di Kika Bohr
Questa mattina, camminando al parco tra le foglie secche, guardando le meravigliose chiome gialle dei tigli e rosse degli aceri e i rami spogli che spuntano sopra il fogliame, mi sono sentita propensa ad evocare ricordi belli. E improvvisamente mi è venuta in mente la Signora Adele: “Adeladle” come la chiamava la bambina del primo piano. La nostra vicina di pianerottolo Salvagni Adele come stava scritto sulla casella delle lettere. Sulla sua porta in fondo al ballatoio invece non c’era scritto nulla, non c’era il campanello, le persiane sempre chiuse erano foderate con carta di giornale. Per salutarla quand’era in casa si doveva bussare forte perché era un po’ sorda. Ma non era spesso in casa perché andava al parco con la sua borsetta nera, un po’ di rossetto rosa e un cappello di lana a turbante grigio, e si sedeva a guardare la gente che passava.
Quando c’era la festa degli Alpini o la mensa che il Comune allestiva in agosto, proprio al Parco, chiedeva coraggiosamente di poter recuperare il pane o le mele non distribuite. Il lunedì e il giovedì la si vedeva tornare a piccoli passetti veloci dal mercato con enormi borse di frutta o verdura regalatale dai venditori ambulanti. Allora era lei che bussava da noi trionfante (anche se il campanello noi lo avevamo) e dava a me, giovane mamma inesperta, consigli su come cucinare le cose che mi portava: le patate col pane e un po’ di porro per insaporire, o le mele cotte che fanno molto bene alle bambine… Mi piaceva ascoltarla e ci facevamo un caffè, ma a volte dovevo studiare o fare una traduzione urgente e temevo di ferirla mandandola via. Allora, vigliaccamente, lasciavo questo compito a mio marito e mi sentivo, con un po’ di vergogna, come la Shen Te nell’Anima Buona di Sezuan che ha bisogno di un Shui Ta cattivo per poter sopravvivere, ma, diversamente da quella di Brecht che si sdoppia nel ruolo, non riuscivo a farlo da me stessa. Comunque, nelle nostre conversazioni lei mi ha raccontato che era stata cuoca presso i Conti Tal dei Tali, che era originaria del Trentino e che, durante la prima guerra mondiale, lei giovanissima curava i feriti. I soldati la chiamavano “Fräulein”. Infatti “signorina” era rimasta e ne era fiera, ma io preferivo chiamarla “Signora”, vista l’età mi sembrava più rispettoso e lei dopo le prime proteste, lo accettò. A Natale e a Pasqua portava per le bambine vecchi giocattoli (a volte bellissimi!) da riparare. Ci offriva anche fette di torta ricevute nei ritrovi parrocchiali, preziosamente imballate con tovagliolini variopinti sapientemente piegati, a loro volta chiusi in carta di giornale. Notò che portavo i panni alla lavanderia a gettone e ci trovò presso una sua amica che traslocava, una lavatrice e anche un letto matrimoniale rosso fiammante da una piazza e mezzo, che fu provvidenziale quando ospitammo Kevin il nostro amico alto due metri: così finalmente trovò un letto in cui non far sporgere i piedi. Gli anni passarono, le “bambine” non erano più tanto bambine e lei era sempre in piedi dritta come un fuso; l’unico segno di vecchiaia che potevo notare era che per guardare di lato girava tutto il corpo invece di girare semplicemente la testa. Un giorno lei mi disse che non aveva tanta paura di morire ma temeva molto che il suo corpo rimanesse lì, magari in casa, insepolto. Per evitare questo rischio, mi chiese di controllare che almeno una volta al giorno ci si vedesse. Quando non ci si vedeva, lei mi scriveva un bigliettino che infilava nel mio portone di casa: “Sono viva, buonanotte, Adele”; “Oggi vado a letto presto, grazie a domani, Adele S.”; oppure solo “Sono viva, Adele S.”; o anche “Grazie Signora, Adele S.”, sempre firmati. Per più di un anno ho collezionato i suoi preziosi bigliettini che purtroppo sono bruciati qualche anno dopo nell’incendio della mia soffitta (ma questa è un’altra storia). Un giorno è venuta sua nipote da Ginevra a trovarla e l’ha convinta a trasferirsi in una casa di riposo in Trentino. Sembra che quella casa di riposo fosse stata fondata dal nonno della Signora Adele. Una domenica abbiamo fatto, con le ragazze e il cane, un giro in Trentino per andare a trovarla, lei sembrava felice, col suo carattere socievole si dava da fare per aiutare le altre ospiti e ordinò, come se fosse lei la padrona, di fare per noi un buon caffè e una fetta di torta.
