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Cesare Pavese, I mari del Sud

di Giorgio Stella

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
– un grand’uomo tra idioti o un povero folle –
per insegnare ai suoi tanto silenzio. Continua a leggere

Donatella Sasso, “Piazza della Vittoria”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Donatella Sasso, Piazza della Vittoria, Golem Edizioni, 2023

Una delle cose più difficili in narrativa è rendere la quotidianità come qualcosa non di trito e grigio, ma capace di suscitare interesse anche nella regolarità degli eventi – comprese le parentesi di eccezionalità legate a fatti particolari. È un tratto distintivo della letteratura italiana del secondo dopoguerra, stagione che arriva fino a tutti gli anni ’60, e che ha per protagonisti autori come Cesare Pavese, Carlo Cassola e Luciano Bianciardi, testimoni della vita nel suo concreto svolgersi attraverso un’epoca di grandi possibilità e inequivocabili segnali di crisi.

Leggendo Piazza della Vittoria di Donatella Sasso, opera ambientata nella Torino del nostro tempo – un “nostro tempo” da intendersi in senso ampio, perché potrebbe trattarsi del presente come, più plausibilmente, di un periodo indefinito verso la fine del Novecento o l’inizio del Duemila –, ho ritrovato vibrazioni simili, che impregnano di sé la vicenda di una donna proveniente dall’ex “Oltrecortina” (ma è piuttosto chiaro che si tratta della Repubblica Ceca). Dopo aver conosciuto un uomo italiano, si sposa con lui e si trasferisce nel nostro paese, appunto a Torino, iniziando a veder orbitare la propria esistenza intorno a una piazza non importante ma caratteristica e piena di vita, Piazza della Vittoria, con i suoi giardinetti, i suoi negozi e le attività che vi fervono, con l’unico svago dei weekend in montagna. Dapprima tutto questo le appare come una girandola di entusiasmo e d’amore, presto arricchito dall’arrivo di due figli, ma col tempo finisce per convertirsi in abitudine, ripetitività e ricerca di un nuovo senso ai giorni che passano. Continua a leggere

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Ricordo di Cesare Pavese.

Cesare Pavese
di Augusto Benemeglio

Sentire Fabrizio all’ambone parlare di Pavese e della sua poesia più famosa, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, tramutandola in “ smisurata preghiera” rivolta a Dio (Pavese era ateo), come spesso fa il nostro amato sacerdote-letterato, perennemente in cerca di quella bellezza che (forse) salverà il mondo, è stato come fare un tuffo nel passato quando quasi tutte le sere recitavo quella poesia, come rincontrare lo scrittore piemontese, lungamente amato nel periodo della mia prima giovinezza. Continua a leggere

“Autoreverse” a Fahrenheit?

Domani 9 gennaio, dalle ore 15, sintonizzatevi su Radio 3 per sentire a Fahrenheit? la presentazione del libro del giorno: Autoreverse del redattore de lapoesiaelospirito Francesco Forlani.

Proponiamo per l’occasione una recensione del libro uscita di recente.

Pavese e l’hotel dei destini incrociati
di Francesco De Core

Piccole storie individuali risucchiate nell’alveo mitico della vicenda dello scrittore

Ventisette agosto 1950. Cesare Pavese chiude il libro della vita in una stanza dell’albergo Roma, la 313, a Torino. Uccidendosi con i barbiturici. Nulla di cruento, tutto studiato. La morte arriva, cercata, voluta: l’ultimo demone si sfilaccia in poche frasi, in versi disperati. Continua a leggere

The Real Thing

di Francesco Forlani

In una delle ultime lettere mandate a Doris Dowling, Cesare Pavese, parlando di Vittorio de Sica cui avrebbe proposto la sceneggiatura di “Vita Bella” scrive:

He must rediscover in it the humble humble horrid tender real thing he is always after. The leitmotif of the lavabos could be a contribution.

Resta da capire se la “real thing” sia quella che premia, la ricerca dello scrittore o il fine di tutto il processo creativo. In altri termini in un’epoca letteraria in cui il giornalismo letterario si è travestito da letteratura è proprio necessario che la letteratura dismetta i propri panni per travestire gli scrittori in detective e reporter? Dopo la capitolazione della “critica” ridotta a popolo di chroniqueurs, cronacanti del mondo letterario, dove i libri escono, o entrano, mai che se ne stessero lì dove sono, perché partecipare cum gaudio alla disfatta della letteratura costretta a subire l’imprimatur della realtà. Ma poi si tratta veramente di realtà o solamente della contemporaneità?
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