sì dal no.
Dà anche senso al tuo pensiero :
dagli ombra.
Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.
Guardati intorno :
vedi come in giro si rivive-
Per la morte ! Si rivive !
Dice il vero, chi dice ombre.
Ma ora si stringe il luogo dove stai :
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove ?
Sali. A tasto innalzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine !
Più fine : un filo, lungo il quale
vuole scendere, la stella :
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare : nel mareggiare
di errabonde parole

Attraverso questa esortazione, non dividere il sì dal no, la divisione è d’altronde l’operato del male, quello che Celan afferma è tenere insieme luce e ombra. Un pensiero o dovrei dire una parola corpo che non si pone l’obbiettivo di rispondere alle domande fondamentali con un sì o no, ma di aprire la domanda con la nostra esistenza umana e linguista. Celan che scrive in una lingua straniera sa che la parola Hostis, è ospito come anche avversario – accettare la zona d’ombra come parte della luce e viceversa. È attraverso la nostra esistenza che dobbiamo rispondere alle domande fondamentale o forse dovrei dire, sarà l’arco della nostra vita umana e linguistica come poeti a rispondere alla domanda, non un “ci credo”, oppure “non ci credo” o qualsiasi altra risposta abbiamo a disposizione nel nostro bagaglio culturale. È, appunto, un’esortazione a calare la parola nella nostra individualità e rispondere con essa.

Invece, se stai chiedendo una mia poesia ti cito questi versi che compongono una poesia più lunga.
È da questi versi che la mia poesia si lega al contesto e inizia.

È strano incontrarsi proprio ora, con l’inizio della sera, metafora
di morte, ma anche di tranquillità, fine della fatica, quando vorresti
slacciare l’armatura e condividere cibo e alcol con i fantasmi del giorno.
È bizzarro che il nostro viaggio inizi quando ogni cosa sta tornando
verso il riposo, una lieve piantagione che si espande sul corpo
come una coperta al termine della stanchezza. Anche questo secolo,
discendente di Cartesio, della superficie limpida della tragedia,
erede delle grandi ideologie e del fallimento, si sta ritraendo
lasciando a noi le ombre che salgono, un punto nel globo dove il fiume
misteriosamente dà forma al tempo […]

• Come vedi il futuro della poesia?

Cosa accadrà alla poesia non posso dirlo. Quello che posso fare è mostrare alcune vecchie trappole. Il futuro dipende dalle nostre azioni e noi siamo ancora qui a doverle compiere.
In una società efficiente non si sa cosa fare della poesia. Questo l’abbiamo capito un po’ tutti. Per reazione la poesia ha iniziato a darsi un valore di efficienza. Da una parte, ha ricoperto il ruolo di ciò che offre un pensiero positivo, qualcosa che ci ridà fiducia al mondo, dall’altra, per un gruppo di lettori più critici, ha iniziato a dare sempre più importanza al fondamento teorico che la sostenesse. Non è un caso che in un sondaggio uscito qualche anno fa, gli autori più letti erano coloro che hanno un’ideologia chiara e tangibile a cui possiamo tutti relazionarci, insieme a coloro che offrono una pillola di speranza. Negli ultimi anni, gli autori stessi hanno iniziato a dare fondamento alla propria scrittura. In ogni caso, il risultato è la sensazione diffusa che il testo non si giustifica più sulla pagina, ma trova il suo valore attraverso la struttura teorica che da fondamento. Ci sono tante implicazioni. La prima, sia quando la poesia è un pensiero positivo affermato in modo semplice, sia quando sostiene una qualche ideologia, è che il testo poetico assume quasi un valore secondario. Si ha la sensazione che sia più importante il discorso poetico che sta dietro, piuttosto che il testo. Questa sorta di paura o rifiuto del testo è qualcosa che potrebbe a lungo andare allarmare. Quando a Yeats fu richiesto di scrivere una poesia da pubblicare nella rivista che caldeggiava l’indipendenza dell’Irlanda, Yeats inizia a scrivere Leda and the Swan. Come dirà lui stesso le figure mitologiche e la loro relazione iniziarono a guidare la mano piuttosto che la l’idea iniziale. Yeats seguì questa direzione ed ovviamente la poesia non fu accolta nella rivista. Questo valore imprevedibile è ciò che da forza vitale alla poesia. Porta in direzioni che non conosciamo. Esplorazione è l’acqua che ho imparato a bere. Privare la poesia da quel moto imprecisato di qui parlavamo prima è qualcosa di molto preoccupante. La poesia che Yeats non ha mai scritto, quella che avrebbe dovuto sostenere l’indipendenza dell’Irlanda, d’altronde, aveva un compito molto chiaro e il suo valore sarebbe stato nello svolgere questo compito.
La seconda trappola sta, invece, in quella separazione che si è creata fra i poeti e chi non si occupa di poesia. Il privilegio di questa arte è di non doversi curare dell’economia. L’estremizzazione di questa discrepanza ha il rischio di una chiusura in sé stessa. Spesso si parla di come dovrebbe essere una poesia, quali cambiamenti dovrebbero accadere senza avere presente la richiesta dei lettori. È come se noi parlassimo di come dovremmo cucinare una pietanza senza tenere conto dei gusti delle persone. Il fallimento è accertato. Fare un lunghissimo discorso sui canoni della cottura del riso potrebbe aiutare solo in vista di una possibile clientela, e quindi verifica. Non è detto che poi, in barba al lunghissimo discorso, la clientela preferisce qualcosa di molto diverso. Non possiamo d’altronde soddisfare la clientela ed essere felice. Come ho scritto l’economia non è il punto d’approdo della poesia. Per non cadere nel solito baratro delle opposizioni, ritengo che la soluzione stia nel sapere guidare la macchina. Soltanto un equilibrio precario fra i due estremi può superare la panne. Un equilibrio che ciascun poeta deve trovare e richiede una certa manualità, non una soluzione teorica precedente al testo. L’arte nasce come una offerta, magari al divino negli anni precedenti, ora anche agli uomini. Noi offriamo qualcosa a un pubblico e siamo ripagati. Questo servizio che svolgiamo ha delle regole insieme a delle possibilità. Shakespeare doveva intrattenere un pubblico assolutamente non colto. La sua grandezza sta nel tenere insieme un pubblico e fare comunque, un’arte che è ben oltre l’intrattenimento. Ma per questo dobbiamo conoscere bene quel pubblico, quelle singole persone, quell’altro da noi che non possiamo conoscere completamente. Dovremmo avere le antenne per essere ricettivi e comprendere, o almeno cercare di comprendere – cosa sta accadendo in quell’altro? Cosa sta vivendo? Quali sono le domande che lo tormentano? Come possiamo instaurare una comunicazione sincera? Questo essere aperti all’altro è il fondamento dell’arte. Demonizzare o tenere lontani dalla propria arte l’altro è una trappola che si intitola “La malinconia del popolo d’elezione”.

 

 

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