“Cos’è la poesia, e come nasce un tuo testo?”. Mi è capitato spesso, durante incontri e presentazioni, di ascoltare domande simili. Risposta? Ammessa l’impossibilità di proporre una definizione univoca di cosa sia poesia, l’autore di turno chiarisce di poter parlare solo di “sé”, della sua esperienza compositiva, di cosa la poesia abbia rappresentato e continui a rappresentare per la sua storia personale. Dramma della “lirica” direbbero i più esperti, e certamente non nuovo.
“La poesia è poesia quando porta con sé un segreto”, confessa in un’intervista del 1961 Giuseppe Ungaretti, che messo alle strette sui meccanismi soliti di composizione, ammette sospirando che “si fa poesia non pensandoci, perché occorre farla”; un’idea giunta inaspettata ci tormenta, spinge a un lavoro di scrittura e riscrittura che varia da caso a caso in base a logiche ora di suono ora di significato. Ma anche Ungaretti sull’origine dell’atto poetico è chiaro: se la poesia (intesa come lirica) è sforzo compiuto dal soggetto per esprimere i propri sentimenti, essa dipende dalla “fantasia” e dal “momento storico” di composizione. Scrivere poesia è fare esperienza di sé, relazionarsi al mondo consapevoli che il rapporto con la realtà (fortemente connotata da eventi di diversa natura) non consente solo una conoscenza “oggettiva”, ma permette di scoprire qualcosa di più profondo e altrimenti sconosciuto.
Una scrittura, quella poetica, che restituendo l’urto della vita, non è tuttavia riducibile a espressioni puramente “confessionali” o “diaristiche”. Essa, infatti, attraverso l’appropriazione di uno sguardo nuovo, promuove la costruzione di un “noi” di cui l’ascolto del sé è solo il primo passo. “Tell all the truth but tell it slant”, “Di’ tutta la verità ma dilla obliqua”, scrive la poetessa americana Emily Dickinson, chiarendo il carattere peculiare del fare poetico, che mai astratto dalla realtà ha la forza di dire “obliquamente” la verità delle cose, di evitare una scrittura troppo diretta incapace di generare partecipazione e movimento.
Perché tutto abbia inizio, tuttavia, è necessario concedersi all’appuntamento, dialogare con i grandi maestri, accoglierne incanti e nuove prospettive. Leggendo i versi danteschi di Oltre la spera che più larga gira, ad esempio, conosciamo l’esistenza di forze che se incontrate sono in grado di originare una singolare capacità di comprensione, uno sguardo “amoroso” sul reale. Cos’è difatti la poesia se non “Amore” verso il mondo, tensione verso l’esistente?
Che la scrittura risponda a necessità impellenti è indubitabile. Lo sappiamo, alla pagina, oltre alle semplici istanze comunicative, ci spingono gioie e dolori, il tentativo, spesso estemporaneo agli inizi, di fare delle nostre emozioni metafora del mondo. Ma perché ci sia poesia questo non basta. La parola richiede attenzione, cura, un lavoro tenace fatto di revisioni, aggiustamenti e rigorosa erosione di elementi inessenziali. Questa “postura” nei confronti della parola è cruciale nello sviluppo di una lingua poetica personale e può, se introiettata, caricarsi di implicazioni ulteriori. Cosa impedisce, infatti, a una simile postura di divenire “metafora” del quotidiano, di “trasferirsi” dalla pagina alla vita di ogni giorno? Se la poesia è genesi, vero cominciamento (a volte “conversione”), essa è in grado di ingenerare un cambiamento così “radicale” da incoraggiare l’assunzione di uno stile di vita diverso, capace di rinunciare al superfluo e respingere le sirene di “chi – citando Fortini – con dolcezza guida al niente” (Traducendo Brecht, v. 15). Poesia come possibile resistenza al vuoto intimo e sociale assicurati dalla logica del consumo, spazio in cui riscoprire la natura autentica dell’uomo. Ecco perché – oggi come ieri – vitale è l’attenzione a poeti e poetesse che, senza cedere a compiacimenti e a mode del momento, hanno fatto della ricerca poetica un’esperienza di crescita umana, personale e collettiva. Tale convinzione, escludendo sterili moralismi o l’adesione a schemi ideologici precostituiti, è animata dalla consapevolezza che la poesia, come viva forma naturale, possiede forme molteplici, varietà spesso lontane le une dalle altre. Così è per la toscana Margherita Guidacci, che paragona i poeti ad alberi radicati nella terra comune, e ammette che “La poesia […] è un atto di vita”, un dono che per vocazione si è chiamati a corrispondere.
Così è per me:
“Tutti abbiamo una vocazione
ma ne capiamo a stento
la voce. A me è bastato
un incontro, che lei fosse
prima ed io secondo.
E allora fu giorno,
e principio e ragione
di un nuovo mondo.”
(Giulio Mazzali, “Vocazione”)
Un dono, come dichiaro in questa poesia, che grazie a un incontro può diventare inizio, nuovo modo di vedere e vivere la realtà. Senza di esso nessuna nascita è possibile, vano qualunque sforzo di comprendere sé stessi e il proprio desiderio più profondo. Quando ciò accade non resta che ringraziare:
Quando arrivi al tuo desiderio
porta con te oro incenso e mirra.
È la luce, il mistero che cercavi.
(Giulio Mazzali, “Epifania”)
Nota biografica
Giulio Mazzali è nato a Velletri (RM) il 20 giugno 1979. Vive stabilmente a Cisterna di Latina, dove lavora come insegnante negli Istituti Superiori. Ha esordito nel 2018 con la sua prima raccolta poetica, dal titolo Tempora (“L’Erudita”), con la quale nel 2019 ha partecipato a numerosi Premi ottenendo riconoscimenti di merito e recensioni su riviste e blog. Nel luglio del 2020 una sua breve raccolta di editi, L’ora della veglia, è stata inclusa nell’antologia dal titolo “Tramontana”, edita per la “Aletti Editore”. La forma nascosta della luce (Edizioni DrawUp), pubblicata nel giugno 2022, è la sua seconda raccolta poetica. Dal settembre 2022, inoltre, collabora con la rivista De Cultura Magazine Artes, Trimestrale edito dalla Fondazione De Cultura.

