FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Carlo Livia
Se la parola è espressione esclusivamente del rigore scientifico e dei concetti del sapere e della filosofia nessuna luce potrà giungere da essa. Per Carlo Livia è invece necessario che la poesia si abbeveri alle sorgenti inquiete e misteriose dell’inconscio, liberando sogni e visioni capaci di placare l’ansia di verità e di bellezza.
Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?
È interessante e suggestivo il contrasto che suggerisci tra la luce come principio metafisico nel pensiero greco e il buio che ha imperversato nell’arte del Novecento. In autori come Kafka, Beckett o Celan sembra che le tenebre siano il definitivo e ineludibile orizzonte che connota l’esistenza.
In realtà il loro struggente grido di rivolta potrebbe essere l’unica residua via di salvezza e liberazione dalla millenaria mistificazione che, come notava Nietzsche, ha spacciato come verità la sua hybris, la volontà di dominio e asservimento della realtà.
Nell’Otto e Novecento il criticismo, l’analisi del linguaggio, il prospettivismo e il nichilismo hanno definitivamente liberato il pensiero dalla sua stessa prigionia: il suo strumento – il linguaggio – funziona solo nel mondo empirico, nella conoscenza scientifica. Quando si rivolge alle astrazioni metafisiche, al significante non corrisponde nessun significato esperibile ed esprimibile, ma solo vacue fantasie concettuali, che il potere ha stabilizzato e imposto come assoluta verità.
Se la poesia si serve ancora del linguaggio tradizionale, come in Carducci, Pascoli, Saba o Pasolini, con la sua semantica asservita alla dogmatica aristotelica, la sua luce non sarà mai più pura e intensa di quella artificiale di un lampione o di un candelabro.
Ma da Rimbaud e dal surrealismo l’arte tenta di esplorare il mondo dell’inconscio, non è più pensiero più o meno sentimentalizzato, ma diventa sogno, visione, agnizione ed epifania mistica, allucinazione, delirio. Se non giunge alla verità assoluta (che non esiste) crea e libera segni e tracce del mondo della psiche profonda collettiva, archetipi che riflettono e definiscono la presenza del sacro e del divino, come sempre hanno fatto tutte le mitologie sacre e profane, con un livello di valore noetico e soteriologico che trascende il pensiero razionale e scientifico.
La luce è vita e il primo atto creativo di Dio nella Genesi è il fiat lux. Nel primo canto del Paradiso Dante parla della luce come sorgente, principio dell’essere che comprende tutte le cose, forma perfetta, bellezza suprema, metafora dello spirito, identificazione con Dio, armonia assoluta: la gloria di colui che tutto move/ Per l’universo penetra e risplende/ In una parte più e meno altrove. La poesia può (ancora) svegliare il senso del sacro che alberga al centro del cuore dell’essere umano, distogliendoci dalla narcosi e dall’abbrutimento?
«La luce è sepolta con chiodi e catene/ in impudica sfida di scienza senza radici» (F. G. Lorca). Nei versi di Lorca promana la condanna dell’alienazione della cultura tecnologica e scientifica, incapace di raggiungere una diversa e più ampia relazione con l’essere, al di sopra dell’empirismo e dogmatismo. Noi abbiamo inesorabilmente perso la luce originaria, come narrano tutte le mitologie religiose della creazione, che sempre comprendono qualche colpa, caduta o errore che ci ha trascinato nella tenebra, al massimo ci è concesso qualche sprazzo di reminiscenza, nostalgia, come nell’immagine della “lichtung” di Heidegger.
Ma questa condizione può essere anche la prova della nostra origine e appartenenza ad una dimensione trascendente e divina, di cui serbiamo traccia proprio nella dimensione emotiva, con il suo ineludibile rimpianto e necessità, come ha espresso L. Cohen in questi versi ammirevoli: «There is a crack, a crack in everything/ that’s how the light gets in.»
Cos’è per te la luce?
La mia ansia di verità e luce, in senso platonico-cristiano, è subordinata ad un ostacolo strutturale, intrascendibile sul piano razionale: l’abissale eteronomia che separa il pensiero – linguaggio dall’Essere. Il tentativo di concettualizzare e dogmatizzare l’esperienza della trascendenza, il senso di esilio e nostalgia che hanno sempre accompagnato il pensiero, dalla patristica in poi, ha alienato la mistica identità fra anima e divino, natura e Dio, affermata con eroica determinazione dai grandi eretici, spesso a costo della vita (Margherita Porete, Meister Eckhart, Jan Huss, Giordano Bruno, Spinoza), deturpandola e mutandola in strumento di potere, fino al suo svanire in vuote glossolalie e incerti teoremi nel «tempo della povertà, quando gli dei del passato sono morti e i poeti ne seguono le tracce aspettando il solo Dio che può ancora salvarci» (Holderlin e Heidegger).
Per ritrovare la luce delle antiche teofanie bisogna affidarsi al potere rivelativo dell’inconscio, in cui gli archetipi di cui parlava Jung provano la nostra natura divina e spirituale, l’inestinguibile luce che promana dal profondo della psiche che poeti e artisti sanno esplorare e liberare, perché solo «il sogno svela la realtà che l’idea si lascia molto indietro» (Kafka).
La parola ai versi
C’era un monaco con un lunedì spezzato
piangeva rondini e bambine di corallo
cadde una testa era un terrore di marmo
il mandolino rubò tutti i pronomi del generale
io attraversavo quel fiore immenso
e tutti ridevano e cantavano
maria con i fiori dell’alba
maria con i diamanti dell’alba
maria con i bambini dell’alba
maria con i segreti dell’alba
la finestra amava un valzer con i baffi
l’eternità con la sposina era chiusa nell’armadio
la mente della regina cadde dal davanzale
l’addio per sbaglio fu spedito a londra
io convinsi le costellazioni a morire dolcemente
in quel nido di capezzoli blu
ma tutti ridevano e cantavano
maria con i sentieri dell’alba
maria con i giganti dell’alba
maria con i vascelli dell’alba
maria con i binari dell’alba
giganti di gelatina divoravano giraffe verdi
matrone bruciavano giurando che non era vero
la ragazza telescopio perdeva tunnel e ambasciate
io lottavo col pavone per afferrare quel nome enorme
ma tutti ridevano e cantavano
maria con guerrieri dell’alba
maria con i fantasmi dell’alba
maria con templi dell’alba
maria con i capelli dell’alba
TEOREMA # 78
(ovvero: come sedurre le belle cariocinesi)
A quest’ora l’eternità è quasi deserta.
La notte liturgica, piangendo, si offre al branco.
Passa una pioggia nuda, senza pensieri.
Due cieli isterici, coi capelli del pazzo.
Un morto pallido, stralunato insegue la sposa per le scale.
Un solo, piccolissimo punto ci sfugge da sempre. E lo chiamiamo porto, arsenico, guanto, maestrale.
Fra questi pozzi di flauto, non chiedere la strada per un nuovo battesimo.
Pomeriggio di piogge sfebbrate.
Chilometri di coltivazioni di spose tristi.
Terrore di seta verde.
Madri oscurate fino alla spina.
Io rubo dalla teca l’embrione triste.
Mostrate le ipotenuse che bruciano,
ma non spaventate le consustanziazioni.
Il martedì tailandese convoca il delirio nel violoncello.
Se ti parlo la nostalgia uccide le statue
e lascia fuggire candidi merletti.
Morirò nel cristallo rotto della tua anima,
bel marmo accecato dai garofani.
(L’estasi dei gendarmi si perde in contumelie)
(corrente)
la sposa messa a nudo dai suoi celibi
la madre messa a fuoco dai suoi complici
la morte messa a bagno dai suoi distici
la guerra messa a dieta dai suoi monaci
la vita messa in dubbio dai cosmetici
la santa messa al fresco dai suoi comici
la sera messa a lutto dai suoi codici
la belva messa in fuga dai pontefici
la dama messa al trotto dai suoi cantici
la sorte messa a letto dai suoi salici
la stella messa al buio dai suoi giudici
la patria messa in onda dai suoi traffici
la chiesa messa a norma dai suoi alluci
la luce messa in crisi dai suoi fisici
la pioggia messa in prosa dai suoi glicini
la suora messa a rischio dai suoi vortici
la mente messa al bando dai suoi attici
la rosa messa in croce dai suoi mistici
l’alba messa al muro dai suoi farmaci
l’amata messa a bada dai suoi tropici
la storia messa all’ombra coi suoi manici
la folla messa all’asta dai carnefici
la grazia messa in frigo coi suoi dentici
la giungla messa al piano dai suoi camici
la culla messa all’erta dai suoi scettici
la fiaba messa al forno dai suoi vigili
la dea messa a morte dai suoi calici
Carlo Livia è nato a Pachino (SR) nel 1953 e risiede a Roma. È autore di opere di poesia, prosa, saggi critici e sceneggiature, apparsi su antologie, quotidiani e riviste. Fra i volumi di poesia pubblicati ricordiamo: Il giardino di Eden (1975); Alba di nessuno (1983, finalista al premio Viareggio-Ibiskos); Deja vu, (1993, premio Montale); La cerimonia (1995); Torre del silenzio (1997, premio Unione nazionale scrittori); L’addio incessante (2001); Gli Dei infelici, (2010).

