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quidam adiciunt genus aquilae quam barbatam vocant, tusci vero ossifragam. huius ingenium est et testudines raptas frangere e sublimi iaciendo, quae fors interemit poetam aeschylum, praedictam fatis, ut ferunt, eius diei ruinam secura caeli fide caventem.

Giacomo Sartori. Anatomia della battaglia

di Roberto Plevano

“Carissimo padre,
di recente mi hai chiesto per qual motivo sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti, in parte proprio per la paura che mi incuti, in parte perché motivare tale paura richiederebbe troppi dettagli per poterli esporre a voce con una certa coerenza.”

Nell’autunno del 2019 Franz Kafka inizia a redarre un testo nella forma di lettera al padre Hermann, commerciante di un certo successo in mercerie e articoli di moda. Il testo non arrivò mai al suo apparente destinatario; a leggerlo con attenzione sembra più un’articolazione dell’opera letteraria di Franz che un documento meramente autobiografico. Trattandosi di Kafka, è un’osservazione scontata, come lo sarebbe di molti autori la corrispondenza dei quali mai è mera faccenda privata, anzi entra a pieno titolo nel corpo della loro opera. L’opera tuttavia – è questa la cosa importante – non può davvero essere letta e interpretata a partire dai dati biografici. Le relazioni personali e sociali di cui si racconta, insomma, talvolta anche negli epistolari più privati, sono costruite più su fantasia e talento del narratore che sull’aderenza a un certo vissuto. Può capitare che rispetto al dato biografico – e soltanto rispetto ad esso – siano esagerazioni, omissioni, invenzioni, patenti menzogne. Memories that become monstrous lies, canta Nick Cave. Continua a leggere

Riccardo Ferrazzi. Modus in rebus

di Roberto Plevano

Il nostro amico Fabrizio Centofanti ci ha tenuto a dire che Questo romanzo ha un’anima. Detto da chi di anime se ne intende, il giudizio segnala una qualità ormai rara nel panorama della narrativa italiana: l’autenticità che deriva dal saper mettere giù per iscritto, senza comodi trucchi, un quadro di vita, una forma, un tono – in una parola impegnativa, una voce – della variegata esperienza del mondo, di studio, lavoro, amicizie, del romanziere Ferrazzi, e di lì costruire un romanzo che parla onestamente al lettore, e, come direbbe Tiziano Scarpa, gli dice la verità. Ecco che l’atipico noir di Ferrazzi diventa esercizio di responsabilità intellettuale.

Inizia come un noir, Modus in rebus di Riccardo Ferrazzi (Morellini Editore, 2023), con la secchezza e la perentorietà delle tinte della meseta castigliana arroventata sotto un sole che cala giù come un maglio, inaridisce l’erba prima che cresca, una luce a cui è impossibile sottrarsi, e che, si scoprirà, è il contrappunto a una trama di oscuri misteri. In questo panorama viaggia, pensa, parla il protagonista, Vittorio Fabbri, un giovane professionista milanese che per lavoro da Madrid raggiunge Salamanca, città di antiche pietre e più antichi studi.
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Giacomo Sartori, Fisica delle separazioni

di Roberto Plevano

Il titolo dell’ultimo libro di Giacomo Sartori suggerisce imparzialità scientifica, epistemico distacco, come da predilezione per titoli asciutti, quasi etichette su referti e alambicchi delle sue esperienze narrative e poetiche. L’icasticità risponde a un bisogno di rigore stilistico. Come pochi scrittori contemporanei, Sartori è capace di plasmare prosa e verso adattandoli a temi e oggetti del testo, scegliendo lessico, locuzioni, costrutti a seconda delle necessità narrativa, e pure il suo stile è personalissimo e inconfondibile. Più che di stile dell’autore, nel caso di Sartori si dovrebbe parlare di autore di stili, capace di concretizzare la sua ricerca letteraria (Sartori, da buon ricercatore, sa che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, ed esaminare, verificare, controllare) in prove narrative assai diversificate: la scarna asciuttezza della prosa di Cielo nero, la lingua drammatica e fredda in Rogo, lo humor e la satira sociale di Sono Dio e Baco, in cui, caso raro tra gli scrittori italiani, Sartori lavora alla costruzione di un immaginario letterario poco vincolato alla centralità del soggetto individuale e si allarga all’intero dell’esperienza umana: la vita, il clima, l’ambiente.
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Un mondo nuovo (III)

di Roberto Plevano

Non c’è docente che rinunci a fare confronti fra il suo lavoro di qualche anno fa (la memoria ormai si stratifica; l’età media dei docenti italiani è la più alta d’Europa, più della metà hanno passato i 50 anni, siamo Matusalemme inchiodati alle cattedre, in intrepida sfida ai principi della buona pedagogia, e del buon senso) e quello che si arrangia a fare oggi. È vero che le condizioni, diciamo ambientali, del lavoro didattico sono peggiorate: agli stipendi mortificanti di sempre si sono aggiunti adempimenti burocratici, predisposizione di interminabile documentazione per casi particolari, rigida rendicontazione di attività e aggiornamenti, abusi e ottusità dei dirigenti, ma credo che sia lo stesso per molte categorie professionali.
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Un mondo nuovo (II)

di Roberto Plevano

Certi giorni ho l’impressione di essere su un treno che corre rapido verso un ponte crollato. Si sa che ci vuole tempo e spazio per fermarlo, ma non si capisce bene chi è ai comandi, nessuno sa quale sia la leva del freno, ammettendo pure che ce ne sia una (non c’è, o non è stata finora trovata), tutti, o quasi tutti, pensano alle loro faccende personali e di famiglia, e che in qualche modo se la caveranno. Dopotutto, gli esseri umani attualmente viventi se la sono comunque cavata, fino a oggi, anzi, fino a ieri. Il treno accelera, le porte sono sbarrate.

(Fuor di metafora – e dàgli con gli stilemi della civiltà del libro, le convoluzioni del pensiero sono costrette da molti ceppi – il ponte crollato è il mondo di ieri, e il mondo di ieri, così esplorabile e disponibile alle umane necessità, se pure in modi e gradi diversi, potrebbe essere, di qui a poco, l’unico mondo che la specie umana ha abitato, prima di annientare sé stessa.)
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Un mondo nuovo (I)

di Roberto Plevano

Ultima settimana di ottobre, rallegrata da temperature miti, al di sopra delle medie di appena qualche anno fa, anzi, piuttosto alte, anzi, per nulla miti: sono temperature spaventose, alterazioni dei cicli termici dell’Olocene (l’epoca geologica in cui ci troviamo, iniziata con la fine dell’ultima glaciazione, all’incirca 10000-11000 anni fa), segno di scenari catastrofici.
Pare però che nessuno si faccia prendere dal panico, al di là della quota di preoccupazione, quando c’è, condivisa con climatologi ed esperti, sempre più sconsolati.

Sono ormai quasi cinquant’anni che si accumulano evidenze del nesso tra attività umane e riscaldamento globale.
Trent’anni fa si apriva il negoziato della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change) con lo scopo di stabilire un tetto di emissioni dei gas serra.
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Francesco Forlani. L’estate corsa

di Roberto Plevano

Francesco Forlani si presenta come un dandy cosmopolita tra Parigi e Napoli, spazi geografici e sentimentali – e tanti sono i legami sotterranei, elusivi, imprevedibili, che si stringono tra le due capitali –, ma il suo lavoro di scrittore è assai lontano da un cliché di decadentismo.

La prosa sciolta, accattivante, è il prodotto di un progetto di radicale integrità del narrare, debitamente esposto nella citazione di Giambattista Vico in esergo al suo ultimo romanzo, L’estate corsa (Felici Editore, 2021) e compiutamente eseguito: in forza d’una corpolentissima fantasia, i primi uomini delle nazioni gentili, come fanciulli del nascente gener umano, fingendo criavano le cose, onde furon detti «poeti», che lo stesso in greco suona creatori. Questa natura criativa della finzione (narrativa) era ben chiara agli antichi. Una citazione di Tacito funge un po’ da guida intellettuale del protagonista del racconto, Frank, uno scrittore (verrebbe da dire, come tutti, ma Frank pare davvero un bravo scrittore, come pochi quindi): fingunt simul creduntque, “credevano in ciò che avevano appena immaginato”.

Queste serie premesse teoriche non introducono tuttavia un romanzo accademico e libresco. La storia che Forlani racconta ha piglio, inventiva, ritmo; le coordinate culturali, umanisticamente solidissime, sono il telaio su cui Forlani tesse una narrazione che potrebbe farsi tra le piacevolezze di un gruppo di amici intorno a un tavolo, buon cibo e ottimi vini.
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Veronica Tomassini. Vodka siberiana. Lettere epiche e alticce

di Roberto Plevano

Un’idea molto tenace fa del libro un’estensione della personalità dell’autore, un’espressione autentica, in un certo modo veridica e definitiva, anche quando la finzione è massima, dell’essere stesso di chi scrive. 

Io credo che un libro sia invece qualcosa di più di un’impresa individuale. Oltre all’autore, vi concorre una pluralità di attori, che trasformano un elaborato privato in libro, che è un fatto pubblico. Il vaglio di una casa editrice che abbia un qualche credito, la selezione, l’editing, i consigli, il blurb, la pubblicazione insomma, e poi il lancio, la trafila delle presentazioni, la promozione, le recensioni, i premi, costituiscono la prima dimensione sociale del libro. Seguono poi i lettori, che sono la vera ragion d’essere del libro. Per questo mi sono tenuto lontano dalla cosiddetta “editoria” a pagamento, anche se i casi possono essere vari e tanti e il confine tra un editore non a pagamento e uno che vende i suoi “servizi” non sempre è definito.  

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Giacomo Sartori. Baco

di Roberto Plevano


Giacomo Sartori ci racconta un’altra storia.

Non bisogna credere troppo a quello che Sartori dice e mostra di sé (basta crederci soltanto un poco): che è scrittore e agronomo, che vive tra Trento e Parigi, che ha gli occhiali, insomma le determinazioni di spazio tempo occupazione figura che disegnerebbero le linee di un profilo umano: queste sono cose che si dicono, e si mettono sulle quarte di copertina, così, per decorazione.

No, lui è in primo luogo un raccontatore: afferra storie, le piglia, le mette giù per iscritto e le pubblica. E deve essere fedele alle storie che acchiappa, mica gli è concesso di fare voli di fantasia, di inventare (che è sempre un falsificare). Lui alle storie si attiene in tutti i dettagli essenziali, e le conduce dove devono concludere. Non dice frottole. Sartori è un professionista serio.
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Richard Powers, Il sussurro del mondo. Conversazione su letteratura e vita vegetale

di Roberto Plevano

Richard Powers, 62 anni, scrittore statunitense, ha vinto nel 2019 il Premio Pulitzer per la narrativa col suo dodicesimo romanzo, Il sussurro del mondo (ed. La Nave di Teseo), che racconta, in modo assai originale, di esseri umani, di piante e dell’intima e necessaria relazione tra queste vite. L’opera si inserisce prepotentemente nel grande fiume della letteratura nordamerica. Lo abbiamo incontrato al Teatro Olimpico di Vicenza.

Il suo libro è più di un’esperienza narrativa, invita il lettore a una prospettiva nuova sulle cose e sul tempo della vita. Ne era consapevole mentre lo stava scrivendo?

Sono un po’ cauto con l’idea che nel libro ci sia qualcosa di nuovo o di rivoluzionario. Comprendo che sia andato oltre il consueto accordo di narrativa interpersonale, ove vi è un dramma psicologico o sociologico, ecc. Ho messo in scena importanti personaggi – lo sono a pieno titolo – che non sono umani e tuttavia agiscono e hanno un ruolo indispensabile nella trama. Questo potrà sembrare a prima vista strano, ma, più che un libro rivoluzionario, preferisco pensarlo come un’opera che recupera. Dobbiamo ricordare che nella maggior parte della letteratura mondiale, nel corso della storia umana, porre personaggi non umani nelle storie non sarebbe stato rivoluzionario, ma del tutto normale. Quando stavo lavorando al libro – questo è il mio dodicesimo romanzo, ho scritto per un terzo di secolo lavori più tradizionali, con preoccupazioni letterarie più tradizionali – ci ho messo del tempo a liberarmi dal presupposto che il significato sia proprio dei personaggi umani, interno ad essi. Non è così: il significato è esterno. Le nostre storie si fanno più drammatiche quando arriviamo a un conflitto: gli esseri umani vogliono qualcosa che il mondo permette o meno. E proprio cercando di fare i conti con questo presupposto delle storie tradizionali, se c’è qualcosa di nuovo nel mio libro, non è una rielaborazione di vecchi schemi, non è ex nihilo, è una ri-creazione piuttosto che una rivoluzione.
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popolo – Popolo

di Roberto Plevano

Prendo spunto dall’editorialino sul Corriere di domenica 17 febbraio di Beppe Severgnini sulla brutale aggressione ai danni di Alain Finkielkraut nel corso di una protesta di gilets jaunes a Parigi. Severgnini osserva, credo giustamente, che il carattere antisemita della violenza («sale juif!», tra gli insulti urlati a pochi metri) va di pari passo allo stolido attribuirsi, da parte della folla rabbiosa, non tanto la rappresentanza, ma l’integrale identità della nazione francese: «la France elle est à nous!» e l’esercizio della vendetta divina, che è vendetta di popolo «Tu vas mourir! Dieu va te punir. Le peuple va te punir!»; chi strepita lo fa da una posizione assoluta che non ammette repliche: «Nous somme le peuple!».
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Riccardo Ferrazzi, N.B. Un teppista di successo

di Roberto Plevano

Ad alcuni esseri umani, assai pochi, tocca la sorte di essere trasformati in mitologie. Ogni evento della loro vita è trasfigurato in un emblema di destino individuale e collettivo, i confini tra i fatti e l’invenzione si fanno confusi, i sentimenti comuni prendono proposito, e forma di forze nell’accadere storico.
L’ascesa al potere e la caduta di Napoleone Buonaparte divennero oggetto di culto, e popolare e presso gli intellettuali, contemporaneo degli stessi avvenimenti.

All’indomani della vittoria di Napoleone a Jena e dell’assoggettamento della Prussia (13 ottobre 1806) Hegel, allora trentaseienne, scrisse all’amico Niethammer: “Ho visto l’Imperatore, quest’anima del mondo, uscire dalla città per andare in ricognizione. È una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che qui, concentrato in un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi (si riferisce ai rivolgimenti politici nell’area tedesca dopo Jena) sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.
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La notte che segue la premiazione di un premio letterario dato ad altri

di Roberto Plevano

* Il romanzo Marca Gioiosa (Neri Pozza editore, 2017), segnalato al Premio Letterario Giovanni Comisso 2018 e finalista al 25° Premio Letterario “Latisana per il Nord-Est”, ha condotto il suo autore alle cerimonie di premiazione, 6 ottobre 2018. Testo scritto nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 2018.

Tre poesie non per caso

di Roberto Plevano

Fernanda Gaete Urzúa. Shadows, 2016. Serigrafia

E sarà come

Sta sicura, noi ci vedremo ancora,
E sarà come incontrarci a vent’anni.
Ti chiederò: Erinnerst du dich? Che cosa
Ti ricordi? È il vento dell’addio?

Per te fu vento di rabbia e dispetto,
So bene, ma tu lascia ch’io oggi creda
Che una pietruzza di pietà, rimasta
Sul pavimento, dietro porta e letto,
Nella tua camera che dava sulla
Città di muri, di passi di fretta,
Pizzichi la pianta del piede e arresti
Un breve nulla del cammino tuo,
Fermi l’andar via. Sì, fa tu ch’io creda.
E sia l’aver perduto i tanti passi
Tuoi uno sciocco impiccio, certo, sia la
Fortuita cosa seccatura vana,
Di poco conto. Così voglio credere.
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La borsa del Cabecita

di Mario Bianco

Dedicato ad un personaggio che compare in Sudeste, magnifico romanzo argentino di Haroldo Conti di recente edito da Exòrma edizioni e tradotto benissimo da Marino Magliani con la consulenza di Riccardo Ferrazzi.

La sacca di Cabecita

È una faccenda successa circa quarant’anni fa nei pressi di Giaveno, una cittadina in provincia di Torino, in località detta Provonda, una cosa di poco conto, tuttavia c’erano stati degli spari, o meglio due colpi di fucile esplosi da un tale anziano, Portigliatti Ettore, detto Gino, non si sa perché.

Il detto Portigliatti era stato ricoverato all’Ospedale San Giovanni Battista in Torino in stato di evidente confusione mentale; risultava essere affetto da uno stato piuttosto avanzato di arteriosclerosi, vale a dire che era in condizioni psichiche molto alterate come confermato dalla signora Merlo Pich Ernesta, consorte del Portigliatti.
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L’autobus

di Roberto Plevano

«In questa Italia apparentemente inferocita capita spesso che i ministri facciano i loro annunci e le loro querele “non come politico, ma in quanto padre”. Commovente richiamo alla tenerezza verso i figli, consigliato dagli esperti di marketing.» Gad Lerner

 
Il padre, figura usata nel lessico pubblico per suggerire affetto, rispetto, reverenza. I padri onorati sono i morti, come i padri fondatori, i padri della patria appunto, o quelli impersonali del codice civile, il diligente buon padre di famiglia. Ma il padre vale come simbolo di autorità, e insieme di integrità morale, soltanto per chi sa che egli troppe volte viene meno ai figli. Vale per chi non vuole indulgere a rassicuranti, e in fondo autoassolutorie, rappresentazioni.
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Lasciare un segno. Salvatore Piermarini nella “scena dell’arte”

di Beppe Sebaste

Nell’ambito del festival Narnimmaginaria, si è inaugurata nella Stanza-Ci Sono Cieli dappertutto a Narni una mostra di fotografie di Salvatore Piermarini dedicate all’avanguardia artistica soprattutto italiana degli ultimi quarant’anni. È una straordinaria traversata del suo archivio, ma anche qualcosa di più. La mostra proseguirà fino al 29 luglio.


Essere eterni: avere vissuto
Max Frisch

Salvatore Piermarini ha cominciato giovanissimo a fotografare l’arte contemporanea. Uscito dal liceo classico affamato di tutto quello che a scuola non veniva insegnato, si innamorò delle prime avanguardie e sentì di capire tutto il nuovo che scopriva nell’arte. Viene anche da quello spirito di scoperta il senso aurorale di freschezza che le sue fotografie emanano, dove gli artisti sembrano tutti (e sono) intensamente giovani, giovani per sempre (for ever young).

Il suo maestro dichiarato, il suo “spirito guida”, fu del resto Ugo Mulas, che con i suoi scatti fece conoscere al mondo la Pop Art e la Factory di Andy Wharol al tempo dei Velvet Underground e di Edie Sedgwick, la “just like a woman” di Bob Dylan. Mulas fece emergere forse per la prima volta la socialità che circonda le opere degli artisti, la complessità della scena dell’arte contemporanea, rompendo l’incantesimo dell’artista solitario che crea, allestisce, lavora e fa tutto da solo.
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Tre poesie di Fernando Bandini

di Roberto Plevano


Fernando Bandini ci ha lasciato il giorno di Natale 2013, appena un paio d’anni dopo un altro suo socius di poesia, Andrea Zanzotto. Scriveva poesia fin dalla prima metà degli anni ’50, Pianeta dell’infanzia (in Nuovi poeti, Vallecchi, Firenze 1958) è stata la prima raccolta di una produzione continuata fino agli ultimi giorni con diligenza di abilissimo artigiano.

A me piace immaginare che l’ispirazione a scrivere gli sia venuta in quelle serate in cui Goffredo Parise, di poco più vecchio, leggeva agli amici le pagine appena abbozzate di quello che doveva diventare il suo primo romanzo. Fernando, come raccontò molto più tardi, ascoltava in silenzio, pensando che quel compagno di flânerie aveva la stoffa dello scrittore vero. L’infanzia e il sogno in una città di provincia, Aznèciv (la Vicenza della memoria, degli affetti, delle disillusioni: “nome a specchio dello stagno del cuore”) vista come dai tetti, con un occhio prossimo alla vista degli angeli.

mentre già scorgo l’ultimo angelo che laggiù
all’imboccatura di una stretta convalle
dei Berici fa il conto dei miei anni.

Mi grida di lontano: «Perché ti affanni
a correre? C’è il vuoto alle tue spalle,
il fantasmi di Aznèciv non t’inseguono più».

(tratto da Dietro i cancelli e altrove, Sirventese in forma di bolero sugli angeli superstiti di Aznèciv)
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Helena Janeczek, La ragazza con la Leica

di Roberto Plevano

Che cosa rimane davvero di una persona che non c’è più? E che cosa rimane di coloro che sono rimasti?

Il libro di Helena Janeczek segue le tracce della breve vita della fotografa Gerda Taro, uccisa nel luglio 1937 a Brunete, nei pressi di Madrid, nel corso di una ritirata di contingenti repubblicani sotto attacco. Gerda fu sbalzata dal cassone di una camionetta per l’urto di un carro armato che seguiva e morì stritolata dai cingoli. Non aveva nemmeno ventisette anni.

Le venne dato un ultimo saluto in un lunghissimo corteo funebre imbandierato di rosso attraverso le strade di Parigi. Alla testa del corteo, la dirigenza del PCF, allora nella maggioranza di governo in Francia, e molte personalità, tra le quali Pablo Neruda, Tristan Tzara, Lucien Vogel, Louis Aragon con la moglie, Paul Nizan, l’affranto Robert Capa. Gerda tuttavia non era membro del PCF, l’unico legame era l’incarico da lei avuto dal periodico comunista Ce Soir, per cui era stata inviata in Spagna.
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In cammino verso la marca gioiosa (VII)

di Roberto Plevano

È finalmente in libreria il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. Il 12 settembre, alle 18:00, Palazzo Chiericati, Vicenza, Cesare Galla e Roberto Cuppone presenteranno il libro insieme all’autore. La poesia e lo spirito ha ospitato per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui si narrano, da una prospettiva esterna alla respublica christiana della società del tempo, gli eventi che precipitarono il conflitto tra il conte di Tolosa e il papato, offrendo il pretesto per la crociata contro i Catari.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Diceva Benbenisti che nell’ultimo tratto del corso del Rose i venti soffiano davvero forti, più rapidi dei cavalli selvaggi che vagano tra le dune e i canneti. Gli uomini qui sembrano concepiti e generati come otri gonfiati dal vento. Sono vanitosi, incostanti, oltremodo mendaci e non tengono le promesse.

Diceva Benbenisti che tra questi uomini il più vanitoso, mendace e spergiuro era il vescovo di Arelate Michele da Morese, il cui unico scopo nella vita pareva quello di diventare padrone della città, e che per sette anni aveva ordito schemi e intrighi contro i nobili, le famiglie, i cittadini del Consiglio e gli altri religiosi.

«Contro i religiosi?» domandavano gli uomini della compagnia.
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