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Giuseppe Conte, “Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito”

Articolo di Giovanna Visci

IL RISVEGLIO DI PAN E LA GENESI DEL CANTO

Giuseppe Conte, Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito (Bompiani, 2026)

“Credici o crepa”.

È questa la chiave di lettura dell’ultima opera di Giuseppe Conte, Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito, edito da Bompiani. Un imperativo che non è un semplice espediente stilistico, una formula che si ripete come un mantra o il responso di un oracolo ma l’invito, quasi imperativo che lo scrittore rivolge a sé stesso e al lettore, a credere nel mito, nella letteratura, nei sogni per resistere ad un tempo di nichilismo e di morte. “Il problema è sempre credere, amico mio, non avere paura di credere”.

Il poeta Giuseppe Conte pubblica questo romanzo nel maggio del 2026, dopo decenni di fedeltà ai valori della poesia, del mito e della natura. Fin dagli esordi poetici con L’ultimo aprile bianco (1976) e narrativi con Primavera incendiata (1980), attraverso i numerosi romanzi, le raccolte poetiche riunite nel volume Poesie 1983-2015 edito per la Mondadori, e i numerosi saggi, tra cui Il mito greco e la manutenzione dell’anima (Giunti, 2021), la voce di Conte si è sempre distinta per la sua capacità visionaria e metaforica. La sua ricerca si è orientata costantemente, attraverso il mito, intorno a quelle dimensioni dell’esistenza come l’eros, la natura, l’anima, il sacro, che l’umanità contemporanea sembra aver smarrito, soggiogata dalle logiche del potere, dell’economia e della tecnologia. Per questo, lui, “come un archeologo dei suoi giorni”, come lo definisce Raboni, riporta alla luce ciò che è stato rimosso o dimenticato.

Su una spiaggia della Sicilia, vicino ai Giardini di Naxos e ai piedi dell’Etna, dove i greci con le loro navi erano venuti a fondare la prima colonia e il tempio di Apollo, un litorale prossimo a scomparire ed essere divorato dalle onde del mare, l’io narrante, narratore di primo grado e primo alter ego dello scrittore, incontra quello che a prima vista sembra “un grumo nero, un tronco arenato, una montagnola di alghe secche” e che si rivela, poi, essere “un demone. Uno spirito custode del mare. O forse un senzatetto in carne e ossa”. Pare che dietro di lui si nasconda “un profeta inascoltato, un angelo caduto, un esiliato che possiede una verità terribile”, “uno di quei relitti umani” nei confronti dei quali il poeta ha sempre provato un senso di fraternità.

Già da questa prima pagina del libro si capisce come la narrativa di Conte mantenga, sempre, le tracce del suo stile di poeta: una scrittura fortemente metaforica e simbolica, l’accumulazione di immagini e di enumerazioni, un lessico misto tra il concreto e il sacrale. La sintassi è paratattica e per apposizioni, più evocativa che dimostrativa ed il tono è visionario. Con l’aiuto di Ungaretti e del titolo, Della stessa sostanza dei sogni, citazione presa in prestito dall’autore dalla Tempesta di Shakespeare, capiamo che “quel grumo nero” è un altro alter ego del poeta, un “grumo di sogni”, unanime e fraterno a tutti noi, non solo per la consapevolezza della fragilità e della labilità della vita umana ma anche per la capacità di saper vedere oltre ciò che appare e di sapersi connettere con il mistero. È un uomo libero che ama il mare, un senzatetto perché senza protezioni politiche o accademiche, “mon semblable, mon frère”, come avrebbe scritto Baudelaire; capace di accogliere le visioni e rivelarle agli altri, come Blake o Rimbaud; sullo sfondo di un paesaggio che, però, oltre ad essere quello paterno, rievoca quello della Sicilia di Quasimodo e degli Ossi di Seppia di Montale: eroso, in via di disfacimento, che ha dinanzi a sé come unico orizzonte possibile il mare. Per Conte il paesaggio è, oltre che luogo letterario, sempre il “punto di partenza per un ragionamento”, come aveva intuito Italo Calvino nel 1983 recensendo L’Oceano e il Ragazzo: la sabbia erosa è la denuncia di un problema ecologico, il mare è ricerca di un “varco”, oltre la realtà apparente e cruda delle cose, ma anche luogo ove arrivano naufraghi e reietti dal nostro Mediterraneo.

A questo demone senzatetto, che non ha un’Itaca e non sa dove tornare, ma sente il desiderio continuo di fare ricerca, proprio come il poeta dichiara di sé più volte nelle sue poesie (Il mio demone è un senzatetto in G. Conte Ferite e rifioriture, Mondadori, 2025), per sette giorni, tanti quanti sono i giorni della Genesi, appaiono all’alba delle dee, degli dei, delle eroine e degli eroi. Le figure non si susseguono in maniera casuale ma seguono un percorso ascensionale e sono ben collegate l’una all’altra: si parte da Gea, che emerge dal Caos, fino ad arrivare a Pan, di cui era stata annunciata la morte, che qui, rappresenta, invece, il punto di arrivo a suggello del percorso iniziatico del poeta. Il Saggio su Pan di Hillman viene citato dallo stesso autore come punto di riferimento nella Nota dell’autore, insieme ad altri scrittori come Ovidio, Omero, Pavese e Lawrence.

Questi personaggi si presentano al senzatetto, parlano in prima persona, utilizzando un linguaggio che è caratterizzato da una varietà di registri: a volte utilizzano un lessico colloquiale, gergale, onomatopeico (“cazzo”, “quel briccone”, “grooooow rooooow oooooow”) a volte elevato e specifico (“sclerotizzato”, “agalmatofilia”); a volte parlano in inglese (“Hi man, wake up”), altre in greco (“kai su kaire), altre in italiano; conoscono canzoni (“My fair lady”) e versi dei poeti (“Quant’è bella giovinezza…chi vuol esser lieto sia”). Danno del “tu” al senzatetto, in modo confidenziale, proprio a testimonianza che gli dei sono fra noi, come noi, caratterizzati da una modernità e da una varietà umana. È il Mitomodernismo. Sono loro stessi a raccontarci le loro storie nei diversi monologhi, I monologhi del mito, come rivela il sottotitolo del libro. Anche loro, narratori di terzo grado, costituiscono ulteriori aspetti dell’anima dello scrittore, a un livello più profondo: ciascuno è una parte dei movimenti dell’anima di Conte e dell’essere umano. Se ci interroghiamo su questa scelta narrativa dello scrittore, capiamo che è dovuta alla volontà di avvicinarsi all’essenza dell’anima dell’uomo, caratterizzata proprio dalla molteplicità. Provando a chiederci quale divinità sia più vicina al nostro animo o a quella di Conte, non riusciremo a trovare una risposta: tutte le voci delle dee e degli dei, delle eroine e degli eroi risuonano in noi. Non possiamo scegliere chi seguire fra Atena, Afrodite, Ermes o Antigone ma tutte le voci restano in noi riecheggiando la moltitudine whitmaniana: “Do I contradict myself? / Very well then I contradict myself,/ (I am large, I contain multitudes)”. La scelta della narrazione a incastro, permette di scendere in profondità, di scandagliare l’animo umano e dello scrittore, oltre che ampliare le prospettive e le visioni del racconto.

La narrazione di questa Genesi, inoltre, ha un percorso lineare e ascensionale ed interessante sarà, poi, interrogarsi sull’oggetto della creazione. Nella prima giornata si comincia con Gea, Eos, Afrodite, Anfitrite, Medusa, Ifimedia, Amimone: tutte divinità greche femminili, riconducibili all’archetipo del femminile originario che hanno a che fare con la l’acqua, la fecondazione, il desiderio e la metamorfosi. Sono la forza creatrice originaria e trasformativa. La seconda alba porta con sé delle divinità liminali, che invitano a riflettere sui labili confini dell’identità umana: Ermes, Ermafrodito, Tiresia, Tamiri ed Efesto sono figure che incarnano la metamorfosi e ci invitano a riflettere su come l’essere umano cresca e si arricchisca con l’incontro con l’atro, diverso da sé. La terza mattina le visioni del senzatetto portano Atena, Artemide, Atalanta, Marpessa, Aretusa e Persefone. Ci troviamo di nuovo di fronte a delle figure accomunate dall’elemento femminile, profondamente legate agli elementi naturali e al destino. Si tratta, però, di un femminile diverso che rivendica il diritto all’autonomia e alla rinascita.  Nella quarta mattina arrivano Eracle, Prometeo, Pigmalione, Dedalo e Talo: gli eroi dalla forza erculea, che rappresentano il potere creativo e trasformativo dell’uomo, attraverso la forza, la tecnica, l’intelligenza. Ma Conte ci avverte: “Ascoltami, un eroe non è chi compie grandi imprese, ma chi resiste, cocciuto, alla barbarie del mondo.” Nella quinta mattina, ecco che arrivano a coppie Arianna, Teseo, Medea, Giasone, Edipo e Antigone. Ed è l’occasione per riflettere sull’amore di coppia che soffoca, al pari di “Novembre” che rappresenta “il sapere sclerotizzato e scaduto”: lo strutturalismo, la semiologia, la psicoanalisi freudiana, il sociologismo marxista, tutto quello a cui Conte si è ribellato alla fine degli anni Settanta, rivendicando “il diritto di parlare di alberi”, in opposizione a quanto affermato da Brecht. Interessante è l’incontro con Antigone perché genera nel senzatetto, narratore di secondo livello, una reazione unica in tutto il libro. Sinora egli ha sempre ascoltato tutti gli dei parlare sdraiato sulla sabbia, ora si mette in ginocchio, in segno reverenziale, perché ama la sua ribellione e il suo atto di insubordinazione contro il potere gli sembra supremo e necessario. Questa donna che parla, che si ribella, che disobbedisce a una legge iniqua, viene punita ma dona l’esempio a tutte le ragazze che verranno e si rivolge a loro direttamente: “Io obbedisco a leggi più alte e più eterne. È una donna che ti parla, è una donna che si è ribellata, che ha detto no, che ha pagato con la vita la sua disobbedienza. Ho rinunciato a tutto. […] C’era, c’è, qualcosa di più forte dell’affetto e dell’amore, per me. La lotta, la giustizia, la pietà. Ho perso tutto, infelice, figlia di una stirpe infelice. Ma ho dato l’esempio a tutte le ragazze che verranno. Il potere è guerra e sangue, combattetelo, insorgete, mettete le vostre leggi davanti alle sue. Voi potete farlo. Voi, soltanto voi, avete energie per farlo.” L’alba della sesta mattina porta con sé personaggi del ciclo troiano: Enone, Paride, Briseide, Patroclo e Pentesilea. Con loro scopriamo che le vicende della guerra, anche quando portano gloria e fama, arrecano sempre il dolore. L’ultima mattina porta con sé delle figure del ciclo dell’Odissea: Nausicaa, Circe, Calipso, Penelope. Ogni donna ha vissuto e racconta in modo diverso il suo rapporto con Odisseo, punto di riferimento per tutti gli uomini ma da cui Conte si sente in parte diverso: egli non ha mai avuto un’Itaca, mai un Telemaco, mai la sua scaltrezza. Forse in comune hanno avuto la passione per il viaggio, la sete di conoscenza, il mare, l’incontro con diverse donne protagoniste dell’Odissea. La prima, Nausicaa, la giovane “dalle bianche braccia”, che lo ha accolto rispettando le leggi della xenìa; la seconda, Circe, la donna-maga che costringe l’uomo a confrontarsi con la sua natura animale; la terza, Calipso, la donna nasconditrice che invita a riflettere gli uomini sul paradiso e l’immortalità come gabbia spingendo Odisseo a preferire la mortalità e i suoi limiti; infine Penelope, moglie fedele e intelligente, capace di attendere l’uomo che ama senza essere passiva.

In conclusione appare Pan e l’incontro con il dio si rivela un risveglio. Il monologo di Pan ha un tono diverso rispetto alle altre voci, che risultano più narrative. Questo è un inno, un testo lirico che richiama la scrittura di Whitman non solo per i contenuti (la celebrazione dell’io, della molteplicità dell’identità umana, dell’idea di democrazia, di uguaglianza, della amore per la natura, di recupero del corpo e della sessualità) ma anche per la forma (una prosa ritmica vicina al verso libero e lungo whitmaniano che dà la sensazione di ampiezza e di respiro, anafore, ripetizioni, elenchi, paratassi, uso della prima persona, tono celebrativo e profetico). Se Plutarco annunciava la morte di Pan con l’avvento del Cristianesimo, per indicare che la società occidentale predilige la razionalità sull’istinto, la città sulla natura, controlla la spontaneità, il gioco, il sesso, separa il corpo dall’anima, ecco che Conte arriva alla fine del libro a far sentire la voce del dio che ci risveglia e permette a lui, e a noi, di recuperare il gioco, il desiderio, la sessualità, il piacere, la natura, il corpo, il ritmo e, quindi, a questo punto di poter scrivere versi. In Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito Conte, infatti, ci mette davanti non solo alla Genesi del mondo ma a quella del suo poièin, del suo fare poetico. Ci mostra come la sua scrittura nasca partendo dal Caos, “materia inerte e senza forma, tutta buchi e vortici di oscurità pronti ad assorbire e trattenere in sé ogni raggio di luce” fino ad arrivare, attraverso la trasformazione e la metamorfosi, alla nascita di “una stella dalla luce abbagliante […] la stella della sera, Venere”: bella, armoniosa e compiuta. È chiaro l’insegnamento di Nietzsche: “Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante”: i disordini, i dubbi, le sofferenze, le passioni non ancora risolte sono condizioni a volte necessarie per poter generare qualcosa di creativo, di bello e vitale.

Ecco allora la forza risvegliatrice di Pan, che scuote la coscienza addormentata dalle logiche della razionalità, del consumo e della tecnica riportandola al contatto con la natura, con il desiderio e con una dimensione sacra dell’esistenza per aprire le strade alla scrittura della poesia: “Hi man, wake up, ora svegliati e scrivi. Cos’altro sai fare?”

Georg Trakl

 

a cura di Giorgio Stella

Il sonno

Maledetti voi, veleni oscuri,
bianco sonno!
Questo stranissimo giardino
d’alberi crepuscolari
popolato di serpi e di falene,
di ragni, pipistrelli.
L’ombra, straniero, che hai perduta
nel rosso del tramonto:
un truce corsaro
nel salso mar della tristezza.
Sul ciglio della notte
s’alzano a volo uccelli bianchi
sopra crollanti città d’acciaio.

(trad. E. Pocar)

Videointervista a Giulia Fazzi

Il nuovo romanzo di Giulia Fazzi , “Le ragazze sono andate via”, è da poco uscito con Mondadori Editore e ho approfittato per intervistarla sulla sua opera letteraria.
Abbiamo parlato molto dell’ultimo romanzo, ambientato alla fine degli anni ’80 a Modena e incentrato sulle storie di amicizia tra giovani donne molto diverse tra loro ma accomunate dalla difficoltà – ma anche dalla bellezza – di vivere il momento magico della soglia alla vita adulta. Ma anche di Modena come luogo di benpensanti piccolo borghesi, di razzismo padano, di donne/ragazze di serie B (le eroinomani che si prostituivano in quegli anni per farsi, morte ammazzate da un “mostro” che guarda caso non è mai venuto fuori altro che dai giornali).
Ma anche più in generale del corpo della donna come terreno di conflitto, rifacendoci ai suoi precedenti lavori: Giulia ha esordito a suo tempo con Gaffi con “Ferita di guerra” (tradotto in Francia da Gallimard) e poi ancora con “Per il bene di tutti” con Il Saggiatore.

Mi ha fatto piacere e mi ha commosso poter ricordare, tra le tante cose legate alla scrittura di Giulia, anche il ruolo avuto dalla molto compianta Laura Orsi, che aveva a suo tempo invitato Giulia a presentare la sua opera all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma.

Buona visione!

Ricordo del futuro

di Stefanie Golisch

a mio fratello

La tua vita

Un giovane viene arrestato. Sono tempi bui. Viene mandato in un campo dove trascorrerà la sua vita. Al suo rilascio, un vecchio uomo lo fissa nello specchio. Chi è questo uomo? Forse è meglio non porsi questa domanda e piuttosto concentrare i propri pensieri su alcuni imperativi contemporanei.
Conosci te stesso – ma solo entro i limiti di ciò che è consentito. Misura il tuo girovita. Conta le calorie. Renditi conto che basta una sola parola sbagliata e sei fuori dalla compagnia dei benpensanti.
Un resort di lusso per i ricchi nei paesi dei poveri e un posto in un dormitorio per i poveri. Continua a leggere

“Fondovalle” di Marino Magliani

Recensione di Francesco Improta

Marino Magliani, Fondovalle (Casa Editrice Carabba, collana “Corsara”, 2026)

L’ultimo lavoro di Marino Magliani dal titolo decisamente evocativo, Fondovalle, enfatizzato in copertina dal bellissimo acquerello di Lino Pastorelli, dice, ad una attenta lettura, molto più di quanto le poche pagine (96) possano farci immaginare. Si tratta, infatti, di un consuntivo della vita di un uomo e di un artista, spesso cresciuti insieme, com’è naturale che sia e talvolta separati e protesi a inseguire, lungo percorsi diversi, obiettivi differenti. Va premesso che il Fondovalle, cui ci si riferisce, è geograficamente identificabile nella Val Prino dove Marino Magliani è nato nel 1960 e dove ha trascorso la sua adolescenza, maturando un senso di colpa per la propria inadeguatezza a soddisfare le aspettative dei genitori. Ne consegue che il Fondovalle non è soltanto la vallata nell’entroterra d’Imperia, chiusa a settentrione da una spalliera di monti scoscesi, attraversata dal fiume Prino e punteggiata di case, uliveti e frantoi ma è anche il substrato della sua coscienza dove Magliani matura esperienze e consapevolezze che poi trasmette, in qualità di artista, ai suoi personaggi che gliele restituiscono filtrate e arricchite dalla vita autonoma che assumono nella sua narrativa. Continua a leggere

Germania anno 2026

di Stefanie Golisch

Ragione di Stato

Sotto la voce Relazione con Israele, sulla pagina web del governo tedesco, si legge la seguente precisazione: La Germania difende l’esistenza e la sicurezza di Israele. Questo è il fondamento delle relazioni tedesco-israeliane e, come tale, espressione della responsabilità storica del nostro paese: “Questo vale oggi, vale domani e vale per sempre”, afferma il cancelliere Friedrich Merz.
Per lo stato tedesco, la solidarietà incondizionata con Israele equivale a una ragione di Stato, una dottrina che funge da guida morale e che non può, per alcun motivo, essere messa in discussione.
Il termine risale a Machiavelli che lo definisce come un principio assoluto che lo stato si dà e da cui dipende la sua legittimità. Se viene infranto, perde la sua raison d’être. Continua a leggere

Roberto Carifi

 

a cura di Giorgio Stella

Non ti domando nulla, o Dio,
questa è la mia preghiera,
una richiesta che non chiede,
non vuole questo o quello,
solo che tu mi liberi dal mio volere,
che mi abbandoni al Sentiero
dov’è limpido e chiaro
chi non sceglie,
chi non distingue
e non separa dalla notte il giorno
né sopporta che l’ombra
si estingua nella luce
questa è la mia preghiera, o Dio,
che anche la morte mi venga incontro
senza perché, offerta come un fiore.

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 5

 

Quinta pronuncia

L’identità spezzata

L’uomo non ha più il volto dato dalla natura.
Ogni giorno interviene con un’aggiunta, una correzione. Lo compone, lo assembla con materiali instabili. Effettua piccole manutenzioni.
Il risultato finale non è una persona ma una compatibilità con le attese del mondo esterno.
L’uomo, da sempre, è stato una contraddizione vivente, proprio a causa della sua inquietudine: ha sempre portato in sé scarti, parti non coincidenti.
Oggi ritiene che mascherandosi possa avere una completezza, una diversa identità.
Ma c’è nella sua vita un respiro per nulla corrispondente con quanto mostra. C’è un adattamento tenuto insieme con adesivi provvisori, una necessità di essere immediatamente riconoscibile.
L’uomo non sceglie più in base al bene ma in base alla coerenza dell’immagine.
È così che si arriva a quello che possiamo definire un nuovo peccato: l’abbandono della propria interiorità.
Anche la coscienza, per chi ne ha ancora consapevolezza, viene trattata come qualcosa da normalizzare. Da allineare al nuovo credo della società contemporanea, ovvero l’estetica.
In questa situazione la responsabilità umana diventa una rarità e un qualsiasi pentimento improbabile. Perché pentirsi significherebbe dire non sono ciò che ho mostrato; significherebbe incrinare il personaggio che si è costruiti; significherebbe rischiare di perdere l’approvazione.
L’uomo preferisce restare integro davanti agli altri, anche se continua a frantumarsi dentro; preferisce essere credibile e avere coerenza visibile, anche se nulla di ciò che mostra corrisponde al vero.
Tu lo sai, mio Dio, che senza pentimento non c’è ritorno. Senza ritorno non c’è conversione. Purtroppo, stiamo navigando verso una deriva collettiva e sembra che nessuno sia più capace di accorgersene.
Ti prego, mio Dio, fa’ che l’uomo non sia più un funzionamento, fa’ che torni capace di perdere.

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 4

 

Quarta pronuncia

La religione dell’allarme

L’angoscia è l’ordine del mondo, e nel tempo contemporaneo viene vissuto come una vigilia.
Ogni cosa precede qualcos’altro, ogni gesto è preparazione, ogni parola è cautela.
L’uomo è costretto a organizzare il suo ingresso nella vita, perché teme. Perché ha bisogno di mettersi al riparo, di costruirsi una protezione. Paga, perciò, il diritto di esistere.
Ogni giornata viene così riscattata con una quantità di tensione, con una dose di allarme, con un tributo di inquietudine. Continua a leggere

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Lucianna Argentino

Fare luce con la poesia – intervista a Lucianna Argentino

Per comprendere cosa sia la luce bisogna affrontare il buio, soprattutto quello che alberga nelle profondità oscure dell’essere umano, nelle sue paure, nelle contraddizioni. La luce può entrare in maniera “caritatevole” in questi abissi ed illuminare e donare consapevolezza. Per Lucianna Argentino è questa la funzione della poesia: portare luce, stupore e la gioia del dono e della gratitudine.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita? Continua a leggere

Roberto Carifi

Screenshot

a cura di Giorgio Stella

Quaggiù gli inverni ricominciano presto,
e di nuovo le preghiere incontrano il silenzio.
Avrai sentito parlare di questa rovina,
tutto ti apparirà remoto, un’altra storia, un altro tempo.
Lo capisco, Madre, e ti vorrei raggiungere.
Intanto mi sto abituando al silenzio,
ogni giorno mi esercito all’addio.

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 3

 

Terza pronuncia

Non mi spaventa il rumore.
Il mondo ha sempre avuto mercati e piazze, voci che si sovrappongono, richiami, lamenti, feste. Il suono non è mai stato il mio nemico.
Mi spaventa la folla che non ascolta. E non lo dico con disprezzo. Ascoltare presuppone una sospensione, un arretramento dell’io, un piccolo atto di umiltà interiore.
Ormai la folla non è più un insieme di persone ma un dispositivo, un apparato che distribuisce appartenenza e assegna innocenze.
Non c’è più nessuno che chieda perdono, tutti sono alla ricerca del consenso. Non ci si inginocchia più davanti a te, mio Dio, ci si inginocchia davanti alla platea.
La folla non ascolta la coscienza; condanna per non ascoltare la propria colpa, umilia per non vedere la propria vergogna. Vuole santi immediati e colpevoli definitivi. Vuole una separazione netta, semplice, comoda: da una parte i giusti, dall’altra gli indegni. E non si accorge che questa è una teologia falsa, una teologia senza misericordia, una religione rovesciata in cui il bene non salva ma seleziona.
Io lo so che senza ascolto non esiste compassione, che bisogna ascoltare le miserie degli altri senza trasformarle in sentenze.
Lo so che quando la misericordia scompare anche tu, mio Dio, scompari. Perché nessuno più riconosce il tuo volto.
L’ascolto è il primo atto di fede, forse è per questo che oggi sembri morto.
Abbiamo riempito tutto, costruito felicità artificiali per non far entrare la paura, per evitare le sue profondità. Poi abbiamo fatto di peggio, abolendo l’indulgenza come fosse una debolezza. La folla non ascolta più perché non vuole attraversare la vita, vuole scorciatoie morali.
Eppure, io lo so, che la salvezza non è sentirsi dalla parte giusta ma tremare davanti alla propria oscurità. È riconoscere la propria fame di giudizio ed essere capaci di disinnescarla.
Quando la folla concorda c’è una gioia cattiva, perché mette a tacere la verità, la fa sembrare superflua. Vi è un’assoluzione distribuita.
Dammi, mio Dio, questa grazia minima e terribile: fammi somigliare alla comunione, per non essere divorato da questo mondo.

Ciao, Giancarlo

Ciao, Giancarlo

Che tristezza! È morto Giancarlo Consonni, una di quelle presenze meno invadenti ma di maggior peso nell’identità culturale della Milano degli ultimi decenni. All’eccellenza culturale sono state pari le qualità umane, e se a Milano mancherà il docente, l’artista e l’intellettuale, a chi l’ha conosciuto mancherà soprattutto la persona. Il sorriso gentile e lo sguardo buono sono state l’ornamento di una cultura profonda e non esibita, vissuta con l’umiltà del “contadino che fa il professore” e che diventava stimolo a disponibilità e generosità nelle relazioni, sempre umane prima che intellettuali e professionali. Continua a leggere

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 2

 

2ª pronuncia

Hanno insegnato al mio cuore che ogni battito deve produrre qualcosa: un risultato, un contratto, una performance. E allora batte in affanno, rincorre il ritmo generale per non essere escluso.
Il tempo è stato messo in sovraccarico, e il cuore è stato costretto a diventare un apparecchio di compatibilità, a reinstallarsi continuamente aggiornato per rientrare nelle attività richieste dal collettivo.
Ogni pausa viene considerata un guasto. La lentezza scambiata per malattia.
Tu lo sai, mio Dio, che ormai nessuno vuole restare solo, in confidenza con il proprio battito. Abbiamo tutti quanti paura di trovarlo intero e nudo, nella sua necessità di non dirci nulla, di scoprirlo diventato soltanto un metronomo fisiologico. Per questo lo copriamo con suoni, rumori, parole. Per questo non smettiamo mai di riempirlo. Continua a leggere

Tra giorno e sogno. Tre poesie contro la paura.

Il buon vicino

di John Burnside (GB,1955-2024)

In questa via che non conosco, da qualche parte,
in un labirinto di meli e stelle,
un uomo si alza nelle ore piccole, trova un libro
siede alla finestra o al tavolo
per ascoltare la mattina, da solo,
senza nome, spensierato, felice con se stesso.

Non so chi è; non l’ho mai incontrato
al mercato del pesce o in banca,
eppure, lo penso in notti come queste,
solo a casa, con i vicini che dormono
come mosche sonnolenti.

Quell’uomo vede quello che anche io vedo:
la neve in una notte d’inverno; e in estate il cielo.
Egli ascolta voci di uccelli tra le nuvole
e, come un compagno-spirito,
lo spettro nella pioggia, l’ultima ruota
del carro, non c’è veramente,
eppure, in qualche modo, c’è;

lo vedo mettere giù il libro, guardare l’ora,
riempire una pentola di acqua, poi,
improvvisamente, mio buon vicino si dissolve
e diventa un uomo che conosco da sempre:
uno straniero sulla strada del dolore;
marito, padre di famiglia; un uomo ricco,
povero; un ladro. Continua a leggere

Quella cosa

di Fabrizio Centofanti

E’ un albergo sobrio, con ringhiere e serrande verde chiaro, un edificio dove sembra non accada nulla, nella vita. Lo si può vedere da varie angolazioni, e più lo osservi più ti convinci che certamente no, qui non accadrà mai nulla.
I netturbini protestano, vogliono lo stesso trattamento, lo stesso contratto di lavoro. Il clima è teso, violenze, assemblee, sit in e boicottaggi. Continua a leggere

Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità” (2)

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Due estratti

Pp. 243-245

La Venezia che ritrovai nell’estate del 1816 era una nobile decaduta ed esausta, un lemure fatalista. Diciannove anni prima, con il trattato di Campoformio, Napoleone l’aveva ceduta all’Austria. Dopo il congresso di Vienna la provincia veneta era entrata a fare parte del regno Lombardo-Veneto. I veneziani erano pallidi parenti dei loro avi, gente svigorita ma che non rinunciava all’ironia, alla spocchia, al parossismo, al vizio e all’amore per il bel gesto.
Facevo ritorno a Venezia dopo ventinove anni di assenza. Ero conscio che Tuareg ingrassasse la terra da molto tempo, come la vecchia governante e il giardiniere. Ero ansioso di scoprire se Surya fosse ancora in vita, anche se lo ritenevo improbabile giacché avrebbe avuto all’incirca novant’anni, e mi chiedevo se Caterina si fosse presa cura della mia casa oltre che dei suoi figli, di cui mi erano ignoti il numero e l’età.
Ahimè, mi aspettavano due sorprese sgradevoli. Sant’Arian era disabitata e in rovina. Il laboratorio era stato saccheggiato e non c’era traccia dei miei quadri e degli altri miei beni. Il pescatore che mi aveva portato sull’isola si lamentò che al tempo dell’occupazione francese, e ancor prima con la caduta della Repubblica, era accaduto ogni genere di scempio, sia in città sia in laguna, e i gendarmi non avevano potuto evitare i tumulti, le razzie e le devastazioni. Gli chiesi se avesse notizie delle persone che un tempo vivevano lì. Fece spallucce e mormorò una frase che non capii. Insistetti e lui, fissandomi in maniera obliqua, esclamò: «Sior, gnanca el can mena la coa par nienteContinua a leggere