Un mondo nuovo (I)

di Roberto Plevano

Ultima settimana di ottobre, rallegrata da temperature miti, al di sopra delle medie di appena qualche anno fa, anzi, piuttosto alte, anzi, per nulla miti: sono temperature spaventose, alterazioni dei cicli termici dell’Olocene (l’epoca geologica in cui ci troviamo, iniziata con la fine dell’ultima glaciazione, all’incirca 10000-11000 anni fa), segno di scenari catastrofici.
Pare però che nessuno si faccia prendere dal panico, al di là della quota di preoccupazione, quando c’è, condivisa con climatologi ed esperti, sempre più sconsolati.

Sono ormai quasi cinquant’anni che si accumulano evidenze del nesso tra attività umane e riscaldamento globale.
Trent’anni fa si apriva il negoziato della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change) con lo scopo di stabilire un tetto di emissioni dei gas serra.

Il noto grafico della mazza da hockey sulla crescita delle temperature fu elaborato da Michael E. Mann, Raymond S. Bradley e Malcolm K. Hughes nel 1999.
Gli Accordi di Parigi del 2015 impegnavano gli stati a non superare i 1,5 °C di aumento medio delle temperature rispetto ai livelli preindustriali.

Ebbene, dal 1992 le emissioni mondiali di CO2 per unità di PIL sono state ridotte dell’1%. Di questo passo, per arrivare a uno scenario di emissioni zero delle attività umane ci vorranno qualcosa come trecento anni.
L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (ottobre 2022) mostra che gli impegni dei governi porteranno a un aumento complessivo delle emissioni del 10.6% entro il 2030, in contraddizione con gli Accordi di Parigi. Non sarà possibile, in nessuna credibile proiezione, contenere l’aumento di temperatura entro 1,5 °C.

Qualsiasi cosa si riesca ora a fare, soffriremo effetti drammatici. E a tutt’oggi si è fatto molto poco.
Sono necessari, urgenti, improrogabili, progetti eccezionali di cooperazione tra tutti i paesi, quali mai si sono visti nella storia dell’umanità; in pochi anni è in gioco la sopravvivenza materiale di milioni, forse miliardi, di esseri umani. Siamo oggi invece in uno stato di guerra, la terza guerra mondiale, che si combatte a pezzi, un po’ qui, un po’ là.

Gli esseri umani rimangono esseri umani. Animali piuttosto bravi a progettare soluzioni a crisi nel breve periodo. Pessimi a immaginare scenari e opportuni interventi sui tempi lunghi.
I governi di tutto il mondo, con pochissime eccezioni, di fatto ignorano i rischi del riscaldamento globale (non esiste un governo né un’autorità effettiva globale sulla terra) e intervengono come possono, o vogliono, sulle continue emergenze, che non sono più tali: calore, siccità, effetti sulla salute umane sono la nuova norma.

Del resto, che si può fare? Una domenica senza auto nei centri?
Le associazioni di commercio si rallegrano, esprimono cauto ottimismo: tra tante incertezze, esercenti e ristoratori hanno parecchio da fare il fine settimana, sorprende la quantità di gente che sciama in piazze e vie sabato pomeriggio, le gelaterie sono tutte aperte. Mi fermo, osservo una coppia di rondini volteggiare sotto i portici, e indulgo al piacere di gola. Scelgo gusti autunnali: castagna, fico, melograno.
Autunno? Io ricordo: da ragazzo, a metà ottobre, certi giorni mi si gelavano le mani sul manubrio della bici. Oggi (29 ottobre) sono uscito in manichette corte e si sudava camminando sui colli. Mio figlio registrava 26 °C a 1800 metri di altezza, una montagna dove si vanno costruendo seggiovie e i bulldozer spianano i versanti per piste da sci.

Dicono che una rana in un recipiente d’acqua posto lentamente a scaldare non si accorga di lessare viva. Si tratta di una leggenda, ovviamente, ma vale la metafora: la prima reazione davanti a un cambiamento indesiderabile, se il cambiamento è graduale, è un incosciente adattamento, che può essere incapacità, impossibilità di comprendere il cambiamento in sé, e la sua veemente negazione.

(continua)

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