Archivi categoria: Racconti

In famiglia. Un racconto di Francesco Marrone

 

Obelisco di Bitonto

Giunti nel quartiere dei “Santi Medici”, ci sentivamo come dei viaggiatori approdati nella terra madre.
Dinanzi ad un obelisco Carolingio, issato a memoria di una avvenuta apparizione della Madonna Maria Immacolata che lanciava un monito al generale spagnolo, ricordavamo puntualmente il suo miracolo; il capo delle armate nemiche lasciava che la città appena conquistata, non fosse oltraggiata dopo la sanguinosa vittoria sulle truppe franco ungheresi.
Quell’evento sarebbe divenuto memoria di un momento storico avvenuto il 26 maggio del 1734 ad opera della Santa protettrice del nostro paese.
Era sempre quella colonna adornata da enigmatici bassorilievi     tuttora a sorgere severa ed impassibile, su di una moderna piazza; questa scarna e semivuota sembrava prostrarsi dinanzi alla facciata incolore di una basilica pontificia, sorta di recente, mentre l’irremovibile obelisco recava alla sua sommità una maestosa corona.
Dopo aver lambito l’ala a nord di tale piazza, anche oggi svoltavamo ancora più a nord percorrendo stradine dal diametro più esile, ricavate da edifici a due o più piani, costruiti in tutta fretta negli ultimi decenni; giungevamo così a casa dei miei nonni materni.
Ci imbattevamo sovente in delle abitazioni semplici ed umili dalle facciate bianche corredate da piccoli balconi, queste tramite il loro scarno portone ospitavano al loro interno sei diversi nuclei familiari, accomunati dalla loro origine contadina.
Durante le calde giornate delle assolate estati, molti uomini dalla pelle scura su rughe profonde, raggiungevano la frescura della fontana pubblica più vicina da cui attingere l’acqua con cui riempire i propri orci ruvidi ed assetati.
Intanto le mogli nelle loro case indaffarate, consumavano il proprio tempo nell’approntare file di pomodori da essiccare in piani arieggiati in bilico su esili telai, mentre numerosi fichi raccolti e scelti con cura, venivano sottoposti alla cottura del sole ancora cocente, per essere preparati con succo d’uva e foglie di alloro e così sistemati in modo serrato in contenitori di vetro ermeticamente chiusi.

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“Negli occhi di un cane”, un racconto di Alessandro Perotti

NEGLI OCCHI DI UN CANE

Racconto di Alessandro Perotti

Non si è mai sufficientemente pronti. È questo il leitmotiv che rimbomba nella mia testa.
Da quel maledetto lunedì sono trascorse due settimane scarse e la situazione, purtroppo, comincia a delinearsi irrevocabilmente come previsto.

Ho ancora nitida l’immagine del veterinario che scruta il proprio guardaroba mentale per cercare di vestire in maniera accettabile il dolore imminente che è costretto suo malgrado a dare: “No, purtroppo non sono lipomi, sono linfonodi molto ingrossati. Ora prescrivo delle analisi, ma ho abbastanza esperienza per dirvi che… bla bla bla… mi dispiace”. Le ultime due parole, pronunciate in modo sommesso, non avevano bisogno di ulteriori spiegazioni tecniche, erano già una sentenza.
Io e mia moglie usciamo ghiacciati dallo studio, con al guinzaglio il solito Jack. Ci guarda, sfodera il suo sorriso. È sempre entusiasta quando si esce da lì. Bisognerebbe installare due fotocamere negli ambulatori veterinari, una in entrata e una in uscita, sarebbe esilarante fare un raffronto. Il mio Jackie poi, entra con la tipica euforia di un condannato a morte e ne esce con un sorriso ebete che fatica a contenere. Anche se stavolta ci accorgiamo subito che è preoccupato, avverte la nostra tensione e fatica a reggerla.
Quando vivi con un cane impari a conoscere i suoi stati d’animo solo col tempo. Per loro è diverso, capiscono immediatamente il tuo umore, sono attenti ai dettagli. Continua a leggere

Buona fortuna, di Franz Krauspenhaar

Sono settimane che non riesco a ottenere un sonno davvero ristoratore, un sonno di almeno sette/ otto ore per notte.
Se vado a dormire a mezzanotte, di solito mi addormento verso le due/tre del mattino, perché leggo, o scrivo. E poi, con maggior fatica, mi riaddomento e scendo in un sonno più leggero.

In ospedale, nei primi tempi, quando ero al pronto soccorso, la notte facevo incubi tremendi, dell’ orrore.
Una volta ho sognato di dover essere giustiziato in Spagna, in una media città profonda, mi pare del centro nord, (ma non ne sono certo), dove però la gente, cioè i curiosi, spesso anziani e spesso solo fantasmi di ex giustiziati, a turno mi tenevano la mano per donarmi un po’ di coraggio, durante una lentissima parata, legato stretto ai polsi con manette di cotone, ficcato dentro una vecchia camionetta ( del tipo “Fiat Campagnolo” ) e sorvegliato a un palmo di naso da due poliziotti in borghese della Policia National. Continua a leggere

Un racconto da Gli altri vedono il clown di Enrico Grandesso (Campanotto, 2025)

Questi racconti di Enrico Grandesso hanno una sapienza cechoviana. Fulmenei ma eloquenti, lucidi e insime sottilmente ironici. Il minimalismo delle situazioni rappresenta solo un approdo roccioso dal quale aprirsi al mare aperto. Infine, singolare e dunque da rimarcare è la capacità di mettere in relazione dinamica i luoghi con i personaggi. Stazioni, angoli di città e valli interagiscono con efficacia impressionistica con i protagonisti delle storie.

(Pasquale Vitagliano)

da Gli altri vedono il clown di Enrico Grandesso.

Tante cose

Si era svegliata da quel breve riposo quasi di soprassalto: eppure certa dell’immagine di lui che la guardava con il suo sorriso inquieto e dolce, con quegli occhi tra l’azzurro e il verde che nessun pittore avrebbe mai saputo mettere su tela. Gilbert, che aveva sempre saputo spiazzarla nei momenti importanti; il giovane uomo sempre giovane; nella felicità il suo punto di forza. Intanto fuoriusciva puntuale una voce leggera e dura, “allacciare le cinture, signore e signori, stiamo atterrando su Milano”. Un’ora e cinque dalla partenza, c’est vachement bon! I tempi erano rispettati. Un tipo alto, con la barba e un naso da capretto le aveva lanciato una brutta occhiata mentre tornava al suo posto. “Arabi” lo aveva sentito dire, “ammazzarli tutti! Senza pietà”. “Così poi il petrolio ce lo prendiamo noi, cazzarola!” aveva aggiunto uno seduto vicino a lui. “Li scannerei con la scimitarra”. Sapeva di non doverli neppure ascoltare; e il tempo avanzava, più rapido del previsto, dieci giorni dopo quel martedì maledetto. Continua a leggere

Da Malarazza di Emilio Nigro (QED Edizioni, 2024)

Se i personaggi edificanti sono tutti uguali, gli esclusi sono uno diverso dall’altro. Questa constatazione rende intensa e attrattiva la raccolta di racconti Malarazza di Emilio Nigro per Qed, 2024. Lo sguardo dello scugnizzo, l’afonia della follia, i cocci che svelano l’anima, lo scandalo del figlio del sagrestano, le catene inspiegabili dell’amore, e l’amore (ancora più) inspiegabile pe le sue catene, la fiaba finale e fantasmagorica di burattini senza fili.

(Pasquale Vitagliano)

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Il budda che ride

di Kika Bohr


La signora Anna vende bric à brac al mercatino sotto casa mia. Il lunedì piazza la sua bancarella un po’ più distante mentre il giovedì è molto vicina (vicino al senegalese che mi ha venduto il presepe) e posso scorgere quasi tutto quello che ha dalla finestra. Ecco un approssimativo elenco delle cose comprate: un vecchio modellino di Citroën (modello 11 légère) nera, senza cofano anteriore (che mi sono ripromessa di aggiustare ma che non ho ancora fatto), un cestino per la frutta in metallo intrecciato (trovo molto bello il colore metallo/ruggine/azzurrino-verderame) non molto adatto in realtà per la frutta, un vaso per fiori con un orchidea applicata in metallo zincato e una cuccuma stagnata – col suo bel coperchio – che potrei utilizzare se dovessi dipingere qualche natura morta (chi mi conosce dice con una certa ragione che ho sempre delle buone scuse per comprare cianfrusaglie). Continua a leggere

Mauro GERMANI, Reticenze. Nota di Giovanni Nuscis

Mauro GERMANI

RETICENZE

Racconti

Fallone Editore (2024)

 

Le ultime parole

Non voglio più tagliareessere tagliato. Basta. Queste che leggerete sono le mie ultime parole. D’ora in poi mi affiderò al silenzio e non sentirete più la mia voce. Ho compreso, infatti, che è tutto inutile, inutile e pericoloso. Le parole -più che pietre- sono vetri: tagliano e feriscono chi le pronuncia e chi le ascolta. Sono frammenti di specchi acuminati. Continua a leggere

Lorenzo Mari, “In ordine sparso”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Lorenzo Mari, In ordine sparso, Galaad Edizioni, 2023

Mi sono trovato a completare la lettura di questo nuovo libro di Lorenzo Mari – che ho conosciuto anni fa prima di tutto come traduttore del comune amico poeta irlandese Billy Ramsell –  in un periodo di relativa calma, dovuta sia ai fastidi da cambio-stagione, sia a una nuova presa di coscienza interiore in atto in queste settimane. Così, oltre a riuscire ad aver più tempo per leggere (nonostante il lavoro che chiama), sono entrato nello stato mentale giusto per interpretare questa singolare raccolta di racconti che è quasi un concept-book, dato che tutti gli scritti che la formano – pur originariamente pubblicati in sedi diverse – hanno un unico filo conduttore. Ed è proprio questo a collimare con le mie riflessioni di questi giorni.

In ordine sparso raffigura da diverse angolazioni le varie situazioni di vita in un immaginario (ma chissà quanto, poi), paese dal nome “oscurato”, ovvero P***, che già in quanto tale diventa una sorta di simbolo, o di archetipo, della vita di provincia (mi viene quasi da pensarlo come una “Macondo in P-otenza”). È dunque, in qualche modo, un emblema della dimensione del “limite”, del presente sempre uguale a se stesso e proprio per questo, in sé, “pena esistenziale” – se è vero che, come diceva sempre il mio professore d’italiano al liceo, le anime dannate di Dante avevano proprio nell’essere sempre uguale del loro castigo il proprio maggior tormento.

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La signora Flaminia

di Kika Bohr

Un’apparizione nel corridoio piuttosto buio del nostro terzo piano di via Cirillo: la nostra vicina Flaminia. Il suono strascicato delle pantofole e i movimenti lenti di una persona molto robusta che camminava a fatica aiutandosi con un bastone. E improvvisamente nella luce del pianerottolo un viso tondeggiante con un sorrisetto un po’ malizioso dietro occhiali neri assai spessi. Poi, dopo essersi fermata per un istante, ci salutava con la voce roca e con un bel sorriso in gran parte sdentato. Le sue passeggiate giornaliere si erano ridotte a quel corridoio che portava da casa sua al servizio igienico comune dove vuotava il suo pitale. Le mie figlie all’inizio ne avevano una gran paura e anche anni dopo non riuscirono mai a entrare completamente in confidenza con lei, sembrava troppo una strega, molto di più della signora Adele che a volte portava foulard e chignon di capelli bianchi. Lei i capelli, li portava corti, ricci e nerissimi. Sicuramente era abbastanza anziana: aveva una figlia che veniva spesso a prendere il the con lei e un nipote già al lavoro. I componenti di quella famiglia erano allegri, ogni tanto sentivo belle risate venire dal loro bilocale in fondo al corridoio. Usavano metafore popolari come “vado a fare una telefonata” per dire che andavano ai servizi. Continua a leggere

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Dal prossimo romanzo


C’era il problema di una goccia che cadeva con regolarità dallo sciacquone: prima lentamente, poi sempre più veloce. Avevo chiesto più volte all’operaio del Santuario se potesse intervenire, ma diceva di essere occupato in lavori straordinari. Così quella goccia diventava una compagna quotidiana, come stesse lì per ricordare qualcosa: il tempo che scorreva sempre più veloce verso lo scioglimento di ogni nodo, la catastrofe preparata a goccia a goccia, giorno dopo giorno, con la menzogna ripetuta, le giustificazioni inaffidabili, le mille deviazioni possibili dalla Via che è Cristo. Capivo come fosse un segnale necessario per il mondo, e mi adeguavo volentieri al fatto che l’operaio trovasse ogni volta una scusa fantasiosa. Quando Dio vuole parlarti, è un richiamo costante, regolare. Se fa ancora un tentativo, prima dell’apocalisse, non teme di rompere il silenzio. Non si addormenta, non prende sonno il Custode d’Israele.




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Ottavo piano, Ematologia

di Alida Airaghi

Parcheggio la Polo cercando di intuire alla meglio dove si trovino le strisce bianche per terra.
È scuro, ormai, da più di un’ora, e l’aria brumosa della bassa confonde le poche luci dei lampioni coi fanali delle auto. Scendo dalla macchina per controllare se le ruote siano entro i limiti prescritti.
«Ciao» mi fa la voce del tunisino che ogni volta sbuca dal niente a offrirmi i suoi accendini.
«Buon Natale» sorride con tutti i suoi candidissimi denti, scuote il berretto di lana rosso.
«Anche a te» rispondo, e mi cerco nella tasca del cappotto le solite mille lire.
«Non torni a casa per Natale?» gli chiedo, e mi sento subito cretina; chissà se festeggia il Natale in Tunisia e lui, cosa mai dovrebbe festeggiare, poi…
«Dove casa? Dove casa?» ripete sorridendo.
Gli faccio un cenno, che vorrebbe essere di scusa, non solo per la mia stupidità, ma per tutto.
Capisce, sembra voglia suggerirmi che anch’io, forse, non sto tanto meglio di lui.
Passo davanti alla cabina telefonica dove di notte va a dormire: a fianco, per terra, c’è la sua borsa e una coperta.
Attraverso il piazzale deserto, poche sono le automobili in sosta; è una sera particolare, molti malati, quelli meno gravi, sono stati dimessi.
L’atrio dell’ospedale è un po’ più animato: una zingara s’è seduta proprio davanti al presepe e alla cassetta delle offerte, quasi a raddoppiare l’imbarazzo di chi volesse rendere omaggio alla Natività.
Ha anche lei il suo Gesù Bambino in braccio, biondo come nei quadri delle chiese, sporco e addormentato. Continua a leggere

La Signora Adele

di Kika Bohr
Questa mattina, camminando al parco tra le foglie secche, guardando le meravigliose chiome gialle dei tigli e rosse degli aceri e i rami spogli che spuntano sopra il fogliame, mi sono sentita propensa ad evocare ricordi belli. E improvvisamente mi è venuta in mente la Signora Adele: “Adeladle” come la chiamava la bambina del primo piano. La nostra vicina di pianerottolo Salvagni Adele come stava scritto sulla casella delle lettere. Sulla sua porta in fondo al ballatoio invece non c’era scritto nulla, non c’era il campanello, le persiane sempre chiuse erano foderate con carta di giornale. Per salutarla quand’era in casa si doveva bussare forte perché era un po’ sorda. Ma non era spesso in casa perché andava al parco con la sua borsetta nera, un po’ di rossetto rosa e un cappello di lana a turbante grigio, e si sedeva a guardare la gente che passava. Continua a leggere

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“Breve amore”, un racconto di Károly Méhes

Károly Méhes (1965) è nato a Pécs, nella parte meridionale dell’Ungheria. La sua carriera letteraria è iniziata nel 1991 in campo poetico, mentre in seguito è passato ai racconti e ai romanzi. Fino ad oggi ha pubblicato ventuno libri, parallelamente al suo secondo lavoro come giornalista e autore esperto di Formula 1.

Nel 2007, insieme a sua moglie Enik? Kulcsár, ha fondato il “Pécs Writers Program”, oggi parte dello “Hungarian Residence Program”.

Breve amore

di Károly Méhes

(traduzione dall’inglese di Giovanni Agnoloni)

Domenica mattina, il direttore del villaggio turistico venne al nostro tavolo indossando una giacca a quadri e una cravatta, nonostante il caldo soffocante. Su cinque delle sue nove dita luccicavano anelli con pietre di varie dimensioni. Torcendosi le mani, si rivolse a noi – be’, devo correggermi: ad Anyuka – in tono rispettosissimo, chiedendoci se potesse far accomodare in nostra compagnia altri due ospiti che erano inaspettatamente arrivati in quel momento.

Anyuka mi guardò leggermente spaventata, ma io evitai di ricambiare la sua occhiata, per poi ascoltarla mentre rispondeva di sì a bassa voce. Credo che non riuscisse mai a contraddire un uomo in giacca e cravatta. Apuka si vestiva sempre in quel modo. Anche quando guardava le partite di calcio, lui era costantemente “in servizio”, perché un uomo, a suo giudizio, doveva essere sempre pronto per eventuali chiamate, se voleva raggiungere dei risultati. Con quell’atteggiamento, finiva che Apuka veniva ininterrottamente sballottato qua e là dagli altri.

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Clinicamente vivo     

di Riccardo Ferrazzi

Pomiciarono anche alla stazione, incapaci di staccarsi uno dall’altra. Sul treno mostrarono i documenti ai doganieri continuando a guardarsi in viso, come se si scoprissero in ogni momento per la prima volta. Erano universitari che rientravano da una vacanza clandestina.
“Confessa: non ti sei mai divertito tanto.”
Baci, mani sotto le felpe, brevi pause per calmare i bollori. Tra Arnhem e Francoforte lei gli chiese sottovoce:
“Piaciuta l’erba? Valeva la spesa, no?”
Lui scosse la testa. Lei gli mostrò la lingua.
“Va’ là che tra dieci anni sarai uno stimato professionista.”
Lo pizzicò sulle maniglie dell’amore.
“E sarai ancora più grasso.”
A Basilea lui voleva comprare un hot dog. Scoprì di non avere neanche un quattrino. Era convinto di averne ancora, ma il portafogli era vuoto. Tornarono nello scompartimento e non si baciarono più. Continua a leggere

Il fiume e il tempo


di Marcello Comitini

Ricordo tutto della strada percorsa. Ma non ricordo come sia finito sulla sponda di questo fiume in un territorio assolutamente verde. Un verde che luccica di foglie e erbe, tanto fitte le une, tanto alte le altre, insieme a formare una stanza sconfinata con un grande balcone spalancato su un orizzonte verde che ondeggia al fiato dolce del vento. Continua a leggere

Diario di un avvocato di provincia

 

Ius est ars boni et aequi

                                                                                      (Celso, II secolo d.C.)

(A Lola,

mia amorevole compagna di vita)

Introduzione

*   *   *

Eravamo riuniti nella sala curatori del Tribunale … Eh va bè, lo so, ricorda l’inizio di Madame Bovary, ma che ci posso fare, eravamo riuniti lì …  Dicevo, eravamo riuniti nella sala curatori del Tribunale. C’era il Presidente della sezione, in piedi accanto al cancelliere che sedeva alla sua scrivania, davanti al computer. Era un martedì, giornata di ricevimento dei magistrati. Fu un incontro spontaneo, improvvisato, nato da una discussione intorno a una delle ultime, indesiderate riforme legislative. Anch’io ero lì, nascosto, incerto, quale giovane curatore beneficiato di alcuni incarichi minori, per farmi le ossa, nella speranza un giorno di entrare a far parte del gotha dei curatori fallimentari, di quelli cioè destinatari di liquidazioni a cinque zeri. I colleghi avvocati, e i commercialisti, si accalcavano nella stanza: il Presidente aveva preso la parola e bisognava farsi notare. Io invece mi nascondevo sempre di più, timoroso di incrociare gli sguardi degli altri giudici delegati, nel frattempo intervenuti, e di essere coinvolto in una discussione che aveva raggiunto il livello di un convegno, di un corso di alta formazione professionale; il che mi avrebbe creato molto imbarazzo e avrebbe turbato la mia serenità, già minacciata da quell’evento inatteso.

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La signora delle mosche

Il diario di una convivenza inaspettata
Di Monica Mazzitelli

1.
Agosto 2022

Da quando siamo tornati dalle vacanze ci sono tre mosche in casa. Abbiamo provato in vari modi a farle uscire – come sempre facciamo con gli insetti intrappolati tra le nostre mura – ma stavolta non c’è stato verso anzi: non appena apriamo le finestre, loro si rincantucciano qualche metro distante.
Sono tre. Due di grandezza normale e una di taglia piccola. All’inizio pensavo che La Piccola sarebbe cresciuta e diventata come le altre due, nella mia assoluta ignoranza di entomologia, ma poi ho capito che quella era la sua misura, e che sarebbe rimasta tale. La Piccola abita nella nostra cucina, insieme alla Grande Uno. Pensavo fossero mamma e figlia, finché non ho capito che anche La Piccola era adulta. Spesso sono vicine, non paiono essere in competizione. Continua a leggere

“Le partenze” di Mauro Germani

Le partenze

di Mauro Germani

C’è una stazione dove i treni, quando partono, partono a sorpresa. Gli orari sono rigorosamente segreti e le tabelle di marcia vengono compilate secondo criteri sconosciuti e che, nella maggior parte dei casi, sfuggono al normale buon senso.

Le autorità preposte svolgono una vigilanza assai severa affinché nulla venga fatto trapelare.

Gli studi clandestini, che sono stati di volta in volta intrapresi per tentare di comprendere gli oscuri principi che regolano le partenze, non hanno avuto – sino ad oggi – esito alcuno. Proprio per questa ragione, c’è chi afferma che in realtà tutto dipende dal caso e che ogni giorno verrebbero sorteggiati dei bigliettini coi numeri dei treni e i nomi delle rispettive destinazioni.

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Su “Sogni del fiume” di Chandra Candiani

Il fantastico poetico nei Sogni del fiume di Chandra Candiani
di Giorgio Morale

Sogni del fiume è il titolo della raccolta di quindici racconti di Chandra Candiani appena pubblicata da Einaudi, con una bellissima copertina e bellissimi disegni di Rossana Bossù. Per chi conosce la poesia di Chandra Candiani (Io con vestito leggero, Campanotto 2005; La bambina pugile, Einaudi 2014; Bevendo il tè con i morti, Interlinea 2015; Fatti vivo, Einaudi 2017; Vista dalla luna, Salani 2019; La domanda della sete, Einaudi 2020), questi racconti presentano attraverso figure e azioni le stesse emozioni e lo stesso mondo della sua poesia. Continua a leggere

“Libertà” di Beatrice Fiaschi

Un racconto di Beatrice Fiaschi.

LIBERTÀ

Nel nero della notte, a una a una, si accendono sette piccole luci.
Il mio respiro è il loro interruttore: click e un globo caldo, mulinando nelle tenebre, ricava la sua nicchia di fulgore e illumina la notte sin dentro le sue più segrete viscere oniriche.
Quei piccoli globi potrebbero essere lucciole, almeno basandomi su quel vago ricordo che ne conservo di quando ero bambina e mi era concesso attraversare prati e cieli sterrati solo con lo sguardo, dal lucernario della mansarda, sdraiata sul letto della mia cameretta.
La mia fantasia aveva finito con l’assumere la forma squadrata del finestrone, la direzione obliqua del sottotetto e la voce insopportabile della solitudine. Tuttavia è stata l’unica strada attraverso la quale ho da sempre potuto accedere a quella porzione di cielo sopra di me, un mistero che solo con le parole avrei potuto dirimere: le stelle – all’apparenza vicine al punto da poterci scrivere una storia d’amore – erano in realtà distanti anni luce tra loro. Eppure creavano figure, frasi, disegni. Continua a leggere