
Ius est ars boni et aequi
(Celso, II secolo d.C.)
(A Lola,
mia amorevole compagna di vita)
Introduzione
* * *
Eravamo riuniti nella sala curatori del Tribunale … Eh va bè, lo so, ricorda l’inizio di Madame Bovary, ma che ci posso fare, eravamo riuniti lì … Dicevo, eravamo riuniti nella sala curatori del Tribunale. C’era il Presidente della sezione, in piedi accanto al cancelliere che sedeva alla sua scrivania, davanti al computer. Era un martedì, giornata di ricevimento dei magistrati. Fu un incontro spontaneo, improvvisato, nato da una discussione intorno a una delle ultime, indesiderate riforme legislative. Anch’io ero lì, nascosto, incerto, quale giovane curatore beneficiato di alcuni incarichi minori, per farmi le ossa, nella speranza un giorno di entrare a far parte del gotha dei curatori fallimentari, di quelli cioè destinatari di liquidazioni a cinque zeri. I colleghi avvocati, e i commercialisti, si accalcavano nella stanza: il Presidente aveva preso la parola e bisognava farsi notare. Io invece mi nascondevo sempre di più, timoroso di incrociare gli sguardi degli altri giudici delegati, nel frattempo intervenuti, e di essere coinvolto in una discussione che aveva raggiunto il livello di un convegno, di un corso di alta formazione professionale; il che mi avrebbe creato molto imbarazzo e avrebbe turbato la mia serenità, già minacciata da quell’evento inatteso.
Il Presidente della sezione era un magistrato mediocre. Stupiscono sempre i magistrati mediocri; sono rari, per la verità, in una categoria composta di solito da giuristi eccellenti (o almeno è così che noi avvocati vogliamo che siano), ma ci sono. Era superficiale, sbrigativo, pasticcione e poco incline all’approfondimento giuridico. Inoltre, parlava un italiano stentato, disadorno, povero che probabilmente la sicurezza e la noia del posto fisso avevano riportato ad una condizione grammaticale pre universitaria, ancestrale, delle origini. Poi, come tutti i presidenti della sezione civile che erano transitati da Trani (chissà perché, forse era una tappa necessaria del loro cursus honorum), aspirava a diventare presidente di uno dei Tribunali della zona, magari più importante come Bari o Foggia. Sicché, più che amministrare la giustizia, faceva politica. Al mattino, giunto in Tribunale, trascorreva un’oretta al bar di fronte in compagnia di funzionari, cancellieri e qualche fortunato curatore entrato nelle sue grazie, a cui offriva un caffè, presumo, o la colazione. Quando scendeva l’elegante scalinata di Palazzo Gadaleta ricordava il prof. dott. Guido Tersilli, nel celebre film di Alberto Sordi[1], seguìto da uno stuolo di ossequiosi leccaculo. Dispensava sorrisi e buon umore, scherzava e stringeva le mani a tutti e se ti cingeva le spalle con il suo abbraccio sembrava, davvero, che volesse occuparsi di te.
Io non avevo mai legato con lui, pur essendomi presentato più di una volta al suo cospetto con tanto di bigliettini da visita, che forse collezionava; ma niente, nessun incarico mi era stato concesso, forse per via di quel mio approccio greve e malinconico alla vita, che in realtà nasconde ironia e sensibilità, ma che contrastava irrimediabilmente con la sua allegra approssimazione e … ci allontanava. Non ne ricordo il motivo, il nesso, ma concluse il suo discorso accennando all’ennesimo magistrato che aveva scritto un libro giallo. Disse tra i denti: “C’è qualcosa …” – alludendo con i gesti, non trovando le parole adatte, ad un possibile collegamento tra i giudici e la letteratura, non so. Io pensai subito a quanti scrittori e letterati avessero fatto studi giuridici. Poi mi vennero in mente Flaubert e il suo Madame Bovary, appunto: “Ogni notaio si porta dentro le macerie di un poeta” e Moravia, di cui avevo letto che “per fare lo scrittore bisogna sposare una donna ricca”, o una cosa del genere. Certo è che per scrivere, o per pensare di scrivere e quindi per starsene lì a riflettere, ad immaginare, a fantasticare, occorre essere sereni; e la serenità è uno stato d’animo che mal si concilia con le rogne logoranti della partita iva e della libera professione. Ci salutammo come altre volte alla fine di quegli incontri. Io cercai di essere simpatico, ma non troppo, brillante, ma non troppo; poi sgusciai fuori dall’aula con la mia discreta irrilevanza.
Era la fine di ottobre e ancora faceva caldo. Chi poteva prendeva il sole sugli scogli del porto o si tuffava in mare. Anch’io avrei potuto farlo, ma non mi andava, anche se l’idea di poterlo fare già mi consolava. Passai il resto della mattinata nei vari uffici del Tribunale, per adempimenti. Ritirai pure una visura catastale in conservatoria. Tornai in studio all’ora di pranzo. Iniziai ad aggiornare l’agenda, ma lasciai stare, era tardi, e rientrai a casa a mangiare qualcosa. Nel pomeriggio avrei controllato e-mail e pec, dato un’occhiata ai miei siti di aggiornamento; avrei inoltre preparato l’udienza del giorno dopo, da remoto o in presenza, e finalmente avrei cominciato a lavorare, sino a sera.
“Gli avvocati lavorano sempre” – mi aveva detto una volta una amica che vive e lavora in una grande città europea. Anch’io ormai sono stato assorbito dalla professione. Se ci penso, mi vedo come un criceto che corre sulla sua ruota, instancabile. Non riesco né a fermarmi, né a scendere. Dev’essere la paura del futuro che, malgrado i miei limiti (la riservatezza, che è sempre antipatica, e l’introversione), mi spinge continuamente ad investire nelle relazioni e a propormi, ad offrirmi appena ne ho l’opportunità. Dopo, di solito, il lavoro arriva sempre ma poi mi manca l’aria perché non ho più tempo per me stesso e per gli altri, e mi viene da piangere perché la vita corre e mi sfugge. Le pagine che seguono sono il resoconto di questi anni di attività. Non sono tanti, ma nemmeno pochi. Le ho scritte, ahimè, quando ho potuto.
Spero vi piacciano.
[1] “Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con la mutua” – 1969 – regia di Luciano Salce
