
Francesco Forlani si presenta come un dandy cosmopolita tra Parigi e Napoli, spazi geografici e sentimentali – e tanti sono i legami sotterranei, elusivi, imprevedibili, che si stringono tra le due capitali –, ma il suo lavoro di scrittore è assai lontano da un cliché di decadentismo.
La prosa sciolta, accattivante, è il prodotto di un progetto di radicale integrità del narrare, debitamente esposto nella citazione di Giambattista Vico in esergo al suo ultimo romanzo, L’estate corsa (Felici Editore, 2021) e compiutamente eseguito: in forza d’una corpolentissima fantasia, i primi uomini delle nazioni gentili, come fanciulli del nascente gener umano, fingendo criavano le cose, onde furon detti «poeti», che lo stesso in greco suona creatori. Questa natura criativa della finzione (narrativa) era ben chiara agli antichi. Una citazione di Tacito funge un po’ da guida intellettuale del protagonista del racconto, Frank, uno scrittore (verrebbe da dire, come tutti, ma Frank pare davvero un bravo scrittore, come pochi quindi): fingunt simul creduntque, “credevano in ciò che avevano appena immaginato”.
Queste serie premesse teoriche non introducono tuttavia un romanzo accademico e libresco. La storia che Forlani racconta ha piglio, inventiva, ritmo; le coordinate culturali, umanisticamente solidissime, sono il telaio su cui Forlani tesse una narrazione che potrebbe farsi tra le piacevolezze di un gruppo di amici intorno a un tavolo, buon cibo e ottimi vini.
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