di Francesco Forlani

In una delle ultime lettere mandate a Doris Dowling, Cesare Pavese, parlando di Vittorio de Sica cui avrebbe proposto la sceneggiatura di “Vita Bella” scrive:
He must rediscover in it the humble humble horrid tender real thing he is always after. The leitmotif of the lavabos could be a contribution.
Resta da capire se la “real thing” sia quella che premia, la ricerca dello scrittore o il fine di tutto il processo creativo. In altri termini in un’epoca letteraria in cui il giornalismo letterario si è travestito da letteratura è proprio necessario che la letteratura dismetta i propri panni per travestire gli scrittori in detective e reporter? Dopo la capitolazione della “critica” ridotta a popolo di chroniqueurs, cronacanti del mondo letterario, dove i libri escono, o entrano, mai che se ne stessero lì dove sono, perché partecipare cum gaudio alla disfatta della letteratura costretta a subire l’imprimatur della realtà. Ma poi si tratta veramente di realtà o solamente della contemporaneità?
Attualità per un’arte che deve restare soprattutto inattuale?
Queste domande ce le poniamo da almeno un decennio. Da quando già esplose in Francia il caso, patetico di Christine Angot, la scrittrice del sulla propria pelle. E tra le risposte che ci eravamo dati v’era sicuramente quella di essere scrittori sulla pelle dei propri personaggi, mirabilmente definiti da Milan Kundera, esistenze possibili. Scrivo solo di quel che conosco
No, scrivo di quello che non sapevo e che i personaggi mi dicono essere, una real thing.
Gli oggetti del romanzo sembrano icone. Perfino le parole si lasciano leggere come calligrafia, o come voce. Il leitmotiv di Autoreverse, il libro cui sto lavorando, e che ho deciso in questi giorni di “smettere” sta proprio nella ricerca della voce dello scrittore, Cesare Pavese. La vita, ma sarebbe più corretto dire la morte, ne ha oscurato l’opera.
Ma soprattutto non si trova la voce dello scrittore. Non c’è nessun documento audio o filmico che permetta di ascoltare la voce di Cesare Pavese. Come era possibile invece per Sciascia, Buzzati, Calvino. Pavese come Balzac appartiene di colpo a una storia della letteratura troppo moderna per essere contemporanea.
Entrambi i personaggi del romanzo, Angelo Cocchinone, portiere di notte all’hotel Roma, albergo in cui Pavese si uccide il 27 agosto del 1950, e François Taillandier, scrittore italo francese e incaricato dal suo editore di raccontare la vera storia delle sorelle Dowling, si confrontano con lo stesso oggetto. L’uno a prestare orecchio alle voci dei semplici, e l’altro ad una voce che ormai esiste solo attraverso il racconto che ne danno coloro che l’hanno conosciuto.
Per quanto un grande albergo rappresenti insieme alla banca tra le più grandi macchine della società contemporanea dell’intrattenimento, al punto di essere un vero mondo in sé, a real thing, i personaggi del romanzo si tengono all’interno di quel mondo proprio per proteggersi dall’esterno, dal fuori.
Non sono i vecchi emigranti ma i figli di una nuova emigrazione, certamente più colta, frutto di una messa in formazione continua disperata, alla cui ricchezza culturale segue un sentimento di inadeguatezza e povertà sociale.
Manca loro forse l’ignoranza degli emigranti d’antan e che si traduceva con una straordinaria saggezza della vita. Ai nuovi emigranti resta solo la speranza, della vita.
Mentre scrivo queste note non vi nascondo un certo imbarazzo. Di essere qui a raccontarvi di un libro che forse vedrà la luce, ma che fino ad allora resterà un non libro. E la storia che sto raccontando una non storia. Eppure penso che valga la pena continuare a dirvi del rapporto che a partire dal gennaio 2005 ho cominciato ad avere con le “real things” che da sole dovrebbero indurre a pensare che questo non libro esiste già, magari solo come storia.
Per spiegare meglio userò una metafora. Anzi il racconto di una metafora. In pleine Paris, abitavo con Massimo Rizzante nel cuore della città, tanto per capirci al 30 rue Beaubourg che uscendo di casa avevamo di fronte il Centre Pompidou, sulla sinistra Notre Dame e alla nostre spalle Les Etages, locale dove il gentile proprietario veniva incontro alla nostra povertà facendoci “credito”.
Quella che vedete sullo schermo è una macchina da scrivere. La marca, Remington, fabbricava e fabbrica tutt’ora fucili a canne mozze e macchine da scrivere. In entrambi i casi un martelletto inchioda qualcosa.

Quella sera, con una pioggia che sembrava miracolosamente non bagnarci tornavamo dal locale di Guy. Poveri in canna, dicevo, e con un esame costante della vocazione. Se eravamo scrittori, ma dei veri scrittori, perfino la povertà era sopportabile. Ma se non lo fossimo stati? Se in quell’appello gridato a gran voce dal signor Litteratur i nostri nomi non c’erano, che senso avremmo trovato alla nostra inadeguatezza? I critici letterari facevano finta di ignorarci, o forse facevano sul serio, come ora, e nessuna casa editrice aveva risposto ad alcuno dei nostri progetti. Partecipavamo, Massimo ne era stato uno dei fondatori, alla grande avventura dell’Atelier du Roman, rivista che raccoglieva i frutti del seminario sul romanzo di Milan Kundera, e proprio l’amicizia del maestro, le sollecitazioni che arrivavano da Lakis proguidis a contribuire con i nostri articoli all’avventura, ci permettevano di non sprofondare nel nulla. Ovvero nella non verità della vocazione. Fino a quando, proprio mentre la pioggia si apriva un varco nella suola delle scarpe e il freddo ci baciava sul collo, come apparsa dal nulla si presentò davanti ai nostri occhi la visione.
Le grandi esperienze della vita, si annunciano del resto sempre così. Alla vocazione, che è un prestare l’orecchio deve accompagnarsi una visione. Ai nostri piedi infangata lungo il bordo del marciapiedi c’era una Remington di primo novecento. Ora tutti sanno che lungo i marciapiedi a Parigi ci sono come dei tappeti arrotolati, di colore chiaro, sporchi ed imbevuti dell’acqua che incessantemente corre ai bordi delle strade. In realtà sono dei filtri per evitare che i detriti otturino i canali delle fognature. Così una vecchia Remington raccoglieva, bloccandoli i detriti che la strada a dispetto delle regole, produceva. Quello ci sembrò non solo il segno che aspettavamo ma anche una metafora di quella che per noi sarebbe dovuta essere ancor prima che una professione, una vocazione, e che più di ogni visibilità contava la visione.
La portammo a casa, la pulimmo e poi passammo tutta la notte a raccontarci delle storie. Una su tutte, che quasi inventammo, trovammo, immediatamente teneva sulla possibilità che la macchina fosse appartenuta a Hemingway. E che se avessimo con complicate ricerche di laboratorio analizzato il rotolino, la fascetta su cui i martelletti avevano un tempo battuto, probabilmente avremmo ritrovato l’ultimo testo manoscritto dell’autore che in quei giorni stavamo leggendo con più attenzione.
Nulla ci dice che era solo il delirio di due invocati scrittori, e che non vi fosse nessuna speranza per il miracolo. Perché dopo la vocazione, la visione, c’è il miracolo.
Il vero miracolo della letteratura è proprio nel confine tra visibile e invisibile, messi a cavallo di una macchia d’inchiostro o di una parola che conservi un senso. The Real Thing, in questo caso la voce di Cesare Pavese poteva, può veramente esistere, da qualche parte.
§
Hotel Roma
Angelo Cocchinone sono io e il mio paese si chiama Casapulla.. Per un pugno di case. Se fossi nato al numero centoquaranta della Nazionale, ora sui documenti ci sarebbe scritto Casagiove. Avevo sentito parlare di morti ridicole, ma una nascita stronza proprio a me doveva toccare?
E non mi chiedete come si chiamino i suoi abitanti, anzi, fate pure che io vi risponderò: sfigati.
Questo l’incipit di Autoreverse, che non si chiamava così ed ero a Montpellier. Avevo già studiato molti dei materiali che mi interessavano soprattutto a proposito delle presunte verità intorno alle sorelle Dowling. Il nomadismo cui mi aveva obbligato la perdita del lavoro e altre sfighe personali mi aveva costretto a usare dei cahiers. E nel dehors di uno dei caffè che davano sulla place de la comedie, avevo cominciato a scrivere. La prima pagina confezionata a Parigi. Mi mancava però una foto di Doris Dowling, mi serviva. Non so dirvi perché ma ne avevo veramente bisogno. Telefonai a Francesco Scaglione, bibliotecario all’istituto di cultura di Parigi e gli chiesi se poteva mandarmi via mail quel che cercavo. Andai all’edicola subito dopo per prendere un quotidiano italiano. A Montpellier, in Provence, la stampa estera arriva con un giorno di ritardo.
E quando alle pagine culturali trovai la famosa foto scattata allo Strega del 49, con Cesare Pavese e Doris Dowling, lo interpretai come l’ennesimo segno, un piccolo grandissimo segno. E la incollai sul primo quaderno.


Il fatto che alla scrittura si accompagnassero non solo la lettura dei materiali ma soprattutto i segni e i percorsi che di lì a poco mi avrebbero portato a Torino, mi ha sempre convinto del fatto che più che una enquête, Autoreverse fosse una recherche. Più della costruzione di un intrigo, e con esso la composizione dei differenti capitoli, il materiale che avevo man mano a disposizione si incrociava con la vita. E allo stesso tempo la storia che mi raccontava presentava troppe anomalie come quando sempre a proposito delle Dowling trovai la bellissima intervista a Raf Vallone, in una monografia su De Santis, regista di Riso Amaro. Ne riporto il passaggio in Autoreverse.
In un’intervista rilasciata a Stefano Masi descrive le sorelle Dowling.
” Le sorelle Dowling portavano dentro il demone della distruzione. Doris era una grande attrice americana, amata da Billy Wilder. Sua sorella Constance fu amata da Cesare Pavese. Entrambe le Dowling amavano distruggere tutto quel che costituiva un ostacolo e non sopportavano le relazioni sentimentali stabili. Erano nemiche dei loro stessi sentimenti.
E perché erano nemiche dei loro stessi sentimenti?
Per una specie di innato satanismo. Erano autodistruttive. Non so. Avevano avuto padre russo e madre irlandese.
Constance veniva a trovare sua sorella sul set di Riso Amaro?
Non mi risulta.
(Ho davanti a me e non me ne separo mai la foto delle due sorelle sul set. Ha una fascia bianca tra i capelli e la stessa eleganza seppure abitata da vestiti semplici. Doris ha dei sandali “italiani” e un grembiule nero sovrapposto a un abito a fiori leggero che le fascia il petto.)

Che necessità aveva Raf Vallone di mentire. E se fosse stato solo un problema di memoria. Lui non se ne ricorda. Anche se usa l’espressione, non mi risulta. E comunque grazie a lui e ad un’amica di Torino (ormai abito a Torino da poche settimane) incontro la regista Dada Rubini .
Raf Vallone conosce benissimo i coniugi Rubini si ricorda di come il primo incontro di Cesare e Constance Dowling si svolse a casa loro.
“Ma fui proprio io a far incontrare per la prima volta Constance e Cesare Pavese. Doris aveva appena finito di girare Riso Amaro. Constance aveva terminato un altro film in Italia. Così vennero a trovarmi a Torino e io le portai con me a una cena a casa del professor Rubini, medico colto e illuminato, sapendo che ci sarebbe stato anche Pavese.”
Dada mi accoglie con una grazia ed eleganza che fanno bene allo spirito. Mi racconta, mi dice.
Sempre in Autoreverse.
Delle sorelle Dowling cui era molto legata mi ha detto un gran bene, e il bene che ne era venuto a Pavese.
– Sa, Doris che era più giovane era di quelle donne a incutere timore. Forse per questo Pavese la elegge sorella. Constance era più seducente e gli occhi azzurri vivi, la silhouette, ne facevano una donna bellissima. Eravamo molto amiche.
– L’ha più sentita dopo la morte?
– Né viste né sentite ma ne serbo un ricordo assolutamente piacevole e non le ho mai credute, soprattutto Constance, colpevoli di alcunché. Nel copione della vita di Cesare sono solo un incidente. Pensi che quando Doris l’ha accompagnato a Roma, al Premio Strega, e le assicuro che Cesare odiava andare a dei premi letterari, in una vecchia e famosa boutique del centro mi aveva comprato un bellissimo scialle rosso. Ce l’ho conservato di là, insieme a tutto il resto. Però questa gliela voglio far vedere.
Si congeda un attimo lasciandoci soli, me e Giulia, la splendida donna che mi ha organizzato l’incontro. Sorseggiamo gli aperitivi mentre un’aria fresca ci arriva dal balcone. Ci siamo accesi una sigaretta quasi contemporaneamente. D. ci ha appena rivelato che Pavese fumava come un pompiere. Tra me e me penso due cose. Una è che in una foto su due Pavese ha una sigaretta o tra le dita o tra le labbra. E che la postura che ha mi ricorda Camus.
Due, che di Pavese non esistono tantissime fotografie e sicuramente nessuna in cui sorrida. D. torna portando in braccio come un bambino una grande fotografia incorniciata.
– Cesare non amava proprio farsi fotografare- dice quasi leggendomi nel pensiero
– Però questa gliel’hanno fatta a Roma e lui ce l’ha dedicata.
Di chi la colpa? – c’è scritto in una calligrafia chiara e forte.
Cos’altro aggiungere.
D. ci parla di mille altre cose e io resterei ad ascoltarla per giorni. Anche Giulia, che alla timida dipartita degli ultimi raggi di sole ha accostato la poltrona a quella dell’amica .
Il tempo è volato. Ci alziamo con la stessa flemma di chi voglia restare ancora un po’ e la risolutezza del gesto diventa solo il rispetto di un patto, di un tacito accordo siglato al momento dell’incontro.
– Ah senta un’ultima cosa- e ci fermiamo invertendo il senso di marcia
– Se fosse stato un film il suo, e non un romanzo voglio dire, le assicuro che il finale sarebbe già pronto. La sera prima del terribile gesto Pavese era venuto da noi. Avevamo chiacchierato a lungo e poi aveva assolutamente voluto leggere un passo dal Macbeth di Shakespeare. Passo che si conclude con la celebre formula “and tomorrow, tomorrow”
– Quando rientrammo la sera, dopo che mio marito Era corso all’albergo Roma, tornando a casa, sul tavolo c’era ancora il libro aperto con il passo che ci aveva letto.#
Si moltiplicano le tracce. A tale proposito mi va di ricordare la celebre immagine descritta da Nabokov in “Il dono”.
“Mentre attraversava la strada, diretto verso la farmacia all’angolo, girò involontariamente la testa( un bagliore gli aveva colpito di rimbalzo la tempia) e vide – col rapido sorriso con cui salutiamo un arcobaleno o una rosa- che dal furgone stavano scaricando un parallelepipedo di cielo di un bianco accecante, un armadio a specchi su cui, come su uno schermo cinematografico scorreva il riflesso impeccabilmente nitido dei rami, scivolando e oscillando in modo tutt’altro che ligneo: era un vacillare umano, condizionato dalla natura di chi portava quel cielo, quei rami, quella sdrucciolante facciata.”
Vladimir Nabokov, Il dono
Strano e curioso il modo in cui ci ricordiamo dei libri!
Nella mia mente poche frasi di un romanzo amatissimo, erano diventate pagine su pagine di descrizioni dettagliate, minuziose, oltre che delle cose portate via dai traslocatori, delle facce degli stessi. Quasi sempre grossi e rudi. Grossi e rudi, capaci però di gesti sorprendenti, come la volta in cui vidi i due traslocatori ungheresi, di una ditta a Parigi specializzata nel trasporto dei pianoforti, e che dopo aver portato il piano, a braccio, sospendendolo al collo con delle imbracature simili a bretelle, uno di loro, una volta sistemato lo strumento nel salone, cominciò a suonarlo divinamente, per capire se nel trambusto avesse perso la freschezza del suono.
E invece no, un semplicissimo e apparentemente casuale passaggio. Casuale salvo quella nota.
[…]”era un vacillare umano, condizionato dalla natura di chi portava quel cielo, quei rami, quella sdrucciolante facciata.”
E come non pensare allora al diktat stendhaliano che definiva il romanzo come ” un miroir qu’on promène le long d’un chemin. (uno specchio che si trasporti lungo le strade)?
Un vero e proprio manifesto per chi fa letteratura, che di colpo spiazzava ogni finta querelle contemporanea su scrittura serva della realtà o ancella della fantasia. Era quell’oscillare del dispositivo- l’armadio a specchio, occhio del narrante, visione del mondo del personaggio- che liberava il campo della creazione letteraria da ogni dichiarazione di intenti, programma estetico-ideologico della scrittura. Un vacillare, umano, capite, cosa scrive Nabokov?
La scrittura di Autoreverse, ma soprattutto il senso di quella scrittura oscillava tra vita dei personaggi, anch’essi risultato di un’oscillazione tra persone veramente incontrate, caratteri magari condensati grazie all’intervento dei ricordi, delle esperienze ed incontri rammentati, ed una vera e propria ricerca sul campo la cui imprevedibilità era legata soltanto alle risposte portate dai fatti o delle persone che storicamente avevano conosciuto Cesare Pavese. Devo aggiungere che non solo le risposte, articolate in frasi dotate di senso, di significanti, si direbbe ora, ma anche i “supporti” che veicolavano i punti di vista, costituivano di per sé un tracciato pre-linguistico, quasi preistorico della ricerca, nonostante si trattasse in alcuni casi di modi di comunicazione “contemporanei”.
Ecco allora apparire sullo schermo che avete davanti due documenti. Uno, la mail che Keith Botsford ottuagenario ed insigne romanziere americano cofondatore con Saul Bellow delle News from the republic of letters di Boston, e l’altro, una lettera fax inviatami dal suo contemporaneo, Antonio Ghirelli, storico, giornalista, componente del gruppo Sud di Pasquale Prunas. Cominciamo dalla seconda.

Melanconica dolcezza, delicatezza ed eleganza. Capite? Della voce Antonio Girelli non si ricorda, ma attraverso quelle poche parole, che cadono tra la 27 esima e la 28 esima riga del documento, da fine del mese, dalla fine di Pavese, che come sapete si suicida tra la notte del 27 e del 28 agosto.
Certo che sono considerazioni un po’ naives, ma certi fatti si leggono meglio attraverso la lente della stupidità che quella dell’intelligenza fredda. L’inattualità delle parole di Antonio, inattualità tipografica come il foglio millimetrato ormai in disuso nelle redazioni, reggeva il macigno del ricordo, sospeso, “oscillante” tra ricostruzione storica del grande momento einaudiano a Torino e il souvenir di un traduttore impacciato soccorso dal gigante Pavese.
Così nelle mail di Keith e dei coniugi Huysmann.

Keith definisce roca, di fumatore, senza accento, la voce di Cesare Pavese incontrato poco prima che morisse. Una voce da ascolto dell’altro. Keith mi viene incontro scrivendo in italiano, in francese, talvolta in inglese. Se potesse usare tutte le lingue che gli ho sentito parlare ne salterebbe fuori un fuoco d’artificio. Del resto Pavese non scrive le sue ultime grandi poesie in inglese?
A seguire, dopo una breve telefonata mi arriva la mail di Michael Houseman con cui mi aveva messo in contatto Keith.
Michael diventa così la voce della Dowling, e lo fa attraverso il ritratto che mi “dona”.
All’inizio del mio intervento vi avevo parlato di Visione, di Vocazione, ed ecco la terza parola che costituisce, insieme alle altre, il piano ineliminabile della scrittura. Il Dono
Je regrette mais ce weekend n’est vraiment pas possible pour moi: multiples rendez-vous et des invités qui arrivent du Maroc. Quand venez vous la prochaine fois? Toutefois je peux déjà vous dire que j’étais trop jeune (ou bien j’ai oublié) pour pouvoir apprécier chez Doris un souvenir de Pavese; par ailleurs, je n’ai jamais connu Constance (ou bien j’étais là aussi trop jeune — car je n’en ai aucun ouvenir). Quelques éléments de mon souvenir de Doris: cheveaux d’un noir absolu and les ongles (des pieds et des mains) de couleurs vifs, un regard en coin mi-amusé tienté de tristesse, un rire gave et rond, de l’energie inépuisable, l’alchool, une douce generosité envers nous les gamins et un attachement parfois un peu genant envers son fils unique (devenu un tatoueur professionnel très connu — fondateur du très renommé Fun City Tatoo à New York — il serait parti depuis quelques années à Rio de Janeiro ;je n’arrive pas à le contacter).
Michael
Sempre a proposito dei “campi” di ricerca volevo mostrarvi non solo l’home page del blog di cui faccio parte, e devo dire con un certo orgoglio, Nazione Indiana – un titolo che Pavese avrebbe certo apprezzato- ma soprattutto il capitolo che avevo messo su in anteprima e che avrebbe a sua volta provocato altri incontri, uno in particolare, quello con Zeno, che mi avrebbe aperto delle porte su Pavese che nessun libro mi avrebbe suggerito. Ve lo propongo e ve lo leggo a viva voce, quasi per portare fortuna ai miei personaggi. Forse sarà per loro l’unica occasione, quella della pubblicazione degli atti del Seminario, per essere letti. Forse no. Vorrei però raccontarvi un “fatto” che è insieme divertente, rocambolesque, e nello stesso tempo rassicurante, per uno scrittore. Avevo già scritto un capitolo in cui François Taillandier viene a Trento per un incontro su Pavese. Descritto nei piani del personaggio come nella proposta che vi ho fatto quest’oggi. Spero solo, e vivamente, di essere stato all’altezza dl mio personaggio. Concludo con il capitolo pubblicato su NI cui seguirà, il documento del diario di Mila, che l’allora direttrice degli archivi di stato mi consegnò in lettura.
Del capitolo sesto lascerò voi giudicare. Delle pagine riprodotte che vedete sullo schermo vorrei solo farvi notare il modo in cui le parole, per nulla incerte, ma ferme, come la mano di uno dei maggiori critici della nostra Italia, Massimo Mila poteva avere, sembrano, oscillare, come uno specchio che non solo ci guarda fare, ma che ci rimette al mondo quasi per farci rinascere.
Anteprima/ a Cesare

foto di Roger Salloch / bycicle
Quello che segue è un capitolo del romanzo a cui sto lavorando. A suivre (-continua)
Francesco Forlani
Capitolo Sesto
Quanti amici ho? Ecco una buona domanda. Ma quanti ne aveva Cesare Pavese? Massimo Mila e Augusto Monti sono le persone a cui Pavese ha scritto più lettere. Il primo è il maestro e dunque non fa testo. Il secondo, che viene chiamato affettuosamente dall’amico, la confraternita, è stato uno dei più grandi musicologi che l’Italia abbia mai prodotto.
È a lui che tocca scrivere l’articolo necrologio sul Radiocorriere in data 3-9 settembre. Me l’ha fatto pervenire insieme ad altri preziosissimi documenti la direttrice dell’archivio di stato di Torino, Isabella Massabò Ricci. Mi ero ripromesso di leggere il tutto in albergo e non in uno qualunque, ma proprio tra quelle mura che si sono chiuse per sempre su Pavese. Quando stasera chiederò la camera che mi spetta. Intanto ordino da bere e mi giro e rigiro tra le dita il biglietto da visita della direttrice. C’è come una dedica e mi commuove.
Per lo studioso di C. Pavese. Cerco di capire la Y scritta a penna accanto al nome e penso a lei. Una donna con un entusiasmo da lasciare senza parole chiunque vi si trovi accanto. Ha la luce negli occhi tale che quando diventa memoria di articoli o documenti è attraverso quegli specchi che si apre un mondo senza tempo, per quanto custodito da carte e fascicoli, ma soprattutto dai numeri di archivio, arte combinatoria che accompagna ogni ricerca. Detta da lei la parola studioso ha un’altra accezione e mi lusinga che abbia preferito questa a quella di romanziere. Comunque sia mi sono sempre innamorato di donne che avessero o un grande entusiasmo o un fortissimo sense of humor. Le prime perché esistono a prescindere dall’amore che le lega a te, e le seconde perché sanno riderne, di quell’amore.
Proprio non ce la faccio a trattenermi e così inizio la lettura di quelle pagine. Comincio con l’articolo e lo leggo tutto d’un fiato. In nessun punto Mila parla dell’amico Pavese ma dello scrittore, come se non volesse sottrarre al lettore alcunché. Ne racconta ogni momento con la precisione di un chirurgo e da questo si vede che sono passati solo pochi giorni da quel tragico evento.
Sul finale scrive:
“Proprio in questa fase di trapasso, in questa momentanea pausa della sua accanita operosità intellettuale, lo colse il demone della solitudine, quella solitudine amorosamente vagheggiata come il minore dei mali, che poi d’improvviso ti mostra la sua vera faccia e t’opprime come una condanna. La solitudine affocata della bella estate, della feria d’agosto quando perfino il lavoro, che stanca, ma che salva t’abbandona.”
Intanto suona il telefono. Vibra. Il numero che appare sul display mi dice numero inconnu e comunque non ho voglia di rispondere. Deve essere sicuramente lei che deve aver ricevuto la lettera che le ho spedito da Parigi. Lei che mi accusava di averle rubato anni preziosi e che non sapeva ridere affatto né di se stessa né tanto meno del mondo. Si sarà allarmata? Ha forse paura che possa fare una follia? Ci sono donne che riescono a rendere perfino il tuo dolore insopportabile, impazienti come sono di apporvi il proprio timbro di causa prima. E allora si dovrebbe smettere di soffrire giusto per negargli questo piacere supplementare.
Ordino ancora da bere non prima di aver spento il cellulare.
Apro la busta ed é come un pugno in pieno volto, l’attacco.
“ Martedì 29 agosto 1950.
Oggi sepoltura di Pavese. Partiti alle 4 dagli uffici Einaudi. Gran corteo a piedi per via Arsenale, con sosta sotto alla prima sede della Casa editrice, fino a Piazza San Carlo. Poi in auto al cimitero”
È incredibile come la via crucis di Pavese si snodi attraverso i luoghi del lavoro, del progetto dell’Editore Einaudi. Come probabilmente accadeva per un ingegnere della Fiat o della Olivetti.
Scrive ancora Massimo Mila, in una calligrafia precisa e raramente percorsa da cancellature, sul quaderno che Pavese gli aveva regalato, e che si presenta come un libro, con copertina cartonata ed è un libro.
” È una bella giornata di sole come quando, vent’anni fa avevamo accompagnato Pavese e seppellire sua madre, e lui se ne stava là, sullo sfondo delle colline, tutto d’un pezzo e a muso duro.
Quando tutte le corone sono ammucchiate sul tumulo, Einaudi, Giolitti e Bobbio insistono ancora perché dica qualche cosa. Se ricordo bene, ho detto: “ molti vorrebbero che qui si dicesse qualcosa per ricordare l’amico che abbiamo perduto. Ma se Pavese ci vedesse in questo momento, disapproverebbe che qui si parli, e forse ghignerebbe un poco di noi. Lui era di opinione che i sentimenti veri non fa bisogno di dirli, e che quando si cerca di manifestarli con parole si sgualciscono sempre un poco. Tanto peggio per chi non sa riconoscerli nella sostanza e nei fatti. Perciò facciamo come voleva lui e ricordiamolo in silenzio.”
Ho avuto un po’ d’incertezza sulla forma da usare:”Se Pavese ci vedesse”o “se Pavese ci vede in questo momento” ma ho poi scelto quella che corrisponde alla mia opinione(del resto non chiarissima) anche a costo di urtare qualche suscettibilità. Ma probabilmente nessuno badava alle sfumature di pensiero implicite nella scelta tra un congiuntivo e un indicativo. Ho poi pensato che la frase ” tanto peggio per chi…” poteva magari suonare polemica come un rimprovero. Ma neanche sarà stata sentita cosi’, tutti l’avranno ascritta sul conto di Constance Dowling o di chiunque sia la misteriosa protagonista dell’ultima cotta di Cesare, sulla quale corre tutta una ridda di dicerie. Ora pare che siano state trovate le brutte copie di due lettere a una certa P o Pierina.
C’è un omaggio bellissimo di Mila alle donne “semplici” che amavano Pavese forse più di quanto lui non le amasse e sicuramente meglio di quanto e come lo amassero le sofisticate rampolle della borghesia torinese. Poi continua.
“Gira anche voce che Pavese si fosse convertito e prova ne era una lettera mandata alla sorella con 5000 lire per ” un parroco poverissimo d’un paese vicino a Serralunga, e ne fa un sintomo di ravvedimento religioso! Non sa che Pavese era straordinariamente caritatevole (e non solo con le belle ragazze infelici come la Carpegna ) ma con chiunque, e quelle 5000 £ le ha mandate a quel parroco di sua conoscenza, non perché era un prete, ma perché era povero.
Oggi poi, ritornando dal cimitero, il signor Sini mi racconterà che la lettera alla sorella suonava press’ a poco cosi’: ” Dai queste 5000 £ a don …, e digli da parte mia che continui a raccontare le sua balle a quei poveri diavoli che ci credono”.
Mi fermo qui. Nel pomeriggio devo tornare in archivio. La direttrice mi ha promesso di accompagnarmi agli hangar dove furono custoditi – più esattamente, congelati – i manoscritti di Pavese dopo l’alluvione che travolse il Piemonte e Santo Stefano Belbo, trascinando nel fango tutta l’opera raccolta nel museo fondazione.
Comunque Mila mi sembra confermare quanto credo di aver capito. Le sorelle Dowling non c’entrano nulla con la morte di Pavese. Semmai con la vita.


Una ricerca bellissima. Un abbraccio
caro effeffe superfluo fare complimenti a un lavoro così evidentemente bello e raffinato. Mi porto a casa, e mi faccio girare in testa, questa frase “Lui era di opinione che i sentimenti veri non fa bisogno di dirli, e che quando si cerca di manifestarli con parole si sgualciscono sempre un poco. Tanto peggio per chi non sa riconoscerli nella sostanza e nei fatti.” riportata da Mila; frase difficile più che non sembri. Ma lui era così, asciutto e fragile, e così ha accompagnato un pezzetto della mia vita.
mi piace che un autore parli di ciò che sta scrivendo. forse “the real thing” è anche in questo sovrapporre le tracce e, mantenendosi in un ascolto continuo saperle cogliere e aggiungerne altre.
ben scritto e interessantissimo questo pezzo.
grazie
lisa
Aggiungo che con questa ricerca, con le testimonianze ecc. stai facendo un lavoro anche da storico. C’è un altro libro qui, se andrai avanti, un libro che accompagna ” Autoreverse”.
“Quella che vedete sullo schermo è una macchina da scrivere. La marca, Remington, fabbricava e fabbrica tutt’ora fucili a canne mozze e macchine da scrivere. In entrambi i casi un martelletto inchioda qualcosa”.
Si potrebbe fare un quadro pieno di primizie o, che ne so, un poster per le giornate di pioggia.
😉
insieme a Bicocca di Nadia Agustoni
un vero “salto di qualità” per LPELS
grazie
,\\’
ringrazio il Furlen per questo autentico gioiello.
fabry
Grazie, Francesco, ne viene fuori un avvincente “romanzo di un romanzo”. E interessanti gli elementi di poetica: qualcosa come “vocazione” o “necessità” ci vuole… e anche “The Real Thing”… complimenti, e spero ci aggiornerai via via!
Interessante e generoso. Auguri a Furlen –
Grazie Francesco,
tutto nel tuo splendido stile
angelo
erano vent’anni che non vedevo angelo cocchinone. Ed avevo chiesto ad amici, e poi agli amici degli amici se ne avessero notizie. Ero a Caserta, qualche settimana fa con l’intenzione (la promessa) di rintracciarlo ed avere la sua autorizzazione ad usare il suo nome e cognome, e raccontargli dell’aria di famiglia che c’era tra lui, angelo cocchinone (emigrato a torino negli anni ottanta ) e l’angelo cocchinone (emigrato negli anni novanta a torino) che avevo immaginato. Trascinavo i pensieri per via mazzini quando è apparso lui su una vespa. Si era traferito a roma e così gli capitava di fare ritorno alla città d’origine. Angelo ha scritto il commento qui sopra e per me è un dono. grazie. A tutti. Veramente.
effeffe