1) La pratica del buio è la tua terza raccolta poetica, che vede la luce a distanza di 7 anni dal tuo primo libro, Tempora. Come è cambiato (se è cambiato), in questi anni, il tuo essere vicino alla poesia, sia per quel che riguarda la lettura, che la scrittura?
Giocando con le parole del Premio Nobel W. Szymborska, mi piace definire Tempora “la prima prova della mia insoddisfazione”. Fin dai primi testi essa ha corrisposto all’urgente bisogno di esprimere in versi, non sempre riusciti, una personale condizione di patimento e malessere. Una raccolta a me molto cara, accompagnata nel corso della sua travagliata composizione da avide letture. Un momento preliminare, volto alla ricerca di voci poetiche che rappresentassero un “corrimano” esistenziale. Ricerca che negli anni successivi è divenuta dialogo sempre più fitto, scambio lucido e inesauribile, necessario, senza il quale nemmeno quest’ultimo libro, La pratica del buio, sarebbe mai nato. Continua a leggere




