Archivi categoria: Roberto Plevano

Giacomo Sartori. Anatomia della battaglia

di Roberto Plevano

“Carissimo padre,
di recente mi hai chiesto per qual motivo sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti, in parte proprio per la paura che mi incuti, in parte perché motivare tale paura richiederebbe troppi dettagli per poterli esporre a voce con una certa coerenza.”

Nell’autunno del 2019 Franz Kafka inizia a redarre un testo nella forma di lettera al padre Hermann, commerciante di un certo successo in mercerie e articoli di moda. Il testo non arrivò mai al suo apparente destinatario; a leggerlo con attenzione sembra più un’articolazione dell’opera letteraria di Franz che un documento meramente autobiografico. Trattandosi di Kafka, è un’osservazione scontata, come lo sarebbe di molti autori la corrispondenza dei quali mai è mera faccenda privata, anzi entra a pieno titolo nel corpo della loro opera. L’opera tuttavia – è questa la cosa importante – non può davvero essere letta e interpretata a partire dai dati biografici. Le relazioni personali e sociali di cui si racconta, insomma, talvolta anche negli epistolari più privati, sono costruite più su fantasia e talento del narratore che sull’aderenza a un certo vissuto. Può capitare che rispetto al dato biografico – e soltanto rispetto ad esso – siano esagerazioni, omissioni, invenzioni, patenti menzogne. Memories that become monstrous lies, canta Nick Cave. Continua a leggere

Riccardo Ferrazzi. Modus in rebus

di Roberto Plevano

Il nostro amico Fabrizio Centofanti ci ha tenuto a dire che Questo romanzo ha un’anima. Detto da chi di anime se ne intende, il giudizio segnala una qualità ormai rara nel panorama della narrativa italiana: l’autenticità che deriva dal saper mettere giù per iscritto, senza comodi trucchi, un quadro di vita, una forma, un tono – in una parola impegnativa, una voce – della variegata esperienza del mondo, di studio, lavoro, amicizie, del romanziere Ferrazzi, e di lì costruire un romanzo che parla onestamente al lettore, e, come direbbe Tiziano Scarpa, gli dice la verità. Ecco che l’atipico noir di Ferrazzi diventa esercizio di responsabilità intellettuale.

Inizia come un noir, Modus in rebus di Riccardo Ferrazzi (Morellini Editore, 2023), con la secchezza e la perentorietà delle tinte della meseta castigliana arroventata sotto un sole che cala giù come un maglio, inaridisce l’erba prima che cresca, una luce a cui è impossibile sottrarsi, e che, si scoprirà, è il contrappunto a una trama di oscuri misteri. In questo panorama viaggia, pensa, parla il protagonista, Vittorio Fabbri, un giovane professionista milanese che per lavoro da Madrid raggiunge Salamanca, città di antiche pietre e più antichi studi.
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Un mondo nuovo (III)

di Roberto Plevano

Non c’è docente che rinunci a fare confronti fra il suo lavoro di qualche anno fa (la memoria ormai si stratifica; l’età media dei docenti italiani è la più alta d’Europa, più della metà hanno passato i 50 anni, siamo Matusalemme inchiodati alle cattedre, in intrepida sfida ai principi della buona pedagogia, e del buon senso) e quello che si arrangia a fare oggi. È vero che le condizioni, diciamo ambientali, del lavoro didattico sono peggiorate: agli stipendi mortificanti di sempre si sono aggiunti adempimenti burocratici, predisposizione di interminabile documentazione per casi particolari, rigida rendicontazione di attività e aggiornamenti, abusi e ottusità dei dirigenti, ma credo che sia lo stesso per molte categorie professionali.
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Un mondo nuovo (II)

di Roberto Plevano

Certi giorni ho l’impressione di essere su un treno che corre rapido verso un ponte crollato. Si sa che ci vuole tempo e spazio per fermarlo, ma non si capisce bene chi è ai comandi, nessuno sa quale sia la leva del freno, ammettendo pure che ce ne sia una (non c’è, o non è stata finora trovata), tutti, o quasi tutti, pensano alle loro faccende personali e di famiglia, e che in qualche modo se la caveranno. Dopotutto, gli esseri umani attualmente viventi se la sono comunque cavata, fino a oggi, anzi, fino a ieri. Il treno accelera, le porte sono sbarrate.

(Fuor di metafora – e dàgli con gli stilemi della civiltà del libro, le convoluzioni del pensiero sono costrette da molti ceppi – il ponte crollato è il mondo di ieri, e il mondo di ieri, così esplorabile e disponibile alle umane necessità, se pure in modi e gradi diversi, potrebbe essere, di qui a poco, l’unico mondo che la specie umana ha abitato, prima di annientare sé stessa.)
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Un mondo nuovo (I)

di Roberto Plevano

Ultima settimana di ottobre, rallegrata da temperature miti, al di sopra delle medie di appena qualche anno fa, anzi, piuttosto alte, anzi, per nulla miti: sono temperature spaventose, alterazioni dei cicli termici dell’Olocene (l’epoca geologica in cui ci troviamo, iniziata con la fine dell’ultima glaciazione, all’incirca 10000-11000 anni fa), segno di scenari catastrofici.
Pare però che nessuno si faccia prendere dal panico, al di là della quota di preoccupazione, quando c’è, condivisa con climatologi ed esperti, sempre più sconsolati.

Sono ormai quasi cinquant’anni che si accumulano evidenze del nesso tra attività umane e riscaldamento globale.
Trent’anni fa si apriva il negoziato della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change) con lo scopo di stabilire un tetto di emissioni dei gas serra.
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Francesco Forlani. L’estate corsa

di Roberto Plevano

Francesco Forlani si presenta come un dandy cosmopolita tra Parigi e Napoli, spazi geografici e sentimentali – e tanti sono i legami sotterranei, elusivi, imprevedibili, che si stringono tra le due capitali –, ma il suo lavoro di scrittore è assai lontano da un cliché di decadentismo.

La prosa sciolta, accattivante, è il prodotto di un progetto di radicale integrità del narrare, debitamente esposto nella citazione di Giambattista Vico in esergo al suo ultimo romanzo, L’estate corsa (Felici Editore, 2021) e compiutamente eseguito: in forza d’una corpolentissima fantasia, i primi uomini delle nazioni gentili, come fanciulli del nascente gener umano, fingendo criavano le cose, onde furon detti «poeti», che lo stesso in greco suona creatori. Questa natura criativa della finzione (narrativa) era ben chiara agli antichi. Una citazione di Tacito funge un po’ da guida intellettuale del protagonista del racconto, Frank, uno scrittore (verrebbe da dire, come tutti, ma Frank pare davvero un bravo scrittore, come pochi quindi): fingunt simul creduntque, “credevano in ciò che avevano appena immaginato”.

Queste serie premesse teoriche non introducono tuttavia un romanzo accademico e libresco. La storia che Forlani racconta ha piglio, inventiva, ritmo; le coordinate culturali, umanisticamente solidissime, sono il telaio su cui Forlani tesse una narrazione che potrebbe farsi tra le piacevolezze di un gruppo di amici intorno a un tavolo, buon cibo e ottimi vini.
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Veronica Tomassini. Vodka siberiana. Lettere epiche e alticce

di Roberto Plevano

Un’idea molto tenace fa del libro un’estensione della personalità dell’autore, un’espressione autentica, in un certo modo veridica e definitiva, anche quando la finzione è massima, dell’essere stesso di chi scrive. 

Io credo che un libro sia invece qualcosa di più di un’impresa individuale. Oltre all’autore, vi concorre una pluralità di attori, che trasformano un elaborato privato in libro, che è un fatto pubblico. Il vaglio di una casa editrice che abbia un qualche credito, la selezione, l’editing, i consigli, il blurb, la pubblicazione insomma, e poi il lancio, la trafila delle presentazioni, la promozione, le recensioni, i premi, costituiscono la prima dimensione sociale del libro. Seguono poi i lettori, che sono la vera ragion d’essere del libro. Per questo mi sono tenuto lontano dalla cosiddetta “editoria” a pagamento, anche se i casi possono essere vari e tanti e il confine tra un editore non a pagamento e uno che vende i suoi “servizi” non sempre è definito.  

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Giacomo Sartori. Baco

di Roberto Plevano


Giacomo Sartori ci racconta un’altra storia.

Non bisogna credere troppo a quello che Sartori dice e mostra di sé (basta crederci soltanto un poco): che è scrittore e agronomo, che vive tra Trento e Parigi, che ha gli occhiali, insomma le determinazioni di spazio tempo occupazione figura che disegnerebbero le linee di un profilo umano: queste sono cose che si dicono, e si mettono sulle quarte di copertina, così, per decorazione.

No, lui è in primo luogo un raccontatore: afferra storie, le piglia, le mette giù per iscritto e le pubblica. E deve essere fedele alle storie che acchiappa, mica gli è concesso di fare voli di fantasia, di inventare (che è sempre un falsificare). Lui alle storie si attiene in tutti i dettagli essenziali, e le conduce dove devono concludere. Non dice frottole. Sartori è un professionista serio.
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Richard Powers, Il sussurro del mondo. Conversazione su letteratura e vita vegetale

di Roberto Plevano

Richard Powers, 62 anni, scrittore statunitense, ha vinto nel 2019 il Premio Pulitzer per la narrativa col suo dodicesimo romanzo, Il sussurro del mondo (ed. La Nave di Teseo), che racconta, in modo assai originale, di esseri umani, di piante e dell’intima e necessaria relazione tra queste vite. L’opera si inserisce prepotentemente nel grande fiume della letteratura nordamerica. Lo abbiamo incontrato al Teatro Olimpico di Vicenza.

Il suo libro è più di un’esperienza narrativa, invita il lettore a una prospettiva nuova sulle cose e sul tempo della vita. Ne era consapevole mentre lo stava scrivendo?

Sono un po’ cauto con l’idea che nel libro ci sia qualcosa di nuovo o di rivoluzionario. Comprendo che sia andato oltre il consueto accordo di narrativa interpersonale, ove vi è un dramma psicologico o sociologico, ecc. Ho messo in scena importanti personaggi – lo sono a pieno titolo – che non sono umani e tuttavia agiscono e hanno un ruolo indispensabile nella trama. Questo potrà sembrare a prima vista strano, ma, più che un libro rivoluzionario, preferisco pensarlo come un’opera che recupera. Dobbiamo ricordare che nella maggior parte della letteratura mondiale, nel corso della storia umana, porre personaggi non umani nelle storie non sarebbe stato rivoluzionario, ma del tutto normale. Quando stavo lavorando al libro – questo è il mio dodicesimo romanzo, ho scritto per un terzo di secolo lavori più tradizionali, con preoccupazioni letterarie più tradizionali – ci ho messo del tempo a liberarmi dal presupposto che il significato sia proprio dei personaggi umani, interno ad essi. Non è così: il significato è esterno. Le nostre storie si fanno più drammatiche quando arriviamo a un conflitto: gli esseri umani vogliono qualcosa che il mondo permette o meno. E proprio cercando di fare i conti con questo presupposto delle storie tradizionali, se c’è qualcosa di nuovo nel mio libro, non è una rielaborazione di vecchi schemi, non è ex nihilo, è una ri-creazione piuttosto che una rivoluzione.
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popolo – Popolo

di Roberto Plevano

Prendo spunto dall’editorialino sul Corriere di domenica 17 febbraio di Beppe Severgnini sulla brutale aggressione ai danni di Alain Finkielkraut nel corso di una protesta di gilets jaunes a Parigi. Severgnini osserva, credo giustamente, che il carattere antisemita della violenza («sale juif!», tra gli insulti urlati a pochi metri) va di pari passo allo stolido attribuirsi, da parte della folla rabbiosa, non tanto la rappresentanza, ma l’integrale identità della nazione francese: «la France elle est à nous!» e l’esercizio della vendetta divina, che è vendetta di popolo «Tu vas mourir! Dieu va te punir. Le peuple va te punir!»; chi strepita lo fa da una posizione assoluta che non ammette repliche: «Nous somme le peuple!».
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La notte che segue la premiazione di un premio letterario dato ad altri

di Roberto Plevano

* Il romanzo Marca Gioiosa (Neri Pozza editore, 2017), segnalato al Premio Letterario Giovanni Comisso 2018 e finalista al 25° Premio Letterario “Latisana per il Nord-Est”, ha condotto il suo autore alle cerimonie di premiazione, 6 ottobre 2018. Testo scritto nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 2018.

Tre poesie non per caso

di Roberto Plevano

Fernanda Gaete Urzúa. Shadows, 2016. Serigrafia

E sarà come

Sta sicura, noi ci vedremo ancora,
E sarà come incontrarci a vent’anni.
Ti chiederò: Erinnerst du dich? Che cosa
Ti ricordi? È il vento dell’addio?

Per te fu vento di rabbia e dispetto,
So bene, ma tu lascia ch’io oggi creda
Che una pietruzza di pietà, rimasta
Sul pavimento, dietro porta e letto,
Nella tua camera che dava sulla
Città di muri, di passi di fretta,
Pizzichi la pianta del piede e arresti
Un breve nulla del cammino tuo,
Fermi l’andar via. Sì, fa tu ch’io creda.
E sia l’aver perduto i tanti passi
Tuoi uno sciocco impiccio, certo, sia la
Fortuita cosa seccatura vana,
Di poco conto. Così voglio credere.
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L’autobus

di Roberto Plevano

«In questa Italia apparentemente inferocita capita spesso che i ministri facciano i loro annunci e le loro querele “non come politico, ma in quanto padre”. Commovente richiamo alla tenerezza verso i figli, consigliato dagli esperti di marketing.» Gad Lerner

 
Il padre, figura usata nel lessico pubblico per suggerire affetto, rispetto, reverenza. I padri onorati sono i morti, come i padri fondatori, i padri della patria appunto, o quelli impersonali del codice civile, il diligente buon padre di famiglia. Ma il padre vale come simbolo di autorità, e insieme di integrità morale, soltanto per chi sa che egli troppe volte viene meno ai figli. Vale per chi non vuole indulgere a rassicuranti, e in fondo autoassolutorie, rappresentazioni.
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Tre poesie di Fernando Bandini

di Roberto Plevano


Fernando Bandini ci ha lasciato il giorno di Natale 2013, appena un paio d’anni dopo un altro suo socius di poesia, Andrea Zanzotto. Scriveva poesia fin dalla prima metà degli anni ’50, Pianeta dell’infanzia (in Nuovi poeti, Vallecchi, Firenze 1958) è stata la prima raccolta di una produzione continuata fino agli ultimi giorni con diligenza di abilissimo artigiano.

A me piace immaginare che l’ispirazione a scrivere gli sia venuta in quelle serate in cui Goffredo Parise, di poco più vecchio, leggeva agli amici le pagine appena abbozzate di quello che doveva diventare il suo primo romanzo. Fernando, come raccontò molto più tardi, ascoltava in silenzio, pensando che quel compagno di flânerie aveva la stoffa dello scrittore vero. L’infanzia e il sogno in una città di provincia, Aznèciv (la Vicenza della memoria, degli affetti, delle disillusioni: “nome a specchio dello stagno del cuore”) vista come dai tetti, con un occhio prossimo alla vista degli angeli.

mentre già scorgo l’ultimo angelo che laggiù
all’imboccatura di una stretta convalle
dei Berici fa il conto dei miei anni.

Mi grida di lontano: «Perché ti affanni
a correre? C’è il vuoto alle tue spalle,
il fantasmi di Aznèciv non t’inseguono più».

(tratto da Dietro i cancelli e altrove, Sirventese in forma di bolero sugli angeli superstiti di Aznèciv)
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BUONA LETTURA: Roberto Plevano, “Marca gioiosa”

Buona lettura 15 – Marca gioiosa, di Roberto Plevano

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

Romanzo vincitore della II edizione del Premio Nazionale di Letteratura “Neri Pozza”, Marca Gioiosa di Roberto Plevano si presenta come un libro largo e maestoso, in linea con la storia e i tempi narrati, quando Impero e Papato si sfidavano senza esclusione di colpi.

Il giovane studioso Amalrico torna a Besièrs, città della Provincia, dopo l’apprendistato dal suo maestro di Tolosa e, purtroppo, al rientro trova morte e distruzione, segni lasciati in nome di un “dio folle e criminale” che pare aver preso possesso di ogni cosa e non risparmiare neppure i bambini.

L’intellettuale Almarico capisce che deve trovare una via di fuga. E così, in compagnia del giullare Uc de San Sir, inizia il viaggio nel Nord Italia e va incontro al compiersi del suo destino, segnato dalla lotta e dall’amore. Continua a leggere

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica

di Roberto Plevano

Che cosa rimane davvero di una persona che non c’è più? E che cosa rimane di coloro che sono rimasti?

Il libro di Helena Janeczek segue le tracce della breve vita della fotografa Gerda Taro, uccisa nel luglio 1937 a Brunete, nei pressi di Madrid, nel corso di una ritirata di contingenti repubblicani sotto attacco. Gerda fu sbalzata dal cassone di una camionetta per l’urto di un carro armato che seguiva e morì stritolata dai cingoli. Non aveva nemmeno ventisette anni.

Le venne dato un ultimo saluto in un lunghissimo corteo funebre imbandierato di rosso attraverso le strade di Parigi. Alla testa del corteo, la dirigenza del PCF, allora nella maggioranza di governo in Francia, e molte personalità, tra le quali Pablo Neruda, Tristan Tzara, Lucien Vogel, Louis Aragon con la moglie, Paul Nizan, l’affranto Robert Capa. Gerda tuttavia non era membro del PCF, l’unico legame era l’incarico da lei avuto dal periodico comunista Ce Soir, per cui era stata inviata in Spagna.
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In cammino verso la marca gioiosa (VII)

di Roberto Plevano

È finalmente in libreria il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. Il 12 settembre, alle 18:00, Palazzo Chiericati, Vicenza, Cesare Galla e Roberto Cuppone presenteranno il libro insieme all’autore. La poesia e lo spirito ha ospitato per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui si narrano, da una prospettiva esterna alla respublica christiana della società del tempo, gli eventi che precipitarono il conflitto tra il conte di Tolosa e il papato, offrendo il pretesto per la crociata contro i Catari.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Diceva Benbenisti che nell’ultimo tratto del corso del Rose i venti soffiano davvero forti, più rapidi dei cavalli selvaggi che vagano tra le dune e i canneti. Gli uomini qui sembrano concepiti e generati come otri gonfiati dal vento. Sono vanitosi, incostanti, oltremodo mendaci e non tengono le promesse.

Diceva Benbenisti che tra questi uomini il più vanitoso, mendace e spergiuro era il vescovo di Arelate Michele da Morese, il cui unico scopo nella vita pareva quello di diventare padrone della città, e che per sette anni aveva ordito schemi e intrighi contro i nobili, le famiglie, i cittadini del Consiglio e gli altri religiosi.

«Contro i religiosi?» domandavano gli uomini della compagnia.
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In cammino verso la Marca gioiosa (VI)

di Roberto Plevano

Il giorno 7 settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
In questa esposizione, si fa conoscenza con alcuni aspetti della teologia catara del XIII sec.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Un silenzio prolungato, il vecchio chiuse gli occhi.

«Ascolta. Un re volle fare i conti con i suoi servi. Fu portato uno che gli doveva diecimila talenti. Non avendo costui di che restituirgli, il padrone ordinò che fosse venduto con la moglie e i figli e quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza e ti restituirò tutto. Avuta pietà del servo, il padrone lo lasciò andare rimettendogli il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui, che gli doveva cento denari e lo prese per il collo: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava: Abbi pazienza, ti rifonderò il debito. Ma egli non volle e lo fece gettare in carcere, finché non avesse pagato il debito. Al signore fu riferito tutto l’accaduto. Allora fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto.»
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In cammino verso la Marca gioiosa (V)

di Roberto Plevano

Il 7 settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Continuazione dell’episodio sulla riva del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Tre carri sostavano sulla riva del fiume presso una grande nave nera. Riconobbi il carro di Benbenisti, quello che portava la mia roba. Alcuni uomini attendevano, uomini grandi, robusti come non avevo mai visto, vestiti di rozze braghe, la pelle più nera del nero dello scafo, le braccia grosse come quelle funi di canapa intrise di pece usate per assicurare le navi nei porti. Salutarono con rispetto Benbenisti. Grandi sorrisi di denti bianchi. Grandi occhi spalancati. Sahib… sahib…. Lui si inchinò a tutti loro, rispose con tono grave in una lingua straniera. Poi li chiamò intorno e presero a confabulare come cospiratori. Non comprendevo nulla di quello che dicevano e rimasi in disparte, preso da dubbi e inquietudini. E se costoro fossero mercatanti di schiavi? E se Benbenisti trattasse la mia vendita? E se la suggestione di andare per mare si avverasse nella forma di un viaggio in catene verso i mercati d’oriente? Quei marinai mi avevano osservato con una tale curiosità… No, no, niente di tutto questo. Uno dei marinai salì a bordo e discese con un piccolo sacco. Benbenisti lo prese e tirò fuori una forma squadrata, una specie di mattone colore dell’ocra avvolto in un tessuto leggero, lino forse. Un odore pungente, come di legno resinoso, si sparse tutt’intorno. Benbenisti aprì con cura l’involto, fiutò la sostanza e approvando la ripose nel sacco. Poi ne trasse un sacchetto di tessuto lavorato. Lo soppesò con cura. Mi chiamò. Vieni, vieni a vedere, non hai mai visto cose così. E davvero non avevo mai visto nulla di simile. Dentro il sacchetto c’era come una luminosità iridescente, lattiginosa, il lume imprigionato della luna piena. Perle, disse Benbenisti, le più pure e perfette. Magie d’oriente. Un principe faticherebbe a trovare i denari per acquistarne una. Per averne tre un vescovo baratterebbe possessioni e dignità. Tu però non fare parola con nessuno.
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In cammino verso la Marca gioiosa (IIII)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.

Nella scena della foce del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.


Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Il fiume a Beucaire – ecco il Rose, annunciò Benbenisti – è ampio e molle, tanto vasto che pare che la terra finisca. Per miglia intorno l’aria si fa frizzante e pizzica, effluvi di alghe e salmastro si spandono nella pianura e si mescolano con l’odore di paglia, pini e fiori di campo, col sole alto il ronzio delle api e sfrontato frinire di cicale, grilli gentili e lucciole all’imbrunire: il mare entra così nel paese della Provincia. Benbenisti disse che avremmo raggiunto la carovana sul far della notte. Oltre il fiume inizia il dominio del reame di Arelate.

Il Rose si apre sotto il castello e l’abitato. In questo suo tratto lambisce una larga spianata e l’approdo è assai agevole e comodo, così che decine di navi possono accostare, e subito scaricare e imbarcare le mercanzie. Quella sera il lento corso del fiume era una distesa di vele e vessilli che sbatacchiavano e oscillavano pigramente alla brezza calante, quando diventa più pungente l’odore del marino. Come guglie di chiese cattedrali, le vele puntute delle grandi navi da carico si ergevano a vedere il cielo, sopra muraglie multicolori di stoffe e tessuti e reti. Forme a triangolo, quadrilatere, e ingegnose combinazioni geometriche di angoli e lati, tese da alberi che armavano navi allungate, venute dai mari freddi del settentrione, imbarcazioni più ampie, catini profondi, scafi agili, solide murate scure delle navi saracine, navigli verdi e rossi e oro con le insegne di Vinegia, Pisa, Zena, Amalfi… Mai avevo visto tante navi. Era una scena meravigliosa.
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