Intervista a Emiliano Cribari

di Luca Pizzolitto

1) Emiliano: poeta, fotografo, guida ambientale escursionistica; hai mollato tutto per dedicarti interamente a queste tre cose. In che misura espressioni artistiche così affini tra loro diventano un tutt’uno nell’espressione della tua persona, e quanto invece mantengono dei confini precisi, amplificando invece diverse sfaccettature di te, del tuo percorso di vita?

Ci ho provato perché ne ho bisogno, a confinare quest’urgenza di farmi in qualche modo (almeno tre) testimone di qualcosa che reputo essenziale: vivere a diretto contatto con lo stupore. Ma dopo l’iniziale sollievo – quello d’essermi tolto di dosso il peso invisibile delle sfumature – l’urgenza di svalicare, di mischiare, di sovrapporre, in altre parole l’inquietudine, ha sempre ripreso il sopravvento, travolgendomi. Cammino-fotografo-scrivo: in questa triade della quale ho perso l’ordine sta tutto, tutto me. Disordinato ed eccitato. In cammino, nonostante tutto.

2) Dalla tua parola poetica emerge una forte attrazione per il silenzio, una tensione che non si consuma in un’inquietudine fine a se stessa, ma che conduce sempre all’uomo e, dall’uomo, si apre poi verso un orizzonte più ampio.
Cronache dalle rovine” è un qualcosa di particolare: è poesia, è racconto breve, è epistolario.
Qual è stata la genesi di questo libro?

È nato un libro e quasi non me ne sono accorto. Forse non è la prima volta – scrivendo a tentoni – ma è la prima volta che sento rompersi le acque e fluire parole meno accidentate. Sono forse più allenato, di quando – anche solo pochissimi anni fa – tentavo con immane fatica di farmi spazio nell’ovatta di un silenzio che è dimora, per me, imprescindibile approdo. È un autoritratto, questo libro, in cui ho tratti di me giovane (la prima poesia l’ho scritta più di vent’anni fa), di me vecchio (nelle lettere faccio spesso riferimento a Errante) e di un me che non conosco, sempre assente.

3) Proprio in questi tempi, viene pubblicato un tuo libro su Dino Campana. In “Cronache dalle rovine” riecheggiano alcuni passaggi che ricordano la sua voce.
Cosa avvicina il tuo percorso poetico a quello del poeta di Marradi?

Credo la tenerezza, e a tratti anche un certo lasciarsi andare. Girovagare per rifugiarsi, riscrivere, rimuginare. Ritornare dove si è stati in silenzio, essenziali, a fuoco. Credo che lì, tra gli strati sassosi del nostro Appennino, Dino sia stato (non sempre, ma a volte) a misura di sé. Lui era uno scacciato, io sono uno spiantato. Non ho un paese ma ho casa, talvolta, dove la sera, tra la pietra, un po’ di legna brucia.

4) Tre poetesse o poeti (e relative opere) imprescindibili, secondo te, per chi si avvicina, ama o scrive poesia.


Tre poeti che non fanno poesia (tranne Pavese, ovviamente) ma che sono poeti, grandi: Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Mario Rigoni Stern. 

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