Avete letto “Marca gioiosa”? Se sì, non mancherete certo l’occasione di gustare questo nuovo capolavoro di Roberto Plevano. Ma se avete mancato l’occasione di leggere uno dei migliori romanzi storici della letteratura italiana, non perdete “Di spada e di croce”.
In realtà, ci sarebbe da domandarsi se sia lecito rinchiudere sbrigativamente questi due grandi affreschi in una definizione di genere (romanzo storico), come se l’autore avesse voluto unicamente rievocare i fasti di una famiglia e del suo maggiore esponente, Ezzelino da Romano, il condottiero che per un breve periodo arrivò a condizionare la politica mondiale ponendosi come indispensabile alleato dell’imperatore Federico II, lo stupor mundi. Controllando la Marca ed espandendosi in Lombardia, Ezzelino forniva a Federico una preziosa cerniera fra gli eserciti imperiali di Germania e d’Italia. Con lui cominciava a prender forma il sogno di una Italia, sempre inserita nell’impero, ma autonoma e influente.
Ebbene, “Di spada e di croce” non è tutto qui. I romanzi di Plevano sono saldamente appoggiati alla storia, ma non si riducono ai fatti d’arme, agli amori, alle scelleratezze, alle feste pantagrueliche, a tutti gli stereotipi che connotano il Medioevo. Certo, non si può fare a meno di notare l’accuratezza con cui vengono rievocate la vita quotidiana dei potenti, dei cittadini e degli abitanti del contado, le consuetudini di guerra, le armi e le macchine da assedio, la politica medievale, i diversi interessi guelfi e ghibellini. Ma ciò che sta sotteso a tutto ciò, ed emerge nelle riflessioni che il narratore Amalrico rivolge innanzitutto a se stesso, è la saggezza che ogni uomo si sente crescere dentro dopo aver vissuto fino a diventare “del mondo esperto e delli vizi umani e del valore”. Il medioevo, con la sua crudeltà, il suo desiderio di assoluto, le sue commistioni di sacro e profano, mette di fronte a mali estremi e pretende estremi rimedi.
Nella quotidiana lotta per la sopravvivenza, chi ha la fortuna – come Amalrico – di osservare gli eventi da una posizione di privilegio può dare giudizi. E Amalrico, per bocca del quale parla l’autore, tanto è netto nel giudicare quanto è abile nel destreggiarsi alla corte dei potenti e umano davanti alla disumanità altrui. I suoi sono giudizi ispirati da una saggezza antica e sempre vera, che si rifà alla morale stoica.
Dopo questa trascinante cavalcata nei sogni e nelle atrocità del medioevo, ciò che ci colpisce del narratore/protagonista non è tanto la storia del suo amore per Cunizza da Romano, o i suoi rapporti con Ezzelino, o la tragedia che inevitabilmente conclude la vicenda della sua vita, quanto l’immensa umanità, il grande cuore di Amalrico.
Di lui, come di noi stessi, non sapremmo dire se, nel complesso, la sua vita sia stata felice o sfortunata. Eppure, le nostre vite di uomini concreti sono ben rispecchiate nelle considerazioni di un personaggio letterario che ragiona con la morale stoica di un Marco Aurelio. Dunque, con la serena coscienza di “averci provato”, possiamo dire che anche i nostri sogni lasciati a mezzo, le nostre iniziative frustrate, gli scarsi colpi di fortuna e le decisive calamità di fronte alle quali abbiamo dovuto piegare il capo, tutto questo è stato la nostra vita. Potremo rileggerla in tanti modi, da mille diverse angolazioni, ma se saremo sinceri con noi stessi finiremo sempre per raffigurarla come un vaso di Pandora che siamo riusciti a reggere soltanto in virtù del verde fumo che esala e che non ci abbandona mai: la speranza.

