Archivi categoria: Interviste

Intervista ad Andrea Tuccini

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Tutto ha avuto origine dalla morte di mio padre. La morte di un genitore può scatenare una serie di emozioni complesse. Il senso di smarrimento che ne deriva fa emergere non solo il dolore per la perdita, ma anche riflessioni più ampie sulle relazioni familiari e le dinamiche che ci legano ai nostri cari. Le “case chiuse” rappresentano non solo gli spazi fisici che una volta erano pieni di vita, ma anche i ricordi, le emozioni e i risentimenti che rimangono intrappolati in essi.

In questo contesto, gli scompigli di famiglia possono evocare situazioni di conflitto, contraddizioni e segreti nascosti; sono parte della nostra storia, ma spesso ci rendiamo conto di portarli con noi come pesi. Nonostante questo, è proprio in quel senso di vergogna che si cela un’opportunità di crescita e di comprensione. Affrontare il passato può diventare un passo verso la riconciliazione, sia con noi stessi che con gli altri, trasformare i luoghi vuoti e i ricordi pesanti in spazi di riflessione e, magari, di perdono. 


2) Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?

La poesia ha il potere di rendere tangibili le emozioni, di trasformare l’inafferrabile in parole che risuonano, creando delle connessioni autentiche tra l’autore e il lettore.

Viviamo in un’epoca in cui le parole vengono spesso svuotate di significato, in parte a causa della rapidità con cui le informazioni vengono consumate e condivise. La poesia, in questo contesto, può fungere da porto sicuro, un luogo in cui i sentimenti vengono elaborati e resi accessibili, permettendo di esplorare le complessità dell’esperienza umana; la varietà dei supporti attraverso cui la poesia si esprime oggi, dai social media alle serie televisive, offre opportunità per una diffusione più ampia, senza dover necessariamente scivolare nella superficialità o nell’auto-referenzialità che limitano la profondità dell’esperienza poetica. 

Per quanto la poesia possa essere adattata a diversi formati, mantiene tuttavia la sua essenza e può fungere da segnaletica di sicurezza nel guidarci verso l’interno, verso una comprensione più profonda di noi stessi e del nostro posto nel mondo. In un’epoca di frenesia, il messaggio poetico ci offre quindi un momento di pausa, un invito a ritrovare la propria casa interiore. La vera sfida nella contemporaneità consiste nell’ancoraggio alle esperienze autentiche in un mare di rumore.


3) Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?

La scrittura richiede tempo e dedizione e la consapevolezza applicata nel leggere permette di trasformare il disagio in un’esperienza creativa, un ciclo di nausea e liberazione: è la resa totale a pensieri e parole che, pur sembrando lontani, riflettono una parte di noi stessi. In generale, la poesia ci permette di convivere con il disagio senza esserne sopraffatti, di affrontare il dolore con il conforto della connessione.


4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni.

Mi è difficile sintetizzare. Credo che la poetica di Philip Larkin sia a me quella più cara, per non parlare di quella di Montale. Ma i miei interessi cambiano: in questo momento mi emoziono nel vedere la foto del quadro di Briton Riviere “Daniele Nella Fossa Dei Leoni”, un pittore inglese dell’800, un’opera che cattura un momento drammatico e intenso, richiamando sicuramente riflessioni sul coraggio e la vulnerabilità; temi che si possono ritrovare anche in molti autori di poesia di ogni tempo.

Intervista a Giuseppe Raudino su “Il fabbro di Ortigia”

di Marino Magliani

Nel tuo nuovo romanzo, Il fabbro di Ortigia (Bibliotheka Edizioni, 2024), la figura del fabbro sembra richiamare un artigiano capace di forgiare il mondo attorno a sé. Se è una metafora dell’autore stesso, quali sono le “materie prime” con cui hai plasmato questa storia? Come definiresti la figura del fabbro e quali “materiali” hai usato per costruirla?

Il fabbro è un “Faber” nel vero senso del termine, adattandosi al mondo con abilità e ingegno, piuttosto che costruendone uno nuovo. È un uomo astuto, capace di modellare la realtà per sopravvivere.

Ortigia è una delle protagoniste del romanzo. Che ruolo ha nella storia?

Ci tengo a precisare che Ortigia è il centro storico di Siracusa, non una città a sé. È uno spazio simbolico, presente soprattutto nei primi capitoli, che incarna la giovinezza del protagonista Currò. Questa ambientazione, con la sua storia e le sue strette vie affacciate sul mare, diventa un personaggio stesso, intriso di magia e malinconia.

Anche ne Il fabbro di Ortigia, come nei tuoi precedenti romanzi, il tema del viaggio è centrale. Come si intreccia con le altre tematiche del libro?

Il viaggio e la nostalgia sono temi portanti. Stavolta, però, emerge la guerra, una violenza necessaria per sopravvivere. Questo conflitto interiore si intreccia con il budo, la via marziale che Currò apprende, rappresentazione di una dialettica tra armonia e pericolo. Continua a leggere

Intervista a Giulio Mazzali

di Luca Pizzolitto

1) La pratica del buio è la tua terza raccolta poetica, che vede la luce a distanza di 7 anni dal tuo primo libro, Tempora. Come è cambiato (se è cambiato), in questi anni, il tuo essere vicino alla poesia, sia per quel che riguarda la lettura, che la scrittura?

      Giocando con le parole del Premio Nobel W. Szymborska, mi piace definire Tempora “la prima prova della mia insoddisfazione”. Fin dai primi testi essa ha corrisposto all’urgente bisogno di esprimere in versi, non sempre riusciti, una personale condizione di patimento e malessere. Una raccolta a me molto cara, accompagnata nel corso della sua travagliata composizione da avide letture. Un momento preliminare, volto alla ricerca di voci poetiche che rappresentassero un “corrimano” esistenziale. Ricerca che negli anni successivi è divenuta dialogo sempre più fitto, scambio lucido e inesauribile, necessario, senza il quale nemmeno quest’ultimo libro, La pratica del buio, sarebbe mai nato. Continua a leggere

Intervista a Carlo Giacobbi

di Luca Pizzolitto

Questo libro è l’ideale prosecuzione di “Abitare il transito” (Arcipelago Itaca, 2021). In mezzo, c’è una raccolta poetica molto diversa, sia per stile di scrittura che per argomenti: “Anche quando è malora” (Arcipelago Itaca 2023). Con questa raccolta ritorni ad una fase precedente, ci troviamo di fronte ad un’ulteriore evoluzione, all’interno del tuo percorso?


Direi che
dopo l’esperienza di Anche quando è malora – nella quale ho utilizzato temi per così dire più bassi e quotidiani con un linguaggio crudo e diretto – ho avvertito la necessità di recuperare il lirismo di
Abitare il transito. Con Erbe d’esilio intendo dar seguito all’indagine, a me cara, sul senso del nostro essere nel mondo, in una tensione dialettica mai esauribile, tra finitudine e assoluto, incompiutezza e compimento, dolore e speranza.

2) Come avviene, per te, il processo di scrittura poetico? In quanto tempo nasce, e si consolida, generalmente, una raccolta?


È sempre difficile rispondere a questa domanda. In via approssimativa posso dire che prima vivo e poi scrivo. Per me è necessario – affinché la poesia sia autentica – che il verso restituisca – certo in termini trasfigurati – la propria esperienza. Un’esperienza che se osservata con attenzione, induce ad una profondità di pensiero che c
hiede di condensarsi nel verso, di dirsi, insomma. La mia gestazione poetica nasce da questa acutezza sensoriale: un ricordo, una particolare sfumatura del cielo, un oggetto, possono essere rivelatori di “provviste poetiche”, di appunti, mezzi versi, bozze da correggere. Quando sento di dover dare voce a questa attività di raccolta dei dati, allora entro in uno stato febbrile: devo scrivere poesia, esiste solo la poesia. Erbe dell’esilio ha avuto una gestazione di circa quattro mesi, ma quattro mesi in cui pensavo – nei limiti del possibile – solo alla raccolta, alla sua stesura, al suo divenire. E questo, sia che camminassi, sia che viaggiassi in auto, sia che stessi lavorando.

3) Nella vita, fai una professione che immagino occupi una parte considerevole della tua giornata: l’avvocato. Quanto tempo rimane, e in quali momenti, per la lettura e scrittura poetica?


La mia attività professionale – certo – mi toglie molto tempo. Cerco di ovviare a tale inconveniente alzandomi la mattina anche alle 5,30 per scrivere. Per quanto concerne la lettura, il momento privilegiato è prima di andare a dormire, dove nel silenzio posso immergermi nei versi degli alt
ri per trarne nutrimento in termini di ispirazione e di acquisizione di più efficaci tecniche compositive.

4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi

Mario Luzi (ad esempio Per il battesimo dei nostri frammenti); Mark Strand (potrei indicare a titolo esemplificativo la raccolta L’inizio di una sedia); Rilke (Il libro d’ore e le Elegie duinesi).

Intervista a Antonio Fiori

di Luca Pizzolitto

1) “La stessa persona” è una raccolta di poesie che viene pubblicata a poco più di un anno di distanza da “Vita di un altro” (Inschibbolet, 2023). Partiamo dai titoli, entrando passo passo nella tua scrittura: c’è continuità con il libro precedente o, come sembri voler suggerire fin dalla copertina, una profonda frattura?

In comune, gli ultimi due libri, hanno la convulsa ricerca di me stesso. In “Vita di un altro” mi cerco negli altri (nella poesia degli amici, nei poeti immaginari e nei ricordi, più o meno autobiografici, di una fraterna amicizia); quest’anno invece, con “La stessa persona”, ritorno ad una raccolta poetica classica, divisa in due sezioni – quella eponima e una seconda più escatologica e religiosa – con testi prevalentemente epigrammatici. Risulta, credo, abbastanza evidente il denudamento tipico indotto dagli esami di coscienza. Continua a leggere

10

Elisabetta Carbone, “La voce e le cicale”. Intervista

Intervista di Marino Magliani

Elisabetta Carbone, La voce e le cicale, Prospero Editore 2024

Per Tamara la musica è il modo di comunicare con il padre Giacomo, mentre la lettura la connette a Debora. Questi personaggi hanno quindi bisogno di un medium altro per comunicare fra loro, per tentare di capirsi a vicenda, o anche di capire loro stessi?

Tamara, Debora e Giacomo non riescono a capirsi con le parole, hanno bisogno di usare linguaggi diversi per essere in frequenza. La musica è l’unica forma di educazione di Giacomo, che riesce ad essere un esempio per la figlia soltanto nell’arte. Tamara comunica con Debora attraverso la letteratura e i gesti quotidiani. Il loro rapporto, che si costruisce poco alla volta grazie ai libri su cui Debora stessa ha imparato a prendersi cura di sé, è fatto di reciproca fiducia e condivisione. Il legame che Tamara ha con il padre, invece, si basa su una distanza che Giacomo stesso non sa superare, perché vive l’arte come un esercizio solitario, utile a glorificarlo, non come qualcosa da mettere a disposizione. È per questo che Tamara sa far tesoro dell’esperienza del padre nel mondo della musica solo quando non lo condivide più con lui, ma anche in questo senso la distanza rimane. Continua a leggere

10

Intervista a Franca Alaimo

di Luca Pizzolitto

“100 poesie”, la tua raccolta poetica, di imminente pubblicazione, racchiude poesie intense nella loro brevità, a differenza della tua opera precedente, in cui ti sei confrontata, da un punto di vista formale, con il poemetto. Quale di queste due modalità di scrittura senti più affine?

I “Sette poemetti” (l’opera che precede “100 poesie”) non costituiscono un caso isolato all’interno della mia scrittura poetica. Mi sono cimentata altre due volte nella forma del poemetto (“Samâdhi”, Bastogi 2000; “Giorni d’Aprile”, Fondazione Thule, 2002) e molte altre raccolte, in quanto ruotanti su un solo tema, possono definirsi poematiche, anche se composte da un certo numero di testi più o meno lunghi.
In altre raccolte, invece, sperimento la quartina o la folgorante forma compositiva degli haiku e dei tanka.
Mi piace, insomma, fare esperienza della parola. Però, non saprei dire quale delle due modalità di scrittura mi sia più congeniale. A pensarci bene, direi che è il mio ritmo interiore a dettare, pressoché inconsapevolmente,  il respiro, sintetico o effuso, dei versi che scrivo. Continua a leggere

Intervista a Nadia Scappini

di Luca Pizzolitto

1) “sul fianco del mattino” è un’autoantologia di poesie che hai scritto negli ultimi vent’anni, tra il 2003 e il 2023. La tua scrittura, immagino che in questo tempo sia cambiata: come trovi si sia evoluta la tua voce poetica nel tempo?

Gli ultimi vent’anni che sono anche i primi, però. Scherzando, ma nemmeno tanto, sono solita dire che sono una primipara attempata, perché ho iniziato a scrivere dopo i cinquant’anni. La pulsione di qualcosa attinente a una zona misteriosa della coscienza ha sempre covato dentro di me, ma sembrava essersi esaurita tra le pagine di un elegante quaderno, foderato di tessuto blu a fiorellini, che custodiva una serie di poesie cariche di emozioni adolescenziali e di interrogativi sulla vita.  La svolta, nei primi anni del duemila, quando un fiume in piena che premeva da tempo ruppe gli argini e, per alcuni giorni di seguito, all’ombra delle robinie e accompagnata dal canto delle cicale, mi costrinse a scrivere versi in una sorta di trance. Era giugno, mi trovavo in campagna, nella casa dei nonni paterni, dove sono le radici della mia famiglia che improvvisamente e in modo perentorio diventarono anche mie… Compresi così che “non si colmano i vuoti del tempo, illuminarli però fa bene”, come ebbe a scrivere la grandissima filologa, critica letteraria e semiologa Maria Corti. E, in qualche modo, mi sentii liberata da tanti lacciuoli sperimentando la felicità del comporre (Leopardi docet). Sì, la mia voce ha attraversato diverse fasi: vicina al parlato all’inizio, testimoniava la gioia della neofita; decisamente ermetica nel secondo libro; essenziale e più distesa in seguito, fino a diventare canto/narrazione con i dovuti filtri ma anche con il coraggio dell’autobiografia, laddove questa poteva configurarsi come esperienza condivisibile. La poetica, invece, è rimasta la stessa: poesia, preghiera e profezia sono sorelle che ritrovo fedeli complici e compagne nel silenzio e nella solitudine. Perciò, quando scrivo, credo e prego insieme, insomma faccio un atto di fede nella vita.  Continua a leggere

Intervista a Ilaria Amodio

a cura di Luca Pizzolitto

1)  “Foglia e Radice” è il tuo esordio poetico: cosa spinge, oggi, un’autrice a scegliere la strada della pubblicazione di un libro cartaceo, nonostante la vetrina frequentatissima dei vari social?

Credo che scrivere un libro sia come partorirsi e anche la consegna della propria opera nelle mani del lettore è un atto di fiducia.
C’è una responsabilità dietro a questo perché i libri sono nostra eredità spirituale e si scrive non solo per se stessi, anche per gli altri; per dare voce a un vuoto che in qualche modo appartiene a tutti.
I social possono essere una vetrina utile per promuovere un’immagine, ma credo che l’autenticità risieda altrove: nell’incontro tangibile con l’altro.
Un libro lo puoi toccare, puoi sentire l’odore delle pagine appena stampate, c’è un coinvolgimento sensoriale che uno schermo non può restituire allo stesso modo.
Per questo ritrovo nel libro cartaceo un tentativo di scrittura più incisivo e autentico, un mezzo dove più si svela l’essenza, non l’apparire.
Continua a leggere

13
0

Intervista a Eleonora Nitti Capone

di Massimiliano Bardotti

1) Come e da dove nasce l’idea di questo libro? E potresti dirci qualcosa sul titolo? 

Tutti i miei libri nascono figli di una vocazione e la vocazione è tentare di vivere il vero del mondo e, perciò, di cantarlo.
Il titolo è una citazione biblica dalla Lettera agli Ebrei, questa dice chiaramente, dichiara la possibilità per l’uomo, grazie al contatto con un riferimento più alto e più grande di sé stesso, una fede in un senso vasto del termine, di compiere l’incredibile, come chiudere a mani nude le fauci aperte dei leoni, o qualcosa di molto più grande ancora.

2) Da dove nasce, per te, la necessità, o l’intenzione, di scrivere poesia? Si tratta più di una scelta o una risposta a una chiamata? Continua a leggere

Intervista a Prisco De Vivo sui suoi Imperdonabili

di Rosaria Ragni Licinio

È dall’etimologia del termine filosofia (in greco antico philosophia composto di phileîn, “amare” e sophía, “sapienza”, ossia “amore per la sapienza”, che germina la produzione pittorica del pittore e poeta Prisco De Vivo. Questa nozione di filosofia trova le sue fondamenta in Platone, ma anche in Senofonte e nel giovane Aristotele ed oggi trova una sua collocazione specifica nella ricerca della verità e nei modi in cui essa si rivela, cioè attraverso il pensiero inteso come atto totale e totalizzante. Ed è proprio partendo dal concetto di pensiero che si arriva ad una profonda riflessione su quelli che il pittore De Vivo ama definire “i suoi testimoni pericolosi”, protagonisti indiscussi del ciclo I Reperti degli imperdonabili. Le opere che compongono questo ricco ciclo pittorico sono realizzate utilizzando le più svariate tecniche e materiali pittorici e extra-pittorici come: carboncino, acrilico, matite, pastelli, stoffe e pezzi di indumenti vintage, carboni, cenere, carte colorate, fiori secchi, vecchi mozziconi di sigari, corde, spaghi, gesso, metalli e cartoni invecchiati.

Continua a leggere

Intervista a Gisella Genna

di Luca Pizzolitto

Il tuo esordio poetico (“Quarta stella”, Interno Poesia 2020) è avvenuto che avevi poco più di 45 anni. È stata una folgorazione in età adulta, il tuo incontro con la poesia, oppure un qualcosa cresciuto nell’ombra a lungo e che poi, ad un certo punto, ha preso forma e sostanza in un libro vero e proprio?

Ho sempre letto e amato la poesia, sin da giovanissima, ma non avevo mai pensato di intraprendere seriamente il percorso della scrittura poetica. Forse è giusto parlare di folgorazione, perché intorno al 2014, inaspettatamente, ho sentito affiorare con potenza qualcosa che si muoveva nella direzione della scrittura. Ho iniziato a lavorare a diversi testi ma è occorso del tempo prima che mi sentissi pronta a far leggere ad altri quello che avevo messo giù in versi. L’idea della raccolta è arrivata negli anni successivi e ha preso forma molto lentamente. Continua a leggere

La poesia dell’isola di Wight. Gian Nissola intervista Guido Michelone

Professor Michelone innanzitutto come nasce questo libro?

Me l’ha chiesto (l’editore), constatando (ma lo sapevo anch’io) che su Wight, in Italia, non era mai stato scritto né pubblicato niente, a differenza di Woodstock! Ho accettato la sfida con grande piacere perché io, personalmente, non ho mai dimenticato la storia di Wight, che non fu un unico festival ma, in origine, tre edizioni storiche consecutive 1968-1969-1970, per essere poi ripreso ininterrottamente dal 2002 sino a oggi. Il 18 giugno 2023 è terminata la nuova edizione. Continua a leggere

Intervista ad Anita Piscazzi


di Luca Pizzolitto

Poetessa e musicista, due manifestazioni che caratterizzano il tuo percorso artistico e di vita. Poesia e musica, che spesso si sfiorano, si intersecano; altre volte, invece, percorrono sentieri distanti tra loro.

Che importanza hanno, nella tua vita, queste due anime e in che modo, nella tua esperienza, si sfiorano, si intersecano o si distanziano? Continua a leggere

Intervista a Emiliano Cribari

di Luca Pizzolitto

1) Emiliano: poeta, fotografo, guida ambientale escursionistica; hai mollato tutto per dedicarti interamente a queste tre cose. In che misura espressioni artistiche così affini tra loro diventano un tutt’uno nell’espressione della tua persona, e quanto invece mantengono dei confini precisi, amplificando invece diverse sfaccettature di te, del tuo percorso di vita?
Continua a leggere

6
0

Gabriella Greison, Ogni cosa è collegata. Intervista a cura di Guido Michelone

Gabrielle Greison è fisica, saggista, performer, drammaturga, scienziata, divulgatrice, e da qualche tempo usa i social media, i palcoscenici teatrali, le biografie quasi romanzate per far conoscere a tutti la meccanica dei quanti, la storia della fisica moderna, le grandi donne scienziate, con riscontri positivi da parte dei lettori e dei critici, come sta accadendo con il suo nuovissimo libro edito da Mondadori con il titolo Ogni cosa è collegata, sottotitolo Pauli, Jung, la fisica quantistica, la sincronicità, l’amore e tutto il resto, e come lei stessa spiega in quest’intervista per La Poesia e Lo Spirito. Continua a leggere

Intervista a Biagio Accardo


di Luca Pizzolitto

1 domanda: Luce del più vasto giorno (la tua ultima silloge) ripercorre un arco di vita di più di dieci anni: poesie scritte due lustri fa, altre composte in un periodo intermedio, altre in questi ultimi mesi. Com’ è stato il lavoro di revisione ed unione di testi così distanti nel tempo? Continua a leggere

Intervista a Manuel Lantignotti


di Luca Pizzolitto
1) Questa, Manuel, è la tua raccolta di esordio. Tu hai 28 anni. E nella vita, leggendo il tuo curriculum, ti dedichi anche ad altre forme di espressione artistica. Perché (e quando) hai sentito la necessità di investire sulla poesia e scegliere di pubblicare una raccolta?
Il mio approccio al teatro, alla musica, al cinema e alla poesia è sempre lo stesso. L’arte ha qualcosa che la vita non può dare, e cioè l’esperienza amplificata. Con questa espressione intendo indicare il potere che ha una storia, un componimento o l’interpretazione di un ruolo di proiettarti al di fuori della tua singola esistenza che, per quanto piena di esperienze, sarà sempre limitata. In questo modo tu puoi essere un ragazzo di periferia, il capotreno dell’Orient Express, un astronauta, credere in una religione che non ti appartiene, camminare tra gli edifici dell’Atene ellenistica e altre infinite possibilità. Con la poesia vi è uno step in più. Nello spazio di poche righe puoi proiettare il lettore direttamente nell’anima dell’esperienza universale che vuoi far rivivere. La poesia è l’unica forma d’arte che rappresenti nella sua essenza il ricordo, tema centrale di tutta la raccolta e l’unica che in poche righe riesce a intrappolare piccoli frammenti di senso, che una vita intera non riesce a cogliere. Ho sempre amato leggere e scrivere poesia, raggiunta una certa consapevolezza sia tematica che stilistica, ho deciso di mettermi all’opera e creare qualcosa che potesse avvicinarsi a quello che cerco dall’arte.

Continua a leggere

Guido Michelone tra l’Arcana e il jazz, intervista con Gianfranco Nissola

Guido Michelone il suo ultimo e sesto libro, in ordine di tempo, per l’editrice Arcana, Il jazz e i mondi, è uno sguardo sul jazz oltre gli Stati Uniti, il Paese dove è nata questa musica?

Sì, ben oltre, è una ricerca per scoprire dove si annoda questa musica, il jazz, in tutti gli altri continenti. Tutti meno l’Europa, su cui uscirà presto un volume specifico, perché il nostro vecchio continente è ricchissimo di proposte interessanti, avendo una storia jazzistica autoctona lunga, talvolta, cent’anni. Tornando a Il jazz e i mondi, ho raccontato la storia del jazz in Messico, Canada, Argentina, Cuba, Nigeria, Sudafrica, Cina, India, Giappone, eccetera, spinto dalla curiosità di indagare cosa accade nelle città e nelle nazioni in Centro e Sud America, in Asia, in Africa, in Oceania, imbattendomi sempre in scoperte interessantissime. Continua a leggere