Archivi categoria: Interviste

Intervista a Laura Corraducci

 

  •   di Luca Pizzolitto
  • Ciao Laura, in questa intervista che ha per oggetto principale il tuo nuovo libro (Tableaux, PeQuod 2026), partirei, con le domande, proprio dal principio, dalla copertina: che significato ha, per te, la scelta di un titolo in lingua straniera? E quale immagine racchiude, per te, la parola Tableaux?

Ciao Luca, intanto grazie di questa intervista e grazie anche a chi ci ospita “La poesia e lo spirito”.

Allora, scegliere i titoli è stato spesso un grosso problema, la maggioranza delle mie poesie non ne ha nessuno e anche in questo mio ultimo libro è piuttosto così, fatico a chiudere in una parola (o in più parole) quello che magari il testo poetico o, in questo caso, un’intera raccolta può racchiudere, anche se comprendo bene che un titolo che abbia un certo impatto di immagini e suoni sia molto importante, in particolare modo per un libro. E’ il suo biglietto da visita. Per tutti i libri che ho scritto fino ad ora, Tableaux incluso, il titolo è arrivato da sé, per Il passo dell’obbedienza (Moretti e Vitali, 2020)  il libro precedente, fu verso la fine, questa volta, invece, è stato molto prima, stavo lavorando alla sezione dedicata ai dipinti (in francese la parola “tableaux” significa quadri) e avevo pensato di intitolarla così, poi, andando avanti con il libro ho sentito che doveva essere di tutta la raccolta.  Continua a leggere

Intervista a Leda Erente. Tornerà il grano a sfiorare i tetti

di Massimiliano Bardotti

 

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

“Tornerà il grano a sfiorare i tetti” nasce da una visione durante una passeggiata. È un auspicio a tornare a vedere la bellezza dei grani antichi che svettano fino ai due metri di altezza, non vuole essere un ritorno nostalgico al passato ma alla fertilità della terra, a un tempo ricco di vita, di biodiversità, che ci porta a essere in comunione con tutto, ad essere custodi della Terra, testimoni di bellezza, in una visione olistica di cooperazione tra gli esseri viventi. I grani antichi hanno radici forti e uno stelo altissimo come a indicarci che per poter guardare verso il cielo occorre prima rivolgere lo sguardo dentro, cogliere l’impronta dell’infinito anche in un campo di grano e percepire quei momenti di bagliore come una carezza, in cui pensi: questo attimo era per me. Il cuore si apre e continua il respiro dell’universo, può accogliere il linguaggio della natura che non usa parole ma ci parla attraverso le sue meraviglie, che non vanno possedute ma ammirate nel loro mistero, esserne grati, constatare che non esiste una foglia che rinneghi il sole, invece, nell’umano, c’è chi rinnega qualcosa che è più grande di sé e preferisce vivere nell’oscurità. Continua a leggere

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Marco Onofrio

Fare luce con la poesia – intervista a Marco Onofrio

C’è una luce fisica – che illumina il mondo attraverso la conoscenza – e una luce metafisica che entra nel mistero del visibile e apre alla visionarietà dell’immaginazione. Per Marco Onofrio il poeta è colui che è capace di passare dal visivo al visionario, attraverso una poesia che sia in grado di esaltare la luce e cantare la meraviglia e la bellezza del creato. Continua a leggere

Intervista ad Andrea Tosi

 

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di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Direi che è nata con mio figlio, nel senso che è stato lui a fare da spartiacque fra la vita di prima e la mia nuova sedentarietà. Sono passati circa dodici anni dalla pubblicazione della raccolta precedente, e durante questo tempo mi sono allontanato dalla letteratura, ultimo periodo a parte. Devo dire che neanche pensavo di tornare a scrivere, ma il tempo ha creato nuove circostanze e stimoli. Continua a leggere

Niente facili “promenades” con Rita! (2)

di Kika Bohr

Ecco il seguito dell’intervista con Rita Vitali Rosati (la cui prima parte potete vedere qui)

Kika: – Ricordo ” Per fortuna ci sono anch’io ” una performance…
Rita: – Ricordo concretamente anch’io e non è solo un ricordo proustiano, così com’è indicato nella domanda, ma il tempo di questa performance si connota come una realtà che oggi è essenziale nella storia del mio curriculum. Per fortuna ci sono anch’io , ha visualizzato in uno slogan il progetto di accelerare l’urgenza di riconsegnare alla memoria un passaggio fondamentale che è stato quello del futurismo di Marinetti e del dadaismo del giovane Evola. Facendo della provocazione un segno che come quello di Zorro, indica che dove c’è sfida, c’è anche una belligeranza perché partendo dalla constatazione che da sempre “c’est l’argent qui fait la guerre” le grandi mostre istituzionalizzate si fanno con i grandi forzieri di Stato. Si è trattato di riformulare un evento avendo come obiettivo quello di duplicare, clonare la mega-mostra “Gentile da Fabriano” e company e l’altro Rinascimento, affrontando un improbabile braccio di ferro con l’ignaro Francesco Merloni. Utilizzando il linguaggio e la struttura di una campagna pubblicitaria virtuale, con poster, locandine, comunicati stampa, volantini, intervallati e accompagnati da una serie di azioni diversificate, occupando spazi non usuali dell’arte (per esempio l’aereo che vola trascinando il mio slogan preferito “Per fortuna ci sono anch’io” vero tormentone come ogni carosello che si rispetti).

Rita Vitali Rosati, 2006

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Niente facili “promenades” con Rita!

di Kika Bohr

Conosco l’artista e fotografa Rita Vitali Rosati da una ventina d’anni. È nata a Milano ma vive a Fabriano e, a Milano dove abito io, ci viene raramente. Ci siamo incontrate la prima volta sul Gargano, a un simposio di pittura e abbiamo subito simpatizzato. La nostra amicizia è fatta da lunghi silenzi e brevi incontri che sono sempre delle sorprese. L’ultima volta che l’ho vista è alla presentazione di un suo libro dal titolo terribile: Ammmorte con tre “M”. Quando mi ha mandato l’invito subito l’ho chiamata al telefono molto spaventata. Lei mi ha un po’ rassicurata dicendomi che personalmente non voleva ammazzare nessuno ma che si trattava della pena di morte. Un libro fotografico.
Rita in tutti questi anni mi ha mandato alcune delle sue deliziose cartoline-foto-finte pubblicità. Mi sono poi procurata tre libri suoi, fotografici (Inventario, Ahi! e La passiflora non è una passeggiata en plein air). I due primi sono in b/n con interventi personali e a volte scritte sulle foto (come nelle cartoline), il terzo invece è a colori con poesie anche di altri autori ed è molto provocatorio e coraggioso, sul tema del decadimento fisico e della malattia.
Ma questo ultimo libro sulla condanna a morte?
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Intervista a Michela Zanarella

di Luca Pizzolitto

Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

La raccolta è nata come processo di ascolto interiore, un percorso di riflessione sulle cose che accadono nella quotidianità. Inutile negare che siamo protagonisti di un tempo complesso, attraversato da guerre e instabilità economiche e sociali. La poesia si muove in un contesto di attraversamento della realtà, è vita che scorre e attraversa le stagioni, le sensazioni e le emozioni, cerca riparo nella parola, ma a volte anche la parola fatica a dare risposte. Ma è pur sempre respiro.

2) Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?

La poesia in questo tempo odierno non ha un ruolo, lo ha perso. I valori e i punti fermi sono dissolti nell’attuale follia. La parola resta comunque la risorsa per non smarrire le proprie certezze, quelle poche che conducono alla ricerca della bellezza anche dove non c’è. Le strade da percorrere sono tortuose, bisogna affidarsi al proprio sentire.

3) Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?

Vorrei che lo studio, la lettura e la scrittura occupassero più tempo nella mia vita. Il lavoro assorbe gran parte della mia giornata, ritaglio quel poco che posso la sera per studiare, leggere e scrivere, anche a notte fonda. E forse è proprio la notte che mi ispira maggiormente.

4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni.

Sicuramente citerei Emily Dickinson con Tutte le poesie che ho amato da subito, poi Antonia Pozzi con Tu sei l’erba e la terra. Le più belle poesie d’amore e Pier Paolo Pasolini con Poesia in forma di rosa. Sono loro gli autori che amo, ma ne sceglierei anche altri, sforando i tre, come Alejandra Pizarnik con La figlia dell’insonnia e Adrienne Rich con Cartografie del silenzio.

Viviana Spada, “Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi”

Intervista di Marino Magliani a Viviana Spada su Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi (Il Filo di Arianna, 2025)

Nell’anno in cui ricorre l’80° anniversario dell’assegnazione del Premio Goethe e Premio Nobel per la Letteratura (nel 1946) a Hermann Hesse, esce il saggio di Viviana Spada Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi, dedicato al grande scrittore tedesco, ma svizzero d’adozione.
A Montagnola, infatti, dove egli visse a lungo, si trova il Museo Hermann Hesse, il più importante e completo, al cui interno si trovano la sua macchina da scrivere, i suoi occhiali, manoscritti, quadri…; all’esterno, l’aria che respirava, i suoi paesaggi, Casa Camuzzi, dove ha scritto l’immortale “Siddhartha”, e la straordinaria sensazione di rivivere la stessa magia ispiratrice…

Quando nasce il tuo amore per la lettura e la scrittura?
All’età di cinque anni imparai a leggere e a scrivere dalla trasmissione condotta dal M° Alberto Manzi “Non è mai troppo tardi” e, da allora, credo di non avere mai smesso di farlo.

Come e quando hai capito che sarebbe potuto diventare un mestiere?
Leggendo e scrivendo molto, fatto che a scuola mi permetteva di svolgere temi molto lunghi rispetto a quelli delle compagne, sovente premiati per il contenuto e la forma. In seguito ho sviluppato un forte interesse e grande curiosità per le materie umanistiche, accrescendo la mia formazione culturale affiancando agli studi e alle letture molti viaggi a giro per il mondo che mi hanno fatto conoscere culture e pensieri differenti e rafforzato in me la voglia di raccontare e raccontarmi. Continua a leggere

Piani di vite

Piani di vite

Intervista-articolo di Marino Magliani sul libro Vite che s’intersecano di Franca Acquarone (Philobiblon Edizioni, 2025) 

Se qualcuno ribattesse all’autrice che, soprattutto se dotati di buona, anzi, di ferrea memoria, non ci si riesce a dimenticare del proprio compleanno, difenderei il concetto dell’autrice, che racconta come a un tal Giuseppe succeda invece un fatto del genere: Già, era stato il suo compleanno e lui se ne era completamente e volutamente dimenticato. Ma questo è un dettaglio del romanzo, come lo è il fatto che l’autore di questa nota sia nato il 30 luglio e almeno una volta, nella vita frenetica dell’estate, tanti anni fa è riuscito nell’impresa di dimenticarsi di compiere gli anni. È dunque tutto un dettaglio e nello stesso tempo, in questo romanzo di multipiani, nulla lo è, o alla fine ce lo può sembrare. Più che un interessante romanzo psicologico, Vite che s’intersecano (Philobiblon Edizioni, 2025), ha l’impianto di un interessante romanzo architettonico. Partirei da questa scelta, dal romanzo palazzo, e chiederei all’autrice o inquilina, e questo ce lo dirà lei, del palazzo (in realtà si tratta di un grattacielo), come ti è venuta in mente una struttura del genere, e chi sono gli inquilini dei diversi piani?

Ilario – 1948, 76 anni, sesto piano
Giuseppe – 1949, 75 anni, quarto piano
Margherita – 1956, 68 anni, sesto piano
Samanta – 2007, 17 anni, 4° liceo, diciannovesimo piano
Marilena Fabbri – 1960, 64 anni, quinto piano
Santeri – 1974, 50 anni, diciannovesimo piano

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Sara Maggi, “Ho ancora un cuore”

Intervista di Graziella Belli

Percorrendo la passeggiata mare tra Spotorno e Noli, ho ripensato a Caterina e alle persone che popolano il romanzo di Sara Maggi, Ho ancora un cuore (Funambolo Edizioni, 2025). Lasciatemelo dire subito, è un grande lavoro, sorretto da una scrittura fluida, diretta e chiara, dove vengono affrontate storie comuni, ma le cui violenze, anch’esse apparentemente comuni, sono in grado di segnare i destini di una società malata.

Eccone un assaggio.

“Le mutandine! Le mutandine!» Il coro di voci mi riempie la testa, me la spacca in due. Lo vedono che sto male, che sono sull’orlo di un pianto disperato, eppure non smettono di ripetere in coro quella maledetta parola. Che sa di sporco solo a pronunciarla. Mi sento sprofondare nella terra del prato e vorrei solo sparire. Desidero con tutto il cuore che si apra un buco e che una forza sconosciuta mi risucchi dentro. Non può essere questa la vita di una bambina.

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Intervista a Le rose e il deserto

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Nodo antico è una raccolta di poesie dedicata a mia mamma: alcuni testi sono stati scritti durante la sua breve malattia ma la maggior parte di essi risale ai mesi successivi alla sua morte. Mi rendo conto però solo ora, a distanza di quasi tre anni da quegli eventi, che scrivere queste poesie è stato non solo un atto di ricordo, di memoria, ma anche e forse soprattutto, di auto-cura: un lento, istintivo riemergere dagli strati del dolore sordo in cui ero sprofondato senza accorgermene. Una riemersione che grazie alla scrittura è stata a occhi aperti, in cui ogni metro di questo enorme vuoto è stato osservato, non tentativo di disinnescarne la carica dolorosa. Continua a leggere

Intervista a Massimiliano Mandorlo

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Almadìra è nata come una sorta di diario notturno, composto da frammenti dispersi che prendevano lentamente vita nella memoria. A volte un bicchiere allungato di ouzo nelle afose sere estive mi riportava ad un universo mediterraneo, ricordi di viaggi in Medio Oriente e oltre si mescolavano a intuizioni sulla poesia e sul mistero della vita. Continua a leggere

Dialogo intorno a Tanka per le quattro stagioni (Vydia, 2025) di Fabrizio Bajec

a cura di Fabrizio Miliucci

Devo ammettere che, leggendo Tanka per le quattro stagioni, sono rimasto sospeso fra due idee, da una parte riconoscevo come giuste le osservazioni del prefatore Fabio Pusterla circa l’indirizzo, diciamo così, ‘‘testamentario’’ della raccolta, la sua estrema stringatezza, il suo rarefarsi etc. Da un’altra parte però mi sembrava (e sempre più ne sono convinto) che in questa prova ci sia un passo in avanti non solo della tua personale ricerca ma delle potenzialità della poesia attuale (chiamiamola così). 

E questa potenzialità è confermata dai tanti riferimenti in tralice alla pratica zen, un’energia che è difficile trovare nel pur vasto panorama della poesia d’oggi: non è rabbia, non è indignazione, non è boicottaggio, provocazione, malinconia, depressione, sdegno, razionalizzazione, è consapevolezza, una forma forte e a suo modo grave di consapevolezza, ricercata, a volte mancata, ma molto chiaramente definita.  Continua a leggere

Fra le righe degli altri: intervista a Demetrio Paolin

Iniziamo questo nuovo ciclo di interviste con uno scrittore che seguo da anni, Demetrio Paolin. Insegnante, collabora con il Corriere della sera e altre riviste. Ha scritto romanzi, con Conforme alla gloria (Voland) è stato tra i finalisti del Premio Strega 2016; se non lo avete letto, fatelo, è un romanzo che non si dimentica.
Dopo questa intervista, ho pensato (ancora una volta) che chi incontra Paolin scrittore è fortunato, e sono fortunati anche i suoi alunni/allievi.

Demetrio, ricordi il primo libro che hai incontrato?
Il ricordo del mio primo libro è legato all’invidia. Non ho idea, quindi, se il resto della mia esistenza, quella di lettore almeno, sia “viziata” da questa emozione, ma andiamo avanti. Mi ricordo che ero all’asilo, l’anno prima delle elementari, di pomeriggio, quando le maestre ti obbligavano, ma poi perché?, a fare una sorta di riposino. Ecco in quella situazione di penombra ho visto una mia compagna, che invece di dormire leggeva un libro: un albo di Topolino. L’invidia è stata duplice: leggere mi è parsa subito una cosa da grandi e io in qualche modo ne ero escluso e il libro mi è parso un oggetto che permetteva di rompere la noia dell’esistere quotidiano.
Il primo libro letto da piccolo, l’ho già raccontato altre volte, e con volontà di leggerlo è stata la Bibbia, In casa avevamo quello e quello ho letto. C’è chi ha letto le storie dei pirati e chi quelle di Noè, entrambe debbo dire divertenti.

Che lettore eri da bambino, ragazzo?
Disordinato, ho letto molto senza un costrutto e una ragione, la mia era una casa con pochi libri, i miei genitori non avevano continuato gli studi, erano andati a lavorare e venivano da famiglie di grandi lavoratori, che non appartenevano a quel ceto medio-borghese colto del dopoguerra, non c’è mai stata nelle mie memorie di fanciullo l’immagine della visita nella biblioteca del genitore o del nonno come una sorta di entrata nell’Eden. Quindi ho letto sempre voracemente e senza un vero criterio, un amico più grande che si lamentava perché a scuola l’avevano obbligato a leggere Uomini e topi, ok l’avrei letto, o L’almanacco del giorno dopo parlava di Baudelaire e de I fiori del male, mi facevo portare da mio padre in libreria in città, nel paese dove vivevo non c’era una libreria, anzi non c’è tuttora, e compravo il libro e lo leggevo. Dopo anni ho qualche migliaio di libri, tra casa dei miei e casa dove vivo, non riesco a liberarmene, e ne compro di nuovi sempre, perché sono rimasto curioso e disordinato come il bambino che sono stato.

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Intervista a Luigi Palazzo

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Chiude un cerchio che avvertivo la necessità di chiudere. Ho scritto a me stesso, provando a prendere di petto alcuni fantasmi che ancora orbitavano e che sentivo di poter affrontare con un atto di comunicazione al pubblico. Continua a leggere

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Intervista a Sheila Moscatelli

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Una spiga è arrivata di notte, tra i sogni. È nata dalla necessità di accogliere la vita, di trovare risposte alla domanda “perché non a me?”. È una raccolta sull’accettare quello che accade, sul lasciar andare, rinunciando a pretendere il controllo su quello che non si può controllare. Sull’imparare la fiducia dagli alberi, che ogni inverno perdono le foglie, certi di una nuova primavera, nel costante ciclo di morte e rinascita di cui la natura è maestra. Continua a leggere

Intervista a Daniele Giustolisi

di Luca Pizzolitto

1. Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti? 

Il perché non saprei dirlo bene, se non forse ricorrendo a ragionamenti che rischiano però di risultare sempre un po’goffi, perché sempre un po’ a posteriori, ragionati, alti, rispetto all’atto davvero misterioso dello scrivere. In generale, il libro nasce come succede per altre arti: ci sono delle idee, delle immagini, delle questioni, che insistono e man mano ci si lavora per dare loro una forma. Continua a leggere

Intervista a Tamara Vitan

di Massimiliano Bardotti

1) Come e da dove nasce l’idea di questo libro? E potresti dirci qualcosa sul titolo?

L’idea di questo libro nasce sulla scia di alcune sensazioni che hanno preso vita sotto forma di prose, una sera di febbraio. L’idea della malattia e della nostra certa e ovvia finitudine mi hanno travolto nell’incontro con questa persona che aveva ricevuto questo verdetto terribile, impossibile da accettare e da comprendere mentalmente, perché la ” nostra” di morte è sempre al di fuori di noi, sembra che non ci riguardi mai. Ecco perché è avvenuto forse un movimento interno spontaneo oserei dire, nel voler camminare insieme a lei dentro a questa “consapevolezza”, un tentativo di incollarsi alla sua condizione che è in realtà anche mia e di tutti noi, con la volontà di disperdere le tenebre e mi tenerla in qualche modo per mano, accompagnarla. Continua a leggere

Intervista ad Andrea Tuccini

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Tutto ha avuto origine dalla morte di mio padre. La morte di un genitore può scatenare una serie di emozioni complesse. Il senso di smarrimento che ne deriva fa emergere non solo il dolore per la perdita, ma anche riflessioni più ampie sulle relazioni familiari e le dinamiche che ci legano ai nostri cari. Le “case chiuse” rappresentano non solo gli spazi fisici che una volta erano pieni di vita, ma anche i ricordi, le emozioni e i risentimenti che rimangono intrappolati in essi.

In questo contesto, gli scompigli di famiglia possono evocare situazioni di conflitto, contraddizioni e segreti nascosti; sono parte della nostra storia, ma spesso ci rendiamo conto di portarli con noi come pesi. Nonostante questo, è proprio in quel senso di vergogna che si cela un’opportunità di crescita e di comprensione. Affrontare il passato può diventare un passo verso la riconciliazione, sia con noi stessi che con gli altri, trasformare i luoghi vuoti e i ricordi pesanti in spazi di riflessione e, magari, di perdono. 


2) Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?

La poesia ha il potere di rendere tangibili le emozioni, di trasformare l’inafferrabile in parole che risuonano, creando delle connessioni autentiche tra l’autore e il lettore.

Viviamo in un’epoca in cui le parole vengono spesso svuotate di significato, in parte a causa della rapidità con cui le informazioni vengono consumate e condivise. La poesia, in questo contesto, può fungere da porto sicuro, un luogo in cui i sentimenti vengono elaborati e resi accessibili, permettendo di esplorare le complessità dell’esperienza umana; la varietà dei supporti attraverso cui la poesia si esprime oggi, dai social media alle serie televisive, offre opportunità per una diffusione più ampia, senza dover necessariamente scivolare nella superficialità o nell’auto-referenzialità che limitano la profondità dell’esperienza poetica. 

Per quanto la poesia possa essere adattata a diversi formati, mantiene tuttavia la sua essenza e può fungere da segnaletica di sicurezza nel guidarci verso l’interno, verso una comprensione più profonda di noi stessi e del nostro posto nel mondo. In un’epoca di frenesia, il messaggio poetico ci offre quindi un momento di pausa, un invito a ritrovare la propria casa interiore. La vera sfida nella contemporaneità consiste nell’ancoraggio alle esperienze autentiche in un mare di rumore.


3) Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?

La scrittura richiede tempo e dedizione e la consapevolezza applicata nel leggere permette di trasformare il disagio in un’esperienza creativa, un ciclo di nausea e liberazione: è la resa totale a pensieri e parole che, pur sembrando lontani, riflettono una parte di noi stessi. In generale, la poesia ci permette di convivere con il disagio senza esserne sopraffatti, di affrontare il dolore con il conforto della connessione.


4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni.

Mi è difficile sintetizzare. Credo che la poetica di Philip Larkin sia a me quella più cara, per non parlare di quella di Montale. Ma i miei interessi cambiano: in questo momento mi emoziono nel vedere la foto del quadro di Briton Riviere “Daniele Nella Fossa Dei Leoni”, un pittore inglese dell’800, un’opera che cattura un momento drammatico e intenso, richiamando sicuramente riflessioni sul coraggio e la vulnerabilità; temi che si possono ritrovare anche in molti autori di poesia di ogni tempo.