Archivi tag: Romanzo

Elena PIGOZZI, Le sarte di Villarey

 

E’ un romanzo che tocca nel profondo, questo di Elena Pigozzi ambientato ad Ancona tra il 1943 e il 1944.

La storia s’intesse intorno a una vicenda reale: il difficile momento per la popolazione italiana e anconetana dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, con Mussolini liberato dai tedeschi dalla prigionia sul Gran Sasso e posto al comando (sotto il controllo tedesco) della Repubblica sociale di Salò. Ancona, come buona parte dell’Italia, fu occupata dai tedeschi con violenze e deportazioni, e bersagliata da ben centottantaquattro bombardamenti da parte delle forze alleate. Continua a leggere

Marco ATZENI, Le due città. Nota di lettura

Giovanni Nuscis

 

Due mondi: una città dei vivi e una dei morti sullo sfondo di una Sassari ottocentesca. Mondi che s’intrecciano, si confondono, s’appalesano attraverso un singolare personaggio, uno scrivano non più giovane dal passato oscuro e travagliato; doppiamente straniero, per luogo d’origine e per stramberia, manie, autonomia irriducibile, istinto irrefrenabile; ma soprattutto perché dotato di un potere assai speciale: quello di sentire e di vedere i trapassati coi quali dialoga senza timore, e li cerca, li stana, li uccide una seconda volta, in qualche caso, per vendetta o per senso di giustizia. Continua a leggere

Dal nuovo romanzo


L’amore è un mistero, pensavo. Soprattutto l’amore divino, così distante, a volte, dai sentimenti umani, belli e inaffidabili. Il criterio di discernimento era ancora la salvezza, l’istante in cui si prova qualcosa che ti cambia, quando comprendi, senza paura di sbagliare -: ecco, è questo che cercavo. Finché non accade, inseguiamo dettagli secondari, incapaci di riempire il cuore. Cominciavo ad afferrare meglio ciò che i Padri ci raccomandavano: il ricordo di Dio, la memoria dell’amore. Mi tornavano in mente le sensazioni delle mie passeggiate con don Mario, gli scenari che si aprivano una volta per tutte, i colori e i sapori che s’incidevano nell’anima, per formare una riserva di confidenza e intimità a cui attingere non solo nei momenti più difficili. Pensavo: è questa l’arma con cui affrontare l’armagheddon, lo scontro che richiede la forza invincibile di Dio.

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Dal nuovo romanzo

Era il giorno della parasceve. Mi rendo conto che il nostro libro prende sempre più la forma narrante del Vangelo, forse perché è il nostro vangelo, la parola che diventa carne nei fastidi quotidiani, nelle paure sotterranee, nelle contraddizioni che sempre affollano la vita. Forse il Vangelo è vero solo in queste pagine, in questo va e vieni tra il progetto e l’attuazione, tra lo sguardo limpido del Cristo e i nostri occhi assonnati, incapaci di vegliare solo un’ora. Avevamo desiderio della luce, e nello stesso tempo l’ombra ci assediava, come se fosse impossibile vivere se non nell’unione degli opposti, che Cusano ci aveva insegnato nelle sue pagine difficili. Forse la vita è in queste righe che si accavallano e si sommano, nei pensieri che passano per labirinti intricati, perché solo Dio è semplice, come diceva don Mario, e noi siamo discepoli pieni di dubbi e di conflitti da sciogliere nel giardino della risurrezione, nei chiari del bosco di un dono immeritato. Era il giorno della parasceve. La luce che tanto attendevamo sarebbe sorta – ne eravamo sicuri – prima o poi.

 

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Dal prossimo romanzo


C’era il problema di una goccia che cadeva con regolarità dallo sciacquone: prima lentamente, poi sempre più veloce. Avevo chiesto più volte all’operaio del Santuario se potesse intervenire, ma diceva di essere occupato in lavori straordinari. Così quella goccia diventava una compagna quotidiana, come stesse lì per ricordare qualcosa: il tempo che scorreva sempre più veloce verso lo scioglimento di ogni nodo, la catastrofe preparata a goccia a goccia, giorno dopo giorno, con la menzogna ripetuta, le giustificazioni inaffidabili, le mille deviazioni possibili dalla Via che è Cristo. Capivo come fosse un segnale necessario per il mondo, e mi adeguavo volentieri al fatto che l’operaio trovasse ogni volta una scusa fantasiosa. Quando Dio vuole parlarti, è un richiamo costante, regolare. Se fa ancora un tentativo, prima dell’apocalisse, non teme di rompere il silenzio. Non si addormenta, non prende sonno il Custode d’Israele.




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“La lacrima della giovane comunista”, di Giorgio Bona

Recensione di Marco Candida

Giorgio Bona, La lacrima della giovane comunista, (Arkadia Editore, 2022)

Trama semplice e lineare e tono di narrazione pacato ed euristico, che ricorda i migliori narratori, ma la magia di questa perla di Giorgio Bona risiede davvero nel saper evocare in ogni capitolo scenari e cartografie di altri universi narrativi. La lacrima della giovane comunista contiene molteplicità di autori e romanzi e un tal gioco di prestigio a Bona riesce, in fondo, col descriverci in modo pacato, senza voli pindarici, ma puntuale, assai evocativo la città-dio Mosca. Forse questo, sopra ogni altra cosa, ci fa notare La lacrima della giovane comunista: tutti quegli intrecci di spie, quelle oscure faccende politiche, quell’incrociarsi di destini in opere narrative di matrice russo-britannico-americano ci hanno raffigurato nient’altro se non il volto immenso e plurimo di una città come Mosca. Continua a leggere

Daniela RAIMONDI, La casa sull’argine. Nota di lettura di Giovanni Nuscis

Daniela RAIMONDI

LA CASA SULL’ARGINE

La saga della famiglia Casadio

Casa Editrice Nord, 2020

 

E’ un lungo viaggio La casa sull’argine di Daniela Raimondi, saga della famiglia Casadio, dove il tempo vola leggero e si sta col fiato sospeso, emotivamente catturati. Al punto che resta al lettore un sottile dispiacere per il raggiunto capolinea, e un dolce, malinconico affetto e una vaga nostalgia per tutte le esistenze dischiuse e attraversate, coi loro grandi e piccoli accadimenti, le immagini, le molte scene confittesi nella memoria. Continua a leggere

Il merlo ammazzato

di Roberto Plevano

§ Il merlo ammazzato
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Quella mattina, Luca P. ammazzò un merlo con la macchina, mentre portava la figlia a scuola. Assillato dal costante, fastidioso ritardo, che spingeva lui a una guida nervosa e impaziente – ma non per questo più veloce – e la figlia a corse precipitose oltre il cancello e su per le scale, sotto il peso, eccessivo, dello zainetto sulla schiena, impattò con il pennuto a una curva. Ruzzava, il merlo, con un compagno – maschio, perché le femmine son bige, non di quel nero brillante – in mezzo alla strada e si era distratto, appena un secondo di troppo. Stecchito sull’asfalto, le piume lucide e nerissime, il becco giallo, la gola aperta, poche gocce di sangue vermiglio, rossissimo. L’altro uccello al margine della carreggiata, sotto shock, era rimasto attonito davanti all’improvvisa tragedia.
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Attendere

di Roberto Plevano

§ Attendere
Lambretta
Così Luca P. aveva una moto. Cocco di mamma, gliela avranno regalata per avere fatto il minimo di quel che si aspetta: uscire dal liceo. Come se fosse una cosa difficile, un merito speciale. Li conosco IO, i viziatissimi fighetti paraculi del centro… Bella gente, simpatici, sì… come un morso di vipera sulle palle. IO, a sedici anni, ho passato un’estate miserabile a fare il cameriere in pizzeria, da solo, mica mi sono mai aspettato qualcosa dagli altri, o dal cielo. I miei amici? A Jesolo, dietro le tedeschine! Bitte, bitte, Fräulein… Tutto per una Lambretta di quinta o sesta mano, che neanche Mandrake ci avrebbe rimorchiato, con quella.
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Daniele Del Giudice

di Roberto Plevano

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§ Daniele Del Giudice

Lo stadio di Wimbledon uscì nel 1983. Di Italo Calvino la quarta di copertina – una specie di biglietto da visita di un libro, quindi l’unica indicazione di cui disponeva il potenziale acquirente in libreria davanti a quest’opera prima. Scrisse di “un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate”, per cui “la «carta di Mercatore» è una delle immagini-chiave”. Non per fare le pulci a Calvino, ma il matematico e cartografo fiammingo Geert De Kremer, latinizzato in Gerardus Mercator secondo l’uso rinascimentale, pubblicò il suo planisfero nel 1569, e quindi si fa un po’ fatica a prenderlo come emblema di novità.
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Il buco nell’acqua

di
Roberto Plevano
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§ Il buco nell’acqua

Remy indossa un giubbotto di sicurezza arancione, guanti da lavoro e un casco con lo stemma del Comune. Sotto il sole di giugno, il colore stacca sul verde del prato, è un’anomalia che cattura lo sguardo. Remy usa il decespugliatore con paziente competenza, rifinisce il taglio dell’erba lungo i viottoli, intorno alle aiuole e ai tronchi. È attento a non sollevare troppa polvere, a non scagliare dappertutto pietrisco e cacche di cani. Nessuno sembra fare caso, come se fosse invisibile. Finita una porzione del prato, si prende una pausa. Si stende all’ombra di un cespuglio e alza gli occhi al cielo.

«Sotto sole, un’ora, cinque minuti» dice indicando l’orologio. Fa una breve telefonata e lo vedo sorridere al qualcuno con cui parla. Mette in tasca il telefono e mi saluta, ma con me tiene il viso serio.
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Giacomo Sartori, Sono Dio

di
Roberto Plevano
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Sono citazioni impegnative, quelle che Giacomo Sartori pone in esergo al suo ultimo romanzo, Sono Dio (Enne Enne Editore, Milano, 2016). Leopardi, Carl G. Jung e due filosofi francesi contemporanei, non notissimi in Italia, Marcel Gauchet e Frédéric Lenoir, danno un compendio per cenni del discorso della modernità su Dio: l’eclisse del sacro, la secolarizzazione, il disincanto.

Temi spinosi, dal punto di vista limitato e parziale del genere umano. Dal punto di vista però dell’eterno e dell’infinito, cioè Dio, il Dio della rivelazione monoteista semitica, che è totalità delle totalità, e creatore onnipotente, sono quisquilie, trascurabili rognette di una porzione minuscola del creato, che non pare nemmeno proprio ben riuscita, e sarà presto annichilita, così informa il narratore, che, superfluo dirlo, è un narratore onnisciente – come potrebbe essere altrimenti?
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Il portacenere

di
Roberto Plevano
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§ Il portacenere

Anna fumava come un camino. Fumava come una ciminiera. In quel mezzo pomeriggio che passò di fronte a lei, Luca fece silenziosamente un conto approssimato di una trentina di sigarette. Per ogni santo giorno, erano quasi due pacchetti, MS o Camel, aperti e consumati in ripetitiva compulsione. Accendere e non far nemmeno caso all’inalazione.

E occorreva aggiungere le sigarette che lei rollava con perizia, da bustine di tabacco marca Samson e Drum. Era un piccolo rito artigianale – estrazione cartina, apertura bustina, presa della dose di tabacco, disposizione della dose sul risvolto della bustina aperta, controllo del giusto grado di umidità dei polpastrelli di indici e pollici, meticolosa confezione di un cilindretto regolare, leccatina sulla striscia adesiva, sigillatura, rifinitura con asportazione del tabacco eccedente alle estremità, breve attesa per l’asciugatura, accensione – che eccedeva il computo delle anonime sigarette industriali e per cui ci voleva almeno una sosta e un ripiano. Un intermezzo quindi di quiete in un’altrimenti incessante movimento interiore di cerebro, e poi di polmoni, labbra, dita. Rollando le sigarette, Anna socchiudeva gli occhi. Solennità e automatismo della cerimonia.
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Il commento

di
Roberto Plevano
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§ Il commento

Lunedì vado finalmente a visitare l’amico che non ci si riesce mai a vedere, quello che ha seguito i passi del padre e si è accomodato, con occasionali mugugni e genuino compiacimento di sé, dietro la scrivania, nella prassi e identità di imprenditore. Mi mostra i capannoni – un quaranta anni fa qui c’erano campi a perdita d’occho e sull’orizzonte si stagliavano soltanto i campanili dei paesi –, la macchine delle linee di produzione, pile di bobine nei magazzini, parla di fatturato, di crescita, di personale soprattutto: snocciola numeri importanti. I suoi capannoni non sono scatole vuote, c’è gente che viene a lavorare ogni mattina, con i turni anche di sera, famiglie intere hanno un reddito. Ma non è tutto oro quello che luccica, non è soltanto virtù salvifica del sudore e del lavoro, questo lo so da me. Senza addentrarsi in considerazioni generali, so che la crescita di fatturato è stato un passo obbligato per minimizzare perdite pesanti di un investimento sbagliato, un errore che gli rode, tanto che ne parla poco, lui che ama parlare; e per buona sorte, questo passo gli è stato possibile.

Con un giorno del suo fatturato ci vivrei comodamente per anni, eppure lui dice: tu non hai problemi, la tua vita tranquilla, qui appena ti muovi ti saltano addosso, è un assedio continuo. Escludo a priori che dietro alcune occhiate di sottecchi che mi lancia ci sia un sentimento – vaghissimo, eh? – di invidia, invidia in senso buono si intende. Dalle mie parti, con redditi come il mio, c’è poco da invidiare, mi punge il sospetto di essere una specie di fallito, uno sfigato… discorso lungo, la sfiga è una categoria dello spirito che tocca il genere umano, come il peccato originale, come il fato eschileo, come le idee platoniche. Come l’IO cartesiano. Ci si rispecchia, nello sfigato, lo si teme.

Non gli dico niente, annuisco con aria seria, come a dire, eh, ti capisco, comprendo il tuo fardello di imprenditore.
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Il terreno morale

di
Roberto Plevano
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§ Il terreno morale

Mio nonno ha fatto la campagna d’Africa. Che state a pensare? Che ha levato in alto le insegne, il ferro, il cuore, a salutare dopo quindici secoli la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma? No, niente di tutto questo, mio nonno era un uomo con la testa salda sulle spalle, partì per l’Africa, ufficiale medico alpino, spinto da un senso (accezione 2) di cameratismo per i suoi commilitoni, mica perché qualcuno canticchiò di tirare diritto, e fare quel che è detto e scritto (la retorica dell’epoca, i piccolo-borghesi tirano dentro la pancetta e gonfiano il petto). Presto capì quello che era evidente, e prese la sua parte: dal ’43 fu a fianco del suo amico “Maurizio”, Ferruccio Parri. Al funerale di mio nonno, la prima corona fu portata dall’ANPI. C’è da essere orgoglioso della mia famiglia.
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IO

di
Roberto Plevano
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§ IO

Ecco la parola più difficile da definire, a dispetto della sua brevità, tanto che non se ne dà qui, in queste pagine, alcuna voce di vocabolario: occuperebbe l’intero libro, e molti altri ancora.

Per limitarci alle lingue indoeuropee: IO ME ICH SELBST IK JAG JE MOI I SELF YO EU JA EGO EGOMET ecc. ecc.

Trattasi di pronome con cui l’essere umano designa se stesso: il significato varia con le infinite idee che gli esseri umani hanno di se stessi. L’univocazione è impossibile: il pronome viene predicato da esperienze diverse, ma non sempre si usa lo scrupolo di distinguere: «IO sono un cittadino che paga le tasse», «IO sono innamorato», «IO sono un animale che pensa» (l’ultima frase è il giudizio di un ottimista).

In seno alla civiltà del libro, il riferirsi a se stesso dell’essere umano è diventato la sua definizione, in un’autoreferenzialità paradossale. L’analisi critica di questo riferimento finisce col contraddire pressoché tutte le credenze che gli esseri umani intrattengono su loro stessi, le relazioni tra loro, il loro posto e destino nel mondo che abitano.

Ma non sono questi tempi propensi all’analisi critica.

«IO sono qualche cosa? E che cosa sono?»

«IO sono IO, e che altro?»
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Giorgio Agamben

di
Roberto Plevano
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toccato da un angelo…

§ Giorgio Agamben

Luca P. vide per la prima volta Anna G. a una conferenza di Giorgio Agamben.

Si dovrebbe forse dire che Luca e Anna si incontrarono dopo l’applauso finale del partecipe pubblico di studenti – Giorgio Agamben è un docente prestigioso ed efficace, vale a dire comunicativo e profondo, e tenne quella conferenza quando aveva passato da poco i quarant’anni, che per gli uomini di lettere è un’età generalmente molto produttiva. Si presentava quindi con la giusta mescolanza di autorevolezza, eccellenza intellettuale e non eccessiva distanza anagrafica –, e appena fuori dalla sala conferenze; ma il valore corrente di questo termine, incontrarsi, che connota lo stabilire rapporti tra persone, amichevoli od ostili che siano, e quindi un intero mondo di relazioni sociali, non è una buona descrizione dei fatti successivi a quella conferenza.

Infatti Luca e Anna non si incontrarono mai davvero.
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I risvolti profetici di un libro

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(Sarban, Il richiamo del corno, traduzione di Roberto Colajanni, Adelphi, pagine 191,18 euro)

John William Wall, conosciuto come scrittore con lo pseudonimo di Sarban, è stato un diplomatico inglese. Ha pubblicato in vita due raccolte di racconti e un romanzo.

Adelphi riscopre e manda in libreria Il richiamo del corno, un romanzo ucronico e distopico diventato un libro di culto per tutti gli appassionati del genere. Il libro fu pubblicato nel 1952 e alla sua uscita fece subito discutere.

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Dreadlock. Segni particolari: universitario fuori sede a Bologna. Supereroe

di: Guido Tedoldi

Recensione a «Dreadlock», romanzo di Jacopo Nacci, 2011, Editrice Zona, pp. 70, scaricabile gratuitamente in forma digitale dal sito web dell’autore http://www.Yattaran.com

Di questo romanzo scrivo oggi, fine 2013, anche se è stato fissato dall’autore e dall’editore nel 2011. Ma il fatto che sia anche un file scaricabile non lo fa invecchiare. Si può recuperare in ogni momento, senza richiederlo a qualche libraio che lo deve richiedere alla casa editrice che deve vedere se ce l’ha in magazzino oppure decidere che le valga la pena ristamparlo… Bisognerà abituarsi a situazioni di questo genere. Recensioni di libri usciti più di 2 giorni fa, e però ancora perfettamente rintracciabili. È l’editoria ai tempi di internet («bellezza. E tu non puoi farci niente», direbbe Humphrey Bogart).

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Quegli anni maledetti – Franz Krauspenhaar Le monetine del Raphael, Gaffi editore.

di Giorgio Simoni

Franz Krauspenhaar è un toro da monta letteraria. Queste sono le parole che mi sono rimbalzate nella testa durante la lettura di Le monetine del Raphaël, ultima fatica dello scrittore pubblicata da Gaffi editore. Kraupenhaar snocciola frasi che colpiscono come una gragnola del Carlos Monzon dei bei tempi; toglie il fiato, gonfia gli occhi di stupore e rabbia, fa vibrare i polsi: insomma c’è poco da fare i damerini, le pagine del romanzo grondano letteratura, signori. Di quella sopraffina, che ti sbatte sotto gli occhi tanto le scopate furibonde quanto le peggiori stragi dei nostri anni plumbei, che al Robert Palmer cantore plastificato e patinato, sbronzo sboccante come un beone all’ultimo stadio nella ramazzottiana Milano da bere, affianca la scelta irreversibile, per certi versi drammatica, del protagonista – Fabio Bucchi – di lasciare il suo comodo posto impiegatizio in una ?fabbrichetta” dell’hinterland per votarsi definitivamente all’Arte, quella con la A maiuscola. Continua a leggere