Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Rimanere e diventare

V domenica di Pasqua

[1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8]

Rimanere è un prendere casa. Si può rimanere in un luogo per piacere o per necessità, ma non si può “rimanere” in una persona. Eppure, forse, anche una persona può essere un “luogo” in cui “rimanere”. Chi è innamorato lo sa. Gli innamorati sanno “rimanere” reciprocamente nella persona amata. Solo gli innamorati sanno farlo. Si può prendere dimora presso la persona amata e c’è un rimanerci anche se fisicamente impediti dal farlo. Chi ama sa di cosa si sta parlando.

« Rimanete in me e io in voi».

La vite e i tralci non sono due realtà separabili, pena la morte della vigna.

Vite e tralci indissolubilmente uniti a formare un unica realtà, feconda e bella, in cui sempre sarà possibile distinguere la vite dai tralci, evitando ogni equivoco fusionale, ma riconoscendo sempre che il frutto della vite è prodotto tramite i tralci e che questi ultimi resterebbero inutili propaggini improduttive se non restano vitalmente uniti alla vite. Vite e tralci, però, costituiscono una sola cosa; sono costitutivamente una cosa sola.

Non esiste una vite senza tralci e i tralci sono per definizione appartenenti alla vite.

«Canterò per il mio amato un canto d’amore per la sua vigna» cantava Isaia (5,1-7).

Di questo si tratta: di un canto d’amore.

La realtà di Cristo risorto è l’ambito esistenziale e vitale in cui “rimanere”.  L’amore è l’ambito vitale in cui “rimanere”. Solo in una dialettica amorosa si può comprendere la portata del “rimanere” presso l’amato. Non si tratta di “fare” qualcosa, o di attuare programmi di realizzazione personale o di gruppo. Il frutto verrà come conseguenza del nostro “rimanere” nella vite. Qui ci viene chiesto di abitare nell’amore.

“Dissero all’Amico: Dove vai? Vado dal mio Amato. Da dove vieni? Vengo dal mio Amato. Quando tornerai? Starò con il mio Amato. Quando starai con il tuo Amato? Fino a quando staranno in lui i miei pensieri” (Raimondo Lullo, Libro dell’ Amante e dell’Amato, 24, Città Armoniosa, 1978).

Essere tutt’uno con l’amato è il desiderio di chi ama. E più il desiderio consuma il tempo, più ci si rende conto che l’amato è sempre altrove. Non c’è un “qui” in cui incontrare l’amato. Non c’è un “ora”, in cui vivere con l’amato. L’amato è in quel non tempo e in quel non luogo che solo chi ama conosce. E lo conosce come mancanza, come desiderio che brucia e che si impone su ogni altra pulsione, fino a costituire il sapore e il profumo dell’alzarsi e del coricarsi, dell’andare e del venire, del fare e del pensare, del canto e del silenzio. Così si “rimane” nell’amore. Non si conosconoaltri significati: esso stesso, il rimanere, è il significato.

Solo adesso, solo quando «ho gustato ed ora ho fame e sete» (Agostino, Confessioni, X, 26-27), allora si scopre che il “rimanere” non è staticità contemplativa, ma assume una dimensione storica, che, con la Storia, diviene. Nel “rimanere” si “diventa” e si diventa ciò che si è. I discepoli erano già tali, quando si sentono dire :« diventate miei discepoli».

Nell’amore, la realtà di ognuno è talmente inscritta, che va scoperta. Qui ci si accorge di essere quel che si è e qui si diventa, in modo sempre più aderente, ciò che si è. È qui che, timidamente, in punta di lingua, in soffio di pensiero, si comincia a dire “Io”.

Quante paure e quante contraddizioni, in questa scoperta. Quanta incapacità e quanto fallimento in questo divenire ciò che si è. Al punto che si potrebbe essere tentati di guardare altrove: « è troppo grande e non ne sono capace».

Che dire, poi, delle colpe (vere) e dei sensi di colpa (falsi)? Distraggono e ci distolgono dal divenire ciò che siamo.

Ma « anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3).

Rimanete in me ed io in voi” e neanche il freddo in aprile potrà fermare la primavera.

E perfino questo timido bocciolo potrà portare frutto.

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