Marina Petrillo, Indice di immortalità

di Gino Rago

Marina Petrillo, Indice di immortalità, Prometheus Editrice, Milano, 2023

 Non è possibile accostarsi a questo nuovo, recentissimo libro di Marina Petrillo senza ricorrere a quell’armamentario barthesiano incentrato sulla conoscenza dei tre piani del linguaggio scritto. Più precisamente, sulla tripartizione lingua-stile-scrittura che governa la produzione di ogni autrice/autore, nell’atto stesso dello scrivere, così come si presenta ne Il grado zero della scrittura, volume che si apre proprio con la domanda: «Che cos’è la scrittura?»., su cui lo stesso Barthes scrive:

 «[…] tentavo allora di distinguere nel linguaggio scritto tre piani: della lingua, dello stile e infine della scrittura, a cui devolvevo il compito politico e di cui feci lo strumento proprio della responsabilità letteraria…» (E oggi?, introduzione a Il grado zero della scrittura, p. 15).

 Così, se la lingua di un poeta è come una Natura e lo stile va considerato come una sorta di appropriazione soggettiva della lingua, la scrittura assume invece il ruolo di una vera e propria funzione, di un rapporto “tra la creazione e la società”.

 Ma se la lingua e lo stile si collocano al di qua dell’atto di scrivere, in Marina Petrillo la scrittura si avverte come qualcosa che sta al di là del linguaggio scritto.

 Ciò significa che, in sintesi, un’autrice o un autore può elaborare o proporre più di un tipo di scrittura. Ed è il caso di Marina Petrillo quando va da Materia redenta a Indice di immortalità poiché la Petrillo ha coscienza del fatto barthesiano che le «scritture possibili di un dato scrittore si definiscono sotto la pressione della tradizione ma anche della storia […]».

 Sotto tale aspetto, ossia la storia che influenza la scrittura, la Petrillo, senza dichiarazioni esplicite, muove i suoi passi a partire dalla presa d’atto di un fenomeno tipicamente post-moderno: la crisi dell’individuo, ovvero la crisi del senso esistenziale dell’individuo, per cui l’individuo perde ogni riferimento forte in grado di determinarne con sicurezza l’identità, un vortice della contemporaneità in cui l’uomo assiste ad uno sfaldamento e al frammentarsi delle sue certezze, della sua identità, del suo tempo. 

La velocità con la quale la scienza moderna modifica il senso della realtà rende quasi inutile il tentativo di definirsi e di permanere da parte di un qualsiasi significato. In questo clima di crisi del significato permanente, l’uomo, come soggetto cosciente che deve darsi necessariamente un senso stabile, vive irrimediabilmente la sua stessa crisi.

 La forza vera di questa recentissima opera, Indice di immortalità, (bene interpretata da Francesco Solitario, nel suo dotto saggio introduttivo), un misto ben riuscito di prose d’arte e di composizioni poetiche, risiede proprio nella scrittura dell’autrice, una scrittura che chiama il lettore a entrare in ogni parola del libro con una meditazione attiva permanente, giocando così un ruolo creativo non meno importante di quello della stessa autrice. 

Esemplari sono, sotto tale aspetto, questi suoi versi:

La rosa che fiorisce incontro al nulla/ Die Niemandsrose/ Genesi incurabile di fiori morenti/ Ginestra senza nome essiccata al tributo/ degli Dei inferi// Lava giacente su pendici detenebrate/ dall’accecante vortice di luce suprema/ scavata a margine del rosso carminio/ rivivente in feste patronali// Croci simmetriche generate a dottrina/ Tralasciate in sere odorose di ghirlande/ Fascino suadente dell’indocile declino / Sibilato in lodi, del fruscio afone. // Si imprime come creante, il verso/ Duella con i proseliti di altre teologie /Distanzia i vertici in triade sovrana/ al monito//Interdizione in sottile sibilo/ Ferale al sommesso candore/ della prima argilla creante l’essere animato/ destituito tale, dall’incauto passaggio/ad altro status.

Come ci insegna Italo Calvino ne Le città invisibili la scrittura di poesia è «cercare in mezzo all’inferno ciò che non è inferno e farlo durare, e dargli spazio». Ed è ciò che continua a fare Marina Petrillo lungo l’intero suo percorso poetico

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7 pensieri su “Marina Petrillo, Indice di immortalità

  1. Bruno Nicola Rapisarda

    La poesia di Marina Petrillo
    parla con parole che “suonano”
    un ritmo frastico pulsante
    che pizzica le corde dell’anima

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  2. Werther IOTTI

    La poesia di Marina Petrillo è trasformativa ed animica. Solo con l’intelletto si procede nel viaggio interiore di trasformazione proposto dalla Poeta, in linea, con l’opera di Pseudo Dionigi l’Areopagita, per giungere alla soglia del Trascendentale.

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  3. gino rago

    Mi sono riferito anche a una riflessione di Giovanni Reale sul mondo biblico, sull’ampiezza del rapporto tra silenzio e parola e su Le Confessioni di Agostino nello scrivere la sintetica nota di lettura su questo libro di Marina Petrillo.
    Reale sostiene che dopo aver tanto cercato, rincorrendo teorie, discorsi e scuole di pensiero, ma sempre al di fuori di sé, Agostino è sorpreso da una parola interiore. La Parola che lo conduce al silenzio, all’ascolto, e finalmente alla Presenza che lo pone nel riposo interiore.
    Con stupore, e con gioia, Agostino esclama: «Il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in Te».
    Nel colloquio uomo-Dio, dice Reale, troviamo la rivoluzione più grande: nasce il concetto di persona, che non esisteva nell’antichità. La persona è quella che instaura un rapporto dell’Io con un Tu.
    E Marina Petrillo è tra le poche voci poetiche del nostro tempo ad avere notato che mentre i Greci parlavano con la natura ma non avevano risposta, noi parliamo con Dio e ci risponde sempre.

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  4. Marina Petrillo

    La raffinata lettura critica di Gino Rago nel prezioso contesto de “La poesia e lo spirito”, giunge a vivificare il poliedrico rapporto con la scrittura proprio di “indice di immortalità”. La complessità del linguaggio di questa opera poetica, giunge a svelare l’intensità di uno stato coscienziale: idioma non “performativo” ma “trasformativo”, come se i suffissi danzassero, le etimologie svanissero in altra forma e tutto fosse offuscato da una rete neuronale afona di sinapsi (labirinti villiani) potentemente attivata. Tutto viene impresso e de-siderato. De-siderato e impresso. Una mensa eucaristica ideale in cui avviene la trasformazione , il passaggio. Il transito. Transustanziazione linguistica “offerta” alla possibilità di intuire qualcosa che è altro rispetto alla sua matrice. La parola denota, rivela, il proprio significato iniziatico. Svela il limite, l’azione di un sostrato elettivo che condensa in sé ogni stilla: la stravolge, conforta, asseconda in una polisemia linguistica.
    Esiste poi a un tratto, improvviso, il mistero della semplicità, quando, dissipata ogni nube, torna il sole metafisico, la coscienza di un frastuono intimo che infine ha trovato il suo silenzio.

    Essere litania del giorno crea spazi incontrovertibili al reale, eppure gravidi di sostanza eterica. Ciò che non separa, unisce. Indomito, il vento febbricitante di foglie inaugura il suo silenzio. Siamo spettatori di un tardo esodo se, nel restare, e non giacere, si esprime il “mundus novus”.

    Grazie. Marina Petrillo

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  5. Francesco Solitario

    Gino Rago, poeta raffinato e studioso acuto, ha ben compreso, nella sua originale lettura dell’Opera di Marina Petrillo, il cuore stesso di quest’opera e il territorio elettivo in cui, in definitiva e centralmente, si situa: la scrittura, e la sua complessità, per l’individuo e per i suoi rapporti con gli altri e con l’universo tutto. E ce lo conferma in modo chiaro ed esplicito in un suo passaggio: «La forza vera di questa recentissima opera, Indice di immortalità, […] risiede proprio nella scrittura dell’autrice, una scrittura che chiama il lettore a entrare in ogni parola del libro con una meditazione attiva permanente, giocando così un ruolo creativo non meno importante di quello della stessa autrice».
    Gino Rago coglie molto bene come l’opera di Petrillo abbia un registro linguistico talmente ricco e poliedrico che può ricevere diverse letture particolari secondo il “grado” di lettura, anche interiore, dello stesso lettore.
    Ciò detto, riprendiamo un altro passaggio cruciale della lettura di Gino Rago: «Ma se la lingua e lo stile si collocano al di qua dell’atto di scrivere, in Marina Petrillo la scrittura si avverte come qualcosa che sta al di là del linguaggio scritto» e uniamolo a una sottile breve ma bruciante considerazione che leggiamo in un commento di Werther Iotti che coglie con acutezza un altro punto fondamentale dell’Opera di Marina Petrillo: «La poesia di Marina Petrillo è trasformativa e animica. Solo con l’intelletto si procede nel viaggio interiore di trasformazione proposto dal Poeta, in linea, con l’opera di Pseudo Dionigi l’Areopagita, per giungere alla soglia del Trascendentale».
    Uniamo, dunque, le affermazioni di Rago e di Iotti, troppo importanti e decisive, secondo me, per una corretta interpretazione dell’opera di Petrillo, e tentiamo un’altra notazione in compagnia dei due.

    Rago afferma che in Marina Petrillo “la scrittura si avverte come qualcosa che sta al di là del linguaggio scritto”, sì, ma che cosa e dove? Se abbiamo una scrittura che “coglie” qualcosa al di là del linguaggio scritto ovvero di se stesso, come facciamo a coglierla, ovvero con quali strumenti linguistici che tali non possono essere perché al di là del linguaggio, seppure scritto? Se sono tali, strumenti linguistici, sono ancora scrittura, e se vengono colti al di là del linguaggio scritto, che tipo di strumento è?
    Aggiungiamo ora, a tale considerazione, l’affermazione di Iotti secondo cui “solo con l’intelletto si può procedere in quel viaggio di trasformazione interiore auspicato da Petrillo per giungere alla soglia del Trascendentale”.

    Ecco la parola magica, Trascendentale, che Iotti scrive con la maiuscola a indicarne l’importanza, e infatti può aprirci uno squarcio luminoso sull’intero “senso” da dare all’Opera di Petrillo.
    Spesso si fraintende la parola trascendentale e la si coniuga come fosse trascendente, ma potremmo definire Trascendentale come ciò che non è né immanente né trascendente l’esperienza.
    Non è immanente l’esperienza perché non si consuma né si esaurisce solo all’interno dell’esperienza stessa ma la trascende; però non è neppure trascendente l’esperienza in quanto viene di continuo applicata all’esperienza stessa.
    Se, come afferma Iotti, l’Opera di Petrillo ci conduce alle soglie del Trascendentale, inteso come sopra, questo ci consente di confermare l’affermazione di Rago: in Petrillo la scrittura (immanente) si avverte come qualcosa che sta al di là (trascendente) del linguaggio scritto. Ovvero la scrittura è fenomeno che ci porta oltre l’oggetto estetico (nel nostro caso l’Opera poetica) e lo trascende, ma quella trascendenza che si coglie è sostanziata e compresa in quanto oggetto estetico.
    Così il bello trascendentale dell’Opera di Petrillo ci conduce, filosoficamente, ad ammettere che l’esperienza estetica consente un’apertura all’ente in quanto oggetto (estetico) e all’oggetto (estetico) in quanto ente, ma sporgenti attivi sull’apparire dell’Opera. Muovendosi con fare fenomenologico ed ermeneutico, allora si può ritenere che l’estetico “oggetto evidenziato come Opera” pervenga ad una visione eidetica non dedotto metafisicamente, ma che appunto così offrendosi nell’oggetto estetico si dischiuda quasi finestra all’Ulteriore e produca esso una metafisica.

    Ma ciò varrebbe, per l’Opera di Petrillo, se si riuscisse a dimostrare fenomenologicamente e metafisicamente che tale obiettivo, nella sua Opera, fosse, e come, realmente raggiunto.
    Ho cercato di dimostrarlo nella Postfazione a fine raccolta.
    Alla fine della raccolta, a Opera chiusa, completata, Petrillo pone una citazione dello Pseudo Dionigi Areopagita, quasi però a sigillo della stessa intera Opera:

    «La Tenebra diventa
    invisibile alla Luce
    e tanto più
    a una Luce abbondante;
    le conoscenze,
    e tanto più le conoscenze numerose,
    rendono invisibile l’inconoscenza».

    Ricordiamo le parole di Iotti «Solo con l’intelletto si procede nel viaggio interiore di trasformazione proposto dal Poeta, in linea, con l’opera di Pseudo Dionigi l’Areopagita, per giungere alla soglia del Trascendentale». Qui, però, l’intelletto vale solo fino a un certo punto perché la via della trascendenza, nel suo movimento ascensionale porta l’inconoscenza e la tenebra, al di sopra della conoscenza e della luce, perché in tal caso la luce della conoscenza è fonte di agnosia, foss’anche del mistico.
    Sicché si potrebbe dire che “la Luce divina sfugge a chi la tiene”. L’oscurità trascendente di Dio è coperta e velata a ogni luce e da ogni luce e, nello stesso tempo, “nasconde ogni conoscenza”; ma in tal modo l’oscurarsi, l’annebbiarsi, l’appannarsi, la “Caligine”, per Dionigi, potrà diventare lo svelamento di Dio e l’inconoscenza una rivelazione. È lo stesso Dionigi ad affermare che una volta giunti al massimo della negazione più totale «conosciamo senza veli (aperikalyptos) quella inconoscenza che in tutti gli esseri è velata (perikalymmenen) da tutti gli oggetti della conoscenza, e vediamo quella Caligine, superiore a ogni essenza, che è nascosta (apokryptomenon) da tutta la luce che si trova negli esseri» (Pseudo Dionigi Areopagita, Th. Myst., Teologia Mistica, II, 1025B).
    Pure, in verità, la natura divina è al di sopra e al di là di ogni conoscenza e di ogni inconoscenza. Sicché negando le negazioni stesse, in una dialettica apofatica, si spinge Dio (o l’Assoluto) in un luogo di trascendenza sempre più impenetrabile, inaccessibile, inconoscibile, insondabile, inafferrabile, oltre e più ogni affermazione e ogni negazione, ovvero oltre ogni luce e ogni oscurità. Di qui i termini con cui Dionigi designa i caratteri che attribuisce a Dio: hyperphaes e hyperagnostos, ossia “sopramanifesto” e “superinconoscibile”. (De divinis nominibus, I, 5, 593B.)
    Sembra quasi che l’Oscurità voglia essere una sorta di resistenza che Dio pone come scudo e difesa da una completa penetrazione da parte dell’intuizione umana, tanto da far dire a Dionigi che Dio: «ha posto l’Oscurità (skotos) come nascondiglio intorno a sé» proprio come il Salmo 17, 12: «E dispose le tenebre a suo nascondiglio: fu sua tenda intorno a lui l’acqua tenebrosa nelle nuvole dell’aria». Che lo porta a dire ancora, e in modo ancora più chiaro, che: «La divina Caligine è la Luce inaccessibile nella quale si dice che Dio abiti» (Lettera V,1073A.).

    Caligine e oscurità simboleggiano dunque l’impossibilità di cogliere un oggetto, che in realtà è errato persino nominare “oggetto”. I due caratteri di Caligine e Oscurità segnano il confine, il limite imposto alla finitezza dell’uomo dall’infinitezza del suo Creatore. Una distanza incolmabile! Ecco perché Colui che si presenta come sola Luce o “Luce di Luce”, che è superiore sia alla Luce che all’Oscurità, appare come tenebra, come Caligine. Ma tenebra e Caligine ci indicano esattamente il luogo, “la massima oscurità” (en toi skoteinotatoi) della Caligine, ovvero “l’intangibile e invisibile Assoluto” dove si trova «colui che, appartenendo per intero all’Essere Trascendente, non essendo più di nulla, né di sé né di alcun altro, è unito nell’Assolutamente Inconoscibile per cessazione di qualsiasi atto di conoscenza» (Th. Myst., Teologia Mistica, I, 3, 1001A ).
    L’agnosia, dunque, non costituisce e non è una privazione pura e semplice. In una sinfonia in crescendo di apparenti paradossi si scopre che “si conosce al di sopra dell’intelletto per il fatto di non conoscere nulla”; si è “degni di conoscere e di vedere Dio per il fatto stesso di non vedere e di non conoscere”; “l’inconoscenza assoluta secondo la trascendenza è conoscenza di Colui il quale è al di sopra di tutte le cose conosciute”; si “vede e si conosce grazie a un accecamento e a una ignoranza, per il fatto stesso di non vedere e di non conoscere ciò che è al di sopra della visione e della conoscenza”; questo è veramente vedere e conoscere e celebrare al di là dell’essenza Colui che è oltre ogni essenza. E infine che cosa si conosce? Dionigi risponde nella Lettera V: «che Dio è al di là di tutte le cose sensibili e intelligibili» (Cfr. Th. Myst,. I,3, 1001°; Lettera V, 1073A e Lettera I, 1065A.). Ecco il punto dove l’affermazione di Iotti NON può spingersi “solo” con l’intelletto, e l’intelletto deve abbandonare il campo, come afferma Dionigi, «per cessazione di qualsiasi atto di conoscenza».
    Tenebra e Caligine ci indicano esattamente il luogo, “la massima oscurità” (en toi skoteinotatoi) della Caligine, ovvero “l’intangibile e invisibile Assoluto” dove si trova «colui che, appartenendo per intero all’Essere Trascendente, non essendo più di nulla, né di sé né di alcun altro, è unito nell’Assolutamente Inconoscibile per cessazione di qualsiasi atto di conoscenza» (Th. Myst., Teologia Mistica, I, 3, 1001A ).

    * * * * *

    Marina Petrillo, con la citazione dello Pseudo Dionigi posta alla fine della sua raccolta, fuori dalla sua Opera, perché non è un suo testo, ma idealmente e sostanzialmente parte dell’Opera, che anzi vive nel cuore stesso dell’Opera, compie un atto inimmaginabile per un artista: conclude, paradossalmente, con un finale senza-fine, perché la fine è stata resa oscura e cancellata, e si è trascinata con sé l’intera raccolta. Dall’inizio alla fine.
    In Pratica Marina Petrillo ha scritto un’Opera dove coesistono metafisica e poesia, Verità e Bellezza, e alla fine, con la citazione di Dionigi, ci comunica che quell’Opera la distrugge e la oscura totalmente, l’unico modo, paradossale e geniale, di porsi al centro di una operazione Trascendentale, a cavallo tra Immanenza e Trascendenza o, meglio ancora, a cavallo di immanenza e trascendenza. È un’Opera che c’è, pagina dopo pagina di scrittura, eppure non c’è, posta sotto una nube oscura, ma che vive, al di là del linguaggio, del profumo inebriante della trascendenza pura. E ciò conferma, allora, il sentire intuitivo di Gino Rago quando aveva affermato che nell’opera di Marina Petrillo «la scrittura si avverte come qualcosa che sta al di là del linguaggio scritto»! Un’opera che puoi prendere, leggere, meditare, poi chiudi il libro e non c’è più, senti solo la fragranza della Trascendenza, la Presenza dello Spirito, il contatto invisibile col Sacro, e il limitato è assorbito dall’Assoluto. Un’operazione straordinaria, unica, che mi risulti, nella poesia contemporanea.
    Nella “caligine” Trascendentale in cui Petrillo ha gettato infine tutta la sua Opera si può cogliere solo l’indicazione dell’unico modo in cui la Luce, la vera Luce, la Luce della Luce, può essere raggiunta, ottenuta, conquistata una volta abbandonati gli ormeggi della conoscenza e dell’inconoscenza, laddove Verità e Bellezza, in un abbraccio di sacralità, sono Una cosa sola.

    Francesco Solitario

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    1. Marina Petrillo

      Ringrazio infinitamente per la cura e l’attenzione Francesco Solitario; insieme abbiamo percorso i passaggi di questa opera poetica, sino alla sua pubblicazione. Il suo saggio introduttivo e la post fazione circondano simbolicamente la “Torre” che si staglia tra i tempi, Vuoto e Assoluto, abito trascendentale, fucina alchemica in cui poeti e Poesia rivivono alla luce di un “mundus novus” auspicato, gioco trasmutativo del Puer posto a psicopompo del testo.
      La mia gratitudine a Don Fabrizio Centofanti, a Gino Rago e a coloro che hanno arricchito con le loro intuizioni , la lettura critica dell’opera.
      Marina Petrillo

  6. Francesco Varano

    Siamo nella grande critica, di cui ringrazio gli autori e ci troviamo dinanzi a un libro aperto e per questo ” sacro” , perciò passibile di altre ” letture” altrettanto ” magnifiche” . Grazie Marina.

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