
di Rosaria Ragni Licinio
È dall’etimologia del termine filosofia (in greco antico philosophia composto di phileîn, “amare” e sophía, “sapienza”, ossia “amore per la sapienza”, che germina la produzione pittorica del pittore e poeta Prisco De Vivo. Questa nozione di filosofia trova le sue fondamenta in Platone, ma anche in Senofonte e nel giovane Aristotele ed oggi trova una sua collocazione specifica nella ricerca della verità e nei modi in cui essa si rivela, cioè attraverso il pensiero inteso come atto totale e totalizzante. Ed è proprio partendo dal concetto di pensiero che si arriva ad una profonda riflessione su quelli che il pittore De Vivo ama definire “i suoi testimoni pericolosi”, protagonisti indiscussi del ciclo I Reperti degli imperdonabili. Le opere che compongono questo ricco ciclo pittorico sono realizzate utilizzando le più svariate tecniche e materiali pittorici e extra-pittorici come: carboncino, acrilico, matite, pastelli, stoffe e pezzi di indumenti vintage, carboni, cenere, carte colorate, fiori secchi, vecchi mozziconi di sigari, corde, spaghi, gesso, metalli e cartoni invecchiati.
Prisco, da anni la tua ricerca pittorica affonda le sue radici nella filosofia, nella poesia e nella spiritualità. Hai già omaggiato il “pensatore” per eccellenza, Giordano Bruno con due cicli di opere: “Bruno e l’indistruttibilità dell’uovo” e la “Cenere dell’infinito”; a distanza di qualche anno hai nuovamente l’esigenza di indagare il territorio impervio della filosofia per dare ai suoi esponenti una “contestualizzazione” che ne indaga il pensiero e la forma fisica. Cosa ti ha spinto e ti spinge verso questa ricerca?
Credo che i pensatori, ovvero coloro che donano riflessioni e bellezza all’umanità con il loro pensiero, siano al centro del discernimento dell’uomo contemporaneo. Sono i radar della trasformazione di un’epoca, ormai fluida, lontana da ogni vertigine. Questa serie di opere vede come protagonisti Helene Von Druskowitz e Otto Weininger, Ernest Jünger, Susan Santag, Ludwig Wittgenstein, Jean -Paul Sartre, Arthur Schopenhauer, Simone de Beauvoir e Nietzsche.
Cosa collega, oltre alla filosofia, questi nomi apparentemente così lontani tra loro per tempo e pensiero?
Quello che unisce questi volti sono i loro pensieri, la loro autenticità, ma anche la pericolosità che ha attraversato epoche ed individui, come quelli più fragili, per esempio. Per i più sensibili, attraversare questi pensieri attraverso la lettura dei loro testi era “come camminare su una polveriera”.
I Reperti degli Imperdonabili è un titolo fortemente evocativo; che significato e che valore hanno i reperti in questa serie di ritratti e perché definisci i protagonisti “imperdonabili”?
I “Reperti” sono la testimonianza tangibile di un vissuto non solo filosofico, ma fisico e spirituale. Il pensiero per esempio può diventare una stratificazione di tracce e di materie… io con molta umiltà ho pensato di indagare su queste tracce come un provetto investigatore. A tal proposito mi viene in mente una vecchia intervista di Antonio Gnoli, per il filosofo Manlio Sgalambro apparsa su la Repubblica più di venti anni fa; Gnoli esordiva così: Ebbene il mio atteggiamento è meno ironico, in quanto artista visivo, ma è davvero vicino a Sgalambro: cerco di applicare la sua stessa metodologia. Per la definizione, invece, di “Imperdonabili” mi sono rifatto semplicemente ad una grande poetessa italiana, Cristina Campo, che con uno dei suoi più importanti saggi “Gli imperdonabili” mette in evidenza la bellezza e la pericolosità di certi pensatori. La mia non vuol essere una classificazione di certi autori, ma cerca di definire un contenitore senza forma che cattura menti eccelse, il loro tempo, il loro vissuto, le loro idee. Quelle idee che hanno attraversato anche il mio cammino.
I rapporti tra filosofia e arte sono iniziati a metà Settecento quando Baumgarten inventò l’estetica; al giorno d’oggi, secondo te, quanto sono vicini il filosofo e l’artista, premesso che lo siano?
Bisogna riconoscere che la veridicità di un significato non va mai confusa con la seduzione del significante… ovvero deduco che l’artista potrebbe essere vicino alla filosofia quando la ignora, la tiene distante dal suo sentire. Io personalmente dopo aver metabolizzato il valente alimento denominato “Sophia”, cerco di guardarlo con una lunga distanza, come accade alle orbite sui pianeti dell’universo.
Hai dei progetti inerenti questa serie di opere?
No, non ho progetti! Credo che l’unico mio progetto sia quello di rendere solido e materico l’invisibile, credo che sia anche l’intento di centinaia di artisti. Ritornando al pensiero filosofico, cerco di rendere questo magma fruibile solo con i volti, con lo scavo ed il dolore delle espressioni, rilevando tracce, nuclei luminosi che si nascondono e liberarli, così, per poi disperderli.
