Gabriella Greison, Ogni cosa è collegata. Intervista a cura di Guido Michelone

Gabrielle Greison è fisica, saggista, performer, drammaturga, scienziata, divulgatrice, e da qualche tempo usa i social media, i palcoscenici teatrali, le biografie quasi romanzate per far conoscere a tutti la meccanica dei quanti, la storia della fisica moderna, le grandi donne scienziate, con riscontri positivi da parte dei lettori e dei critici, come sta accadendo con il suo nuovissimo libro edito da Mondadori con il titolo Ogni cosa è collegata, sottotitolo Pauli, Jung, la fisica quantistica, la sincronicità, l’amore e tutto il resto, e come lei stessa spiega in quest’intervista per La Poesia e Lo Spirito.

Il tuo nuovo libro – denso, propositivo, illuminante – risulta per me difficilmente riassumibile. Puoi farlo tu, per i nostri lettori, in poche righe?

È la teoria di unificazione iniziata da Pauli, lasciata inconclusa, e finita da me. Questo è il riassunto. Ma se vuoi di più, mettila così: ci sono parole che sembrano precise come termini medici, eppure vengono usate da chiunque e nei momenti più disparati per affermare concetti diversi dal contesto in cui sono nate. “Sincronicità”, per esempio, che usiamo solitamente per indicare quegli eventi che si verificano nello stesso istante. Ci sono scienziati che hanno timore a usare questa parola, perché evoca concetti mistici. Ma c’è un fisico a cui questa parola non faceva paura. Anzi, si è messo ad analizzarla insieme allo psicanalista coevo più famoso del mondo, colui che quella parola l’aveva creata. Questo fisico è stato collocato esattamente tra Einstein e Maxwell nella classifica dei fisici più importanti del ventesimo secolo: Wolfgang Pauli. Pauli ha scelto di trascorrere la sua vita lontana dalla scienza nei quartieri più malfamati delle grandi città, girando per bordelli, bevendo whisky, prendendosi a botte con la gente più strana. Ma poi andava da Jung. Quella raccontata in questo libro è la vera, incredibile storia di Pauli e Jung, della fisica quantistica e della sincronicità, della mente e dell’amore, e di come tutto sia straordinariamente collegato. Una storia di inquietudine, una bellissima storia di inquietudine. 

Dopo l’argomento, il “messaggio”? Forse è una domanda obsoleta nella forma, ma ancora valida nei contenuti: esiste appunto il messaggio (o i messaggi) che vuoi lanciare, con questo volume, ai tuoi lettori affezionati e potenziali? E ai tuoi colleghi (o ex) fisici accademici?

Messaggio? No, grazie. Il messaggio era già presente, era nell’aria, nei libri, nelle teorie, nelle formule. Io sono un tramite, sono quella che ha capito che Pauli era vicino, un po’ come Einstein, alla teoria del tutto e vuole che lo sappiano tutti. I messaggi ci sono già, l’universo è già descritto. Siamo noi che a volte siamo così ciechi che non lo vogliamo vedere. L’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo sono così connessi che non possiamo fare altro che stupirci e ringraziare gente come Pauli che ci ha aperto gli occhi. Anche perché rispondere con l’amore alle grandi domande è una vera salvezza. Io sono l’unica che ha concluso quello che Pauli ha iniziato, prendendomene coraggiosamente la responsabilità.

Wolfgang Pauli, Carl Gustav Jung e Gabriella Greison erano/sono alla ricerca dell’origine (e del senso) della vita?

Ognuno di noi è alla ricerca di questo, no? Saremmo matti a non farci almeno una volta questa domanda. La vita, fine a se stessa, è solo biologia. Ciò che veramente ci servirebbe è un vero perché. Beh, forse c’è. Solo che il forse non è un concetto scientifico. Il principio di indeterminazione di Heisenberg ci viene in aiuto. Se proviamo a osservare un sistema quantistico, lo mettiamo in condizione di non essere misurabile. La vita è così. Se la osserviamo, non riusciamo a darle un vero senso o una vera origine. Quindi, senso e origine non sono misurabili con gli strumenti che abbiamo. Possiamo teorizzarne entrambi i principi. Forse questo libro aiuta a farlo.

Il rifarsi di Jung (e in parte di Pauli) ad archetipi culturali (derivati da miti e mitologie) non è un limite dell’analisi scientifica (e – ancor più – umanistica)?

Tutto ciò che è umano non è strettamente umanistico, sai? Le menti che generano teorie scientifiche e concetti filosofici sono le stesse. La ragione è di entrambi, proprio perché sono concetti “ragionati”. La dicotomia tra umanistico e scientifico è sempre più obsoleta. In un’era dove si spera che l’intelligenza artificiale possa aiutarci nel quotidiano, è meglio essere pronti a unire piuttosto che separare. Se ci pensi, anche l’inclusione fa parte del nostro attuale processo evolutivo. La cultura è di tutti, la conoscenza deve essere di tutti. Impariamo a guardare la medaglia nella sua interezza, le facce separate le abbiamo già guardate per troppo tempo e siamo ancora fermi qui.

In tal senso il rapporto tra fisica e psicoanalisi – metafora della dialettica tra scienze esatte e saperi artistico-culturali da te così ben indagato nel confronto Pauli/Jung – va oggi ulteriormente arricchito dal contributo delle sciences humaines e magari confrontato con i recenti modelli di big history?

I recenti concetti di big history sono tanto smart quanto rivoluzionari, se ci pensi. Ma Pauli e Jung hanno lavorato nel loro tempo ed è necessario partire da loro, come ho fatto io, per arrivare alla concretezza di un gradino dal quale partire. Non è arricchimento, è una base, un solido pavimento sul quale poggiare una struttura verticale che può azzardare. Come ti dicevo, Pauli era vicino all’unificazione, alla teoria del tutto. L’entanglement è la dimostrazione più semplicemente pura e disarmante. Da quel punto puoi solo ripartire. È come aver aperto una porta su un universo totalmente diverso, con regole nuove e più efficaci di quelle su cui si basa la logica dell’universo da cui provieni. poi ti volti a guardare e capisci che gli universi che credevi diversi, sono lo stesso posto.

Leggendo il libro, mi chiedevo se si può o si deve uscire dalla nostra visione antropocentrica, che però è forse il paradosso per eccellenza della scienza assieme a quello dell’esistenza di Dio (non vi è nulla di obiettivamente scientifico che ne provi l’esistenza, ma al contempo non c’è nemmeno l’equivalente che non la provi).

La visione antropocentrica ha fatto il suo tempo, purtroppo da una parte e per fortuna dall’altra. Dio è più un bisogno, una necessità dell’uomo quando si trova davanti a un muro che non è in grado di scavalcare. Se il numero di domande supera il numero di risposte, è inevitabile rivolgersi alla trascendenza, all’entità superiore, alla religione. Come non capire l’uomo quando non sa darsi risposte? L’uomo sarà sempre un figlio di un padre sconosciuto al quale non può fare domande.

Parli molto di luce, sorgente di vita, nel libro. La scienza è un cercare di vedere la luce prima e dopo il Big Bang? Ossia il tentativo di scoprire il mistero dell’esistenza e di esorcizzare la morte? 

Esorcizzare la morte? Lo lascerei fare agli sciamani. La morte è così naturale e inevitabile che mi viene da dire che dopo di me ci sarà qualcun altro, meglio se qualcun’altra, che farà quello che faccio io. Senza la morte non ci sarebbe stata evoluzione. Gli scienziati partono dal punto in cui sono arrivati quelli prima di loro. Quando sarò morta io ci saranno quelli dopo di me che vanno avanti. Queste riflessioni io le faccio abitualmente nei miei libri, nei miei spettacoli teatrali, nei miei podcast. È bello poter sempre sapere gli altri cosa pensano. Sono aperta e in cerca sempre di nuove risposte. Venite sui miei social, sul mio sito www.GreisonAnatomy.com, e stiamo vicini. 

Un pensiero su “Gabriella Greison, Ogni cosa è collegata. Intervista a cura di Guido Michelone

  1. Giorgio Stella

    Gentile Gabriella Greison diceva Holderlin: ‘quando noi moriamo non siamo noi a morire ma è il mondo che muore’. Mi pare un risarcimento a quello che lei riconosce come dato di fatto, fatto male. Veramente per curiosità cercherò le Sue poesie, come fossero una doppia diagnosi. Buona Pasqua.

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