Un racconto di Beatrice Fiaschi.
LIBERTÀ
Nel nero della notte, a una a una, si accendono sette piccole luci.
Il mio respiro è il loro interruttore: click e un globo caldo, mulinando nelle tenebre, ricava la sua nicchia di fulgore e illumina la notte sin dentro le sue più segrete viscere oniriche.
Quei piccoli globi potrebbero essere lucciole, almeno basandomi su quel vago ricordo che ne conservo di quando ero bambina e mi era concesso attraversare prati e cieli sterrati solo con lo sguardo, dal lucernario della mansarda, sdraiata sul letto della mia cameretta.
La mia fantasia aveva finito con l’assumere la forma squadrata del finestrone, la direzione obliqua del sottotetto e la voce insopportabile della solitudine. Tuttavia è stata l’unica strada attraverso la quale ho da sempre potuto accedere a quella porzione di cielo sopra di me, un mistero che solo con le parole avrei potuto dirimere: le stelle – all’apparenza vicine al punto da poterci scrivere una storia d’amore – erano in realtà distanti anni luce tra loro. Eppure creavano figure, frasi, disegni.Quindi anche per me – puntino di sospensione tra le parole che non riuscivo a pronunciare – ci sarebbe stato prima o poi un disegno di senso.
Persa tra le distanze siderali degli amori impossibili, come creta la mia fantasia è stata modellata a mano, con pazienza, nelle serate senza fine trascorse in solitaria, con l’intento di farle assumere la forma sferica della libertà. Da bambina avevo preso l’abitudine ogni sera di chiudere gli occhi, respirare e immaginarmi librata nel vento della ribellione che mi sospingeva l’anima, finché non venivo assordata dal tonfo della caduta dei miti, ostacolata e avvinta dai fili d’erba di chi mi aveva abbandonata, non capita, ferita ed esclusa, quei fili che provo tuttora a recidere ma che imbrigliano le mie caviglie e mi tirano giù, come tentacoli d’inferno.
Al di là di quello spazio vuoto dove avevo paura di sprofondare se solo non avessi calcolato bene il salto, c’erano sempre le lucciole, ma io non sapevo cosa fossero e cosa volessero da me. La loro luce era troppo intensa per i miei occhi fotofobici, ne venivo accecata e – per paura mi bruciasse le palpebre già gonfie e dolenti – rinunciavo a decifrare cosa tentasse di scrivere, come un S.O.S. nel cielo di cui non possedevo la chiave di decrittazione.
Ora però posso contare quelle lucciole – sono sette, sì, ne sono sicura – e transitano nell’aria di inchiostro per avvicinarsi a me quel tanto che basta a delinearne finalmente il senso: nel sogno non sento alcuna fitta alla congiuntiva quando la loro luce mi avvolge; il mio occhio non è più miope, ma perfettamente in grado di allargare il campo, di spostare il fuoco, di perdere l’urgenza analitica per perdersi in planate d’alta quota, in cieli rarefatti, senza paura.
La parola che scrivono le sette lucciole è libertà, ognuna di loro è un glifo di fuoco che irraggia il mio essere e mi fa star bene.
Ho un vestito rosso, i miei capelli vi ci spiovono sopra come rame fondente.
L’ultima volta che ho indossato un vestito rosso ero solo una bambina, ma nel sogno posso tornare a quel momento, come fosse oggi.
Sì! Finalmente il tempo è tornato a essere un cerchio dove danziamo tutti felici in un girotondo e con le nostre altezze proiettiamo i raggi che andranno a formare la volta sferica della libertà. Mi spingo sulle punte e provo ad afferrare una lucciola che volteggia sulla circonferenza perpetua, impresa impossibile anche in sogno. Sono tanto distanti da me le sette lucciole, almeno come la parola che compongono, eppure se spingo ancora un po’ sui polpacci – se sento i miei muscoli tendersi fino al punto di rottura – ne posso sfiorare una con il palmo della mano e, come fosse di acciaio e venisse attratta dal magnetismo delle mie vene, lascio che segua la traiettoria inscritta dalle mie dita nell’aria, fino a fermarsi a un respiro dalla mia bocca protesa a baciarla, misteriosa creatura. Perché solo baciando l’impermanenza della luce si può fare esperienza autentica del buio: lo so, l’ho sempre saputo e per questo ho anelato a baciare qualunque battito unico e irripetibile, qualunque anima che mi assicurasse di non esserci più già al successivo respiro.
Il mio bacio è un soffio che accarezza dolcemente la lucciola e la scompone in stille, in petali e astri che danzano nell’aria sulle note di un lontano swing.
Creazioni sideree sulla lavagna del cielo i miei desideri ancestrali.
Ritorno a essere quella bambina che coglieva un soffione dal prato dietro la sua casa nelle poche occasioni in cui – a piedi scalzi e di nascosto – aveva potuto camminarci davvero.
Cammino ora come allora in questo prato di libertà che finalmente ho conquistato, con la differenza che nel sogno tutto sembra vero, vicino, non come nella mia infanzia, il più frantumato dei sogni. Sento sotto i miei piedi la terra di cui anche io sono composta, il battito del tamburo nel suo petto e nel mio, le radici che provano a farmi restare, le chiome dei miei capelli che mi permettono di andare, di spennellare il cielo con rivoli rosso fuoco e sensi di colpa che non voglio più domare.
Colgo alla cieca tutti i fiori che nascono al mio passaggio e più ne colgono più ne ricrescono, più ne crescono e più ne esplodono, con i loro colori psichedelici, visibili anche al buio, anche a chi non possiede sfumature. Torno alla meraviglia della me bambina che coglieva un soffione, ne avverto tutta la leggerezza, tutto il pianto, e l’incredulità semplice nel constatare che potesse chiamarsi davvero così quel fiore: soffione – un soffio grande. Respiro e soffio, nel sogno non sono asmatica, quindi mi basta gonfiare il petto e all’emissione di ogni pff corrisponde uno spostamento d’aria potente e sincero che spella il fiore dei suoi petali leggeri: il soffione è anch’esso una sfera di luce, non dissimile dalla lucciola di poco prima, dalle stelle e dalla libertà. I petali volano oltre la mia bocca sospinti da un respiro di ponente e creano pianeti vorticanti, ognuno in orbita sul suo asse a differente velocità, ed è come io intonassi attraverso di loro una melodia viscerale, un accordo perfetto di bianchi e neri, elettroni e protoni, vuoti e pieni, luci e ombre, solitudini e moltitudini.
Il movimento generato dalla liberazione dei petali nell’aria crea spazio vuoto tutto intorno, pace, silenzio, e un grido talmente forte da ridestarmi.
Sono nel mio letto, non mi sono mai spostata da qui, nonostante i chilometri onirici viaggiati. Non sono una bambina, non ho più l’energia per esserlo. Non sono nemmeno una donna però, se non me lo concedo, se ancora sono qui a calcolare la distanza del salto per non cadere.
Sono asmatica, fotosensibile, miope, analitica, impaurita, sola, imprigionata.
Ho sette lucciole dentro di me, fioche, quasi spente. Basterebbe un soffio d’amore perché potessero accendersi lungo il mio corpo, dalla testa ai piedi, cullandomi in un cielo acquoso, in un moto ondoso, lasciando emergere da sotto la mia pelle diafana l’unica parola per cui vale la pena scrivere, vivere, respirare.
Libertà.
