Francesco Forlani. L’estate corsa

di Roberto Plevano

Francesco Forlani si presenta come un dandy cosmopolita tra Parigi e Napoli, spazi geografici e sentimentali – e tanti sono i legami sotterranei, elusivi, imprevedibili, che si stringono tra le due capitali –, ma il suo lavoro di scrittore è assai lontano da un cliché di decadentismo.

La prosa sciolta, accattivante, è il prodotto di un progetto di radicale integrità del narrare, debitamente esposto nella citazione di Giambattista Vico in esergo al suo ultimo romanzo, L’estate corsa (Felici Editore, 2021) e compiutamente eseguito: in forza d’una corpolentissima fantasia, i primi uomini delle nazioni gentili, come fanciulli del nascente gener umano, fingendo criavano le cose, onde furon detti «poeti», che lo stesso in greco suona creatori. Questa natura criativa della finzione (narrativa) era ben chiara agli antichi. Una citazione di Tacito funge un po’ da guida intellettuale del protagonista del racconto, Frank, uno scrittore (verrebbe da dire, come tutti, ma Frank pare davvero un bravo scrittore, come pochi quindi): fingunt simul creduntque, “credevano in ciò che avevano appena immaginato”.

Queste serie premesse teoriche non introducono tuttavia un romanzo accademico e libresco. La storia che Forlani racconta ha piglio, inventiva, ritmo; le coordinate culturali, umanisticamente solidissime, sono il telaio su cui Forlani tesse una narrazione che potrebbe farsi tra le piacevolezze di un gruppo di amici intorno a un tavolo, buon cibo e ottimi vini.

Nelle prime pagine incontriamo Frank, musicista e scrittore momentaneamente senza reddito, dedito alla flânerie nelle vie di Parigi. Considera i tragitti, osserva discretamente la gente, soprattutto le donne, sempre cercando in cose e persone, ormai in modo automatico e subconscio, “un valore superiore, quasi una possibilità di riscatto interiore in una tale esperienza di bellezza”. Per questo ci vuole un occhio di talento, allenato da esercizio e abitudine. Lo sguardo di Frank è allenato da ottime letture, la sua vista del mondo transita attraverso altri autori.

Essendo L’estate corsa un lavoro di (maxima) fictio, Frank s’imbatte in un annuncio di lavoro tagliato su misura delle sue credenziali letterarie. Presso la redazione di Libé (il giornale dei comunisti dandy) ha già amici compiacenti che gli assicurano l’impiego.

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Frank si trasferisce così per un certo tempo in un paese nella costa occidentale della Corsica, Piana, senza sapere pressoché nulla dell’isola e della sua complicata storia. La Corsica, forse la più isolata delle grandi isole del Mediterraneo, è stata descritta nei tempi antichi come kalliste, “la più bella”, e pare già un feroce contrappasso che gli isolani siano, “di tutti i popoli d’Europa, i soli che siano nati per essere continuamente infelici”, secondo i memoriali settecenteschi che Frank va a compulsare diligentemente nella biblioteca di Piana. Gli archivi della cittadina danno sostanza al ritratto del luogo che Frank si accinge a criare, a cominciare dal venire a capo del carattere dell’isola, un po’ ligure (ma dell’entroterra), un po’ toscana, ceduta da Genova alla Francia nel 1768, mai divenuta francese a tutti gli effetti, un’isola montagnosa gelosa delle asprezze e dei suoi paradossi.

Il suo incarico infatti, gli si dice, richiede la criazione della storia, verosimile, della famiglia di un uomo, Paolo Ferrari, che non è mai esistito, l’edicola funeraria del quale tuttavia allerta i guidatori in una strada pericolosa; un espediente pensato trent’anni prima dal rispettatissimo e compianto sindaco di Piana. Nelle intenzioni dell’illuminata amministrazione del borgo, il romanzo commissionato dovrebbe diventare parte della memoria del luogo, un po’ vera e un po’ inventata, come tutte le memorie.

Ecco quindi il musicista/scrittore iniziare una confortevole routine di lavoro criativo, in una villa a sua disposizione con vista sui calanchi, e il bonus aggiunto di una giovane donna intelligente e spiritosa, e anche un po’ artista, Rosa, che gli riassetta la casa, incuriosita dall’ospite che si fa pagare “per immaginare storie, inventarsi le cose”.

Frank è un intellettuale preparato e meticoloso, sa muoversi tra archivi e memorie private come un buon allievo di Carlo Ginzburg, uno dei numi tutelari del romanzo, e giorno dopo giorno, tra riflessioni etnografiche e geologiche, inventa e cria la storia della famiglia Ferrari attraverso i secoli della Corsica, dal medioevo dei mercanti (e pirati) genovesi alla stagione della lotta per l’indipendenza e il dominio francese, fino alle cupe violenze del Novecento. L’occhio vivace dello scrittore è l’organo dell’immaginazione, il cuore dà il sentimento senza il quale nessuna storia può dirsi vera. L’isola diventa per Frank l’occasione di ricapitolare, da una giusta distanza, il suo mondo affettivo, le sue malinconie (affidate alle note della fisarmonica, strumento popolare capace di affratellare e di far innamorare), gli amici, le donne, il confronto con l’idealtipo femminino, da lui battezzata la femmina analoga, “la summa teologica di tutte le donne” amate.

Uno scrittore tuttavia non usa soltanto occhio e cuore. Il suo è lavoro manuale, un’attività poietica che ha come scopo la produzione di sostanza che si spera essere di un certo peso. Ecco allora che a un’osservazione irriverente sulla sua forma fisica, Frank risponde rivendicando il carattere fisico dello scrivere, l’impegno del corpo: si procura un paio di pesi per i polsi, come quelli in piombo che usano i sommozzatori, per fare immersioni sulla pagina. L’idea venne da Ferdinando Camon, modello di rigorosa etica del lavoro: raccontava che aveva cercato di vincere la vergogna della propria emancipazione dalla fatica costringendosi a scrivere con dei braccialetti da sub attaccati ai polsi per far provare alle mani dello scrittore la stessa fatica dei padri contadini.

Il libro di Frank, opera in progress i capitoli del quale sono affissi periodicamente alla bacheca del Comune, diventa lettura pubblica della comunità di Piana, e l’invenzione si fa, in un certo modo, storia reale condivisa, la ridefinizione del genius loci di Piana, tra aperitivi al bar, colte chiacchierate, ancor più colti riferimenti alle discese agli inferi di VIrgilio e Dante, sorprese a ripetizione, e una chiusura dei fili narrativi stesi sulle res gestae della famiglia Ferrari in Corsica che rovescia la premessa mitopoietica del racconto, e fa di una storia immaginata una fattuale verità storica. “I fatti, lo dice pure il nome, sono cose che si sono fatte e non si possono cambiare. Certo si potrà dire ‘questa cosa è successa perché, per come…’, ma non cambierà nulla ai fatti, alla cosa più importante che qualsiasi fatto, fosse pure inventato di sana pianta, possa fare, ovvero generare altri fatti che contribuiscono allo stato delle cose.“, come osserva, in fulminea sintesi di materialismo storico, lo zio di Rosa, il vecchio Buonarroti (il riferimento a Filippo Buonarroti, giacobino e padre nobile dei comunisti rivoluzionari prima di Marx, è voluto e giustamente insistito, omaggio al carattere ruvido e sincero di molti Còrsi), titolare di un negozio, l’unico di Piana, in cui si vende un po’ di tutto.

Francesco Forlani ha composto un dispositivo narrativo di suspence e riflessione, che sotto una vicenda raccontata con grazia, sapienza affabulatoria e sottile ironia stimola le domande che appartengono alla buona letteratura, a cominciare dagli intrecci tra l’immaginazione e il divenire storico, che devono essere rappresentati nelle forme che in Occidente sono state chiamate romanzo. In questo spazio l’individuo può validare e rivendicare la sua esperienza in una storia più ampia, la storia dei luoghi, dei paesi, delle comunità, l’insieme delle vite che si intrecciano e si spezzano, e la memoria che le tiene insieme.

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