Intervista a Ilaria Amodio

a cura di Luca Pizzolitto

1)  “Foglia e Radice” è il tuo esordio poetico: cosa spinge, oggi, un’autrice a scegliere la strada della pubblicazione di un libro cartaceo, nonostante la vetrina frequentatissima dei vari social?

Credo che scrivere un libro sia come partorirsi e anche la consegna della propria opera nelle mani del lettore è un atto di fiducia.
C’è una responsabilità dietro a questo perché i libri sono nostra eredità spirituale e si scrive non solo per se stessi, anche per gli altri; per dare voce a un vuoto che in qualche modo appartiene a tutti.
I social possono essere una vetrina utile per promuovere un’immagine, ma credo che l’autenticità risieda altrove: nell’incontro tangibile con l’altro.
Un libro lo puoi toccare, puoi sentire l’odore delle pagine appena stampate, c’è un coinvolgimento sensoriale che uno schermo non può restituire allo stesso modo.
Per questo ritrovo nel libro cartaceo un tentativo di scrittura più incisivo e autentico, un mezzo dove più si svela l’essenza, non l’apparire.

2) Come nasce “Foglia e Radice”? Qual è il “fil rouge” che accomuna le diverse poesie? In quanto tempo lo hai scritto?

Foglia e Radice nasce durante i miei studi universitari a Bologna. La silloge si compone di tre parti e comprende trentotto testi elaborati nell’arco di sette anni.
Si tratta di un viaggio sia fisico sia spirituale dove potente, a tratti misterioso, è il richiamo delle proprie radici e di ciò che è ancora un porto sconosciuto come una foglia che si stacca dal ramo nella sua ora crepuscolare.
Ma non vi sono radici e confini perimetrati in queste pagine: tutto si compie in un ciclo di cui ognuno è partecipe. E’ una camminata attraverso luoghi, volti, memorie che inevitabilmente attraversano anche noi riconducendo all’incontro con se stessi; qui il dolore di uno si fa di ognuno, che si tratti di una persona, di una foresta abbattuta, una foglia appassita. Forse, considerato il mio poco dono della sintesi, questo misterioso grido di rovina che tenta di afferrarsi e resistere al tempo, è il principale filo che unisce i testi della silloge.

3) Quando ti sei avvicinata alla poesia e che posto occupa, nella tua vita, la scrittura poetica?

Non ricordo bene il momento preciso in cui mi sono avvicinata alla poesia, ma ricordo di aver iniziato a scrivere all’età di nove anni. Si trattava di brevissimi racconti di due pagine che addirittura chiamavo romanzi.
Durante gli anni delle scuole medie ho iniziato a tracciare dei pensieri sotto forma di diario. Negli anni del liceo avviene l’incontro con la poesia leggendo e studiando i grandi autori, ma il primo e sincero tentativo di scrittura poetica è negli anni universitari quando ho sentito l’urgenza di fare i conti con me stessa.
Tuttora la poesia ricopre questo ruolo nella mia quotidianità: scrivere permette di scavare le proprie ombre, tentare di onorare una ferita. La scrittura poetica è un momento sacro dove la vita e la morte si sfiorano per un istante. Questo è l’atto della creazione, un processo che implica trasformazione, che è poi una sorta di rinascita, un “partorirsi” come dicevamo all’inizio.

4) Tre poetesse/ poeti imprescindibili, secondo te, per chi si avvicina, ama o scrive poesia.

Secondo me, Rainer Maria Rilke, Giorgio Caproni, Eugenio Montale. Ma ce ne sarebbero anche altri…

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