Duemila. La tribù delle storie
La Bellezza 5. Quale senso
Interrogarsi di continuo sulla Bellezza, sul suo significato giocoforza soggetto a mille mutamenti di gusto, di moda, di ambienti, di epoche. Oppure considerarla come qualcosa di oggettivo, di eterno, qualcosa che, codificata nei suoi variabili stili, non può che spingerci all’ammirazione, al trasporto, di là da ogni ulteriore valutazione. Nel saggio che ha dedicato alla bellezza, il filosofo britannico Roger Scruton parte da un preciso assunto: “La bellezza, dichiaro, è un valore reale e universale, un valore radicato nella nostra natura razionale, e il senso della bellezza ha un ruolo indispensabile nel plasmare il mondo umano”.
Parrebbe un punto fermo, quest’affermazione; ed in effetti lo è. Non si tratta però di un dogma: perché Scruton di volta in volta argomenta i pro e i contro della sua asserzione, si rifà a teorie antiche, moderne, contemporanee, trae esempi da vari tipi di linguaggi e, pur prendendo puntualmente posizione, esplicita le differenze, contrappone ed espone, dialoga con sé stesso; e dunque, senza spocchia, con il lettore. I confronti, i paragoni, si succedono. La Chiesa di Santa Maria della Salute, a Venezia, opera di Baldassarre Longhena, vede la sua bellezza esaltata dall’intatto, umile circondario, laddove la cattedrale di Saint Paul, a Londra, opera di Sir Christopher Wren, viene inevitabilmente nascosta e ridimensionata dai moderni edifici in cemento armato sorti accanto. Quale preferire tra i due tipi di architetture e come prescindere dal contesto in cui ora si ritrovano? Accogliendo la distinzione tra bello e sublime ipotizzata da Edmund Burke nel 1756, distinzione che trarrebbe origine una dall’amore, l’altra dalla paura, cosa scegliere: la serenità agreste di un pascolo dove le pecore brucano tranquillamente all’ombra degli alberi o le cime scoscese e innevate di montagne che si protendono minacciose verso le nubi? Se poi partiamo dalla categoria del desiderio, consacrata in celebri dipinti che ritraggono il corpo femminile, le contrapposizioni perlomeno si triplicano. La Venere di Urbino, di Tiziano, adagiata sul letto con seducente abbandono, con molle malizia, esprime “il desiderio come se fosse a casa propria”; Il trionfo di Venere, di Francois Boucher, che incornicia donne e dee in una natura idealizzata, tra onde marine e svolazzanti festoni, esprime viceversa “il desiderio come se fosse fuori casa”; La nascita di Venere, di Botticelli, questa malinconica fanciulla dalle chiome avvolgenti che sorge da un’immensa conchiglia, semplicemente si colloca “oltre il desiderio”. E allora: a chi delle tre va la palma?
Difficile, se non impossibile attribuire il ‘giusto’ premio. Gli stessi creatori, rispetto al frutto della propria creazione, potrebbero non essere i migliori giudici. Ricorda Scruton: “Ci sono numerosi artisti che la critica rende consapevoli del significato delle loro opere. T. S. Eliot così commentò il libro di Helen Gardner sulla sua poesia: «Finalmente so che cosa significa»”. Pur volendo attribuire all’affermazione una quota (magari involontaria) di ironia, una quota maggiore resta comunque libera da sicure definizioni, priva di appoggi critici o estetici che ne statuiscano con certezza il valore. Dobbiamo allora rassegnarci al relativismo della bellezza? Non sono queste le conclusioni di Scruton, che alla fine, sulla scorta dell’assunto iniziale, ribadisce: “…tutto ciò che ho dichiarato riguardo all’esperienza della bellezza implica che essa è razionalmente fondata. È un’esperienza che ci sfida a trovare un senso nel suo oggetto, a istituire dei confronti critici e ad analizzare la nostra vita e le nostre emozioni alla luce di quello che troviamo”.
Mettere la bellezza, di tutti i tipi, al centro della propria vita – ed è questo, senza mezzi termini, l’invito del filosofo britannico – significa quindi accettare una sfida, che del resto la stessa Bellezza ci lancia, una sfida ineludibile. Nessun timore, dunque, nell’esprimere un giudizio, nel fare delle scelte: poiché l’oggetto del nostro desiderio, sia esso un’opera d’arte o della natura o un altro essere umano, è anch’esso – sempre – il frutto di scelte e di sfide.
Roger Scruton, La bellezza, Vita e Pensiero 2011

Pavel Florenskij scriveva: “La verita manifestata è amore. L’amore realizzato è bellezza”. In ultima analisi, forse, è questa la sfida della bellezza: scegliere tra la diade bello-buono, di platonica memoria, e ciò che buono e bello non è.
Rimanendo in ambito platonico, ma soprattutto restando a Florenskij – il cui ‘sentire’ troppo poco influenza la nostra contemporaneità -: “Non esiste uomo che, seppur per un attimo, non sia stato seguace di Platone. Chi può dire di non essersi sentito spuntare le ali dell’anima?”