Freud e Levinas a confronto. Una riflessione di Danilo di Matteo (con una poesia)

 

Incontri, tra Freud e Levinas

di Danilo Di Matteo

Quante volte ci riferiamo a bravi/e ragazzi/e rovinati/e “dalla cattiva compagnia”! Oppure a uomini o donne sopraffatti/e dal partner; schiacciati/e per lo più psicologicamente, rispetto alle proprie aspirazioni e possibilità, talora – ahinoi, sono situazioni non rare – anche fisicamente. La condizione di animali sociali/socievoli, comunque, ci spinge all’incontro, che, inevitabilmente, è con l’altro/a. Anzi, tendiamo a sottolineare come troppe volte, al giorno d’oggi, tali incontri siano più “virtuali” che “reali” (l’uso delle virgolette è qui legato all’accezione riduttiva ormai attribuita all’aggettivo “virtuale”. Il virtuale, più propriamente, indica il campo del possibile; rappresenta un’estensione del limitato dominio dell’“attuale”, di quel che è qui e ora. Etimologicamente, si tratta della stessa radice di virtù e, per estensione, di forza e, dunque, di vita, vitalità).

Può sembrare quasi, a volte, che l’altro/a rappresenti per noi umani una condanna inevitabile. Sigmund Freud, da vero “maestro del sospetto” (trovo difficile non concordare con Paul Ricœur rispetto ai tre “maestri del sospetto”, Karl Marx, Friedrich Nietzsche e, appunto, Freud), ci aiuta a compiere un passo avanti decisivo: l’altro può turbarci, ridestando tuttavia un angolino assopito che è in noi. Il celeberrimo perturbante. Detto altrimenti, e tenendo presente la trattazione aristotelica della philía, l’altra/o non è per noi (solo) “utile” e/o “piacevole” o sodale nella virtù. Può rappresentare una fonte d’inquietudine, risvegliando le nostre ombre.

Emmanuel Levinas si spinge oltre. L’altro (o l’Altro), l’alterità cessano di venir concepiti in funzione nostra, potendo divenire piuttosto l’inopinato, l’inatteso, l’imprevedibile. L’incontro, così, richiede apertura estrema, disponibilità ad accogliere quel che non comprendiamo, che ci sfugge, che non rientra nei nostri piani o canoni. Una sorta di scacco del déjà-vu, del déjà-vécu o, se vogliamo, del “copione”. Davvero, sartrianamente, gli altri possono rappresentare (anche) l’inferno. E tuttavia… tuttavia l’in-dividuo, oltre che “indivisibile”, è indefinibile. Non è definibile, a mio avviso, neppure come persona, vale a dire come essere umano in relazione con i propri simili. L’altra/o non è rappresentato tanto dal “simile”, infatti, quanto dal “dissimile”. Provare a cogliere la natura dell’alterità vuol dire, dunque, concepirla come radicale alterità.

Da ciò scaturisce il fatto che, affinché ciascuno di noi, affinché il singolo diventi davvero individuo, affinché, perciò, diventi ciò che è, non si può eludere il confronto radicale con l’alterità. Qui è l’essenza dell’incontro. E potremmo pensare anche all’incontro con i viventi non umani o con la natura non vivente. Quali possono essere gli esiti degli incontri, poi? I più diversi, ovviamente: dall’affinità più completa alla sensazione di totale estraneità. Di solito, comunque, tali esiti, sempre provvisori e in divenire, si situano nel mezzo dei due opposti, come i piccoli versi che seguono provano a dirci, rispetto all’incontro erotico-sentimentale. Versi che rendono omaggio a un artista come Pino Daniele.

*

“Anima”

 

“Tutte le volte che parlo di te

mi manca il fiato e non so cos’è”,

“tutte le volte che parlo di te

un nodo in gola io so cos’è”,

congiunti nell’anima

tu e io,

congiunti dalle lacrime i corpi nostri

 

 

 

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