Intervista a Giulio Mazzali

di Luca Pizzolitto

1) La pratica del buio è la tua terza raccolta poetica, che vede la luce a distanza di 7 anni dal tuo primo libro, Tempora. Come è cambiato (se è cambiato), in questi anni, il tuo essere vicino alla poesia, sia per quel che riguarda la lettura, che la scrittura?

      Giocando con le parole del Premio Nobel W. Szymborska, mi piace definire Tempora “la prima prova della mia insoddisfazione”. Fin dai primi testi essa ha corrisposto all’urgente bisogno di esprimere in versi, non sempre riusciti, una personale condizione di patimento e malessere. Una raccolta a me molto cara, accompagnata nel corso della sua travagliata composizione da avide letture. Un momento preliminare, volto alla ricerca di voci poetiche che rappresentassero un “corrimano” esistenziale. Ricerca che negli anni successivi è divenuta dialogo sempre più fitto, scambio lucido e inesauribile, necessario, senza il quale nemmeno quest’ultimo libro, La pratica del buio, sarebbe mai nato.

     Perché la scrittura si compia, infatti, è necessario dialogare con i maestri, accoglierne incanti e nuove prospettive. Leggendo con gratitudine i versi danteschi di Oltre la spera che più larga gira, ad esempio, riconosciamo l’esistenza di forze che se incontrate sono in grado di originare una singolare capacità di comprensione, uno sguardo “amoroso” e pieno di stupore sulla realtà circostante.

     Questo a condizione di saper trasgredire l’usuale modalità di lettura spesso praticata in ambito scolastico o accademico e finalizzata quasi esclusivamente alla conoscenza dell’autore e della sua opera. Come suggerisce l’americano Billy Collins, infatti, “non si legge poesia per scoprire qualcosa dell’autore […] ma per scoprire qualcosa di sé stessi”. Solo così, attraverso la lente del poeta, il lettore può osservare meglio le cose del mondo e attraverso di esse conoscere profondamente sé stesso. 

      A essere rimasto costante, fin dalla prima pubblicazione, sebbene con gradi differenti di consapevolezza, è lo sforzo di conciliare l’autenticità dell’ispirazione con la cura puntuale della parola. Che la scrittura risponda a impellenze è indubitabile, ma perché ci sia veramente poesia non basta l’espressione estemporanea di sentimenti ed emozioni. La parola esige attenzione, un lavoro ostinato fatto di revisioni, aggiustamenti e rigorosa erosione di elementi inessenziali. Un corpo a corpo quotidiano che non consente un semplice affinamento dei mezzi espressivi, ma diviene uno strumento di ricerca interiore, un modo – citando Giuseppe Ungaretti –  “di progredire umanamente” . Una postura nei confronti della parola che credo mi abbia consentito l’acquisizione di una voce poetica più matura rispetto al passato, in grado di esprimere una visione del mondo che ne La pratica del buio, seppur espressa “obliquamente” e allusivamente,  appare chiara fin dall’inizio. 

2) Negli ultimi tempi, ti sei avvicinato anche alla scrittura di saggi sulla poesia: quando nasce l’interesse per questo tipo di approccio verso la parola di altri poeti? Quanto tempo occupano, nella tua vita, la lettura e lo studio della poesia?

      Il mio interesse per un approccio critico all’opera di altri poeti nasce durante gli anni dell’Università. Ricordo ancora il mio primo esame: assieme alla sezione generale, dedicata principalmente alla letteratura medievale,  la lettura e lo studio integrali della Commedia dantesca. Un’esperienza unica, irripetibile. Ma la mia strada è stata un’altra e non sono un critico. La mia professione, tuttavia, quella del docente, mi obbliga a conoscere e praticare la scrittura argomentativa, diventata con l’esperienza sempre più familiare, tanto da indurmi a scrivere brevi interventi di carattere saggistico accolti recentemente da riviste e blog specializzati. L’impostazione adottata, pur non seguendo fedelmente moduli critici o schemi ideologici prefissati, non indulge ad alcuna arbitrarietà, non cede alla tentazione di proiettare il proprio sentire nell’opera e nelle intenzioni del commentato. Per quanto mi riguarda, quando ho potuto ho dedicato la mia attenzione a poeti e poetesse particolarmente amati: Margherita Guidacci, Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Elio Filippo Accrocca, Edgar Lee Masters e Jorge Luis Borges. Non mancano alcuni classici, come Dante Alighieri e Ludovico Ariosto.  

      Dedicarsi alla scrittura, sia essa argomentativa o poetica, richiede studio e letture, tempo ed energie. Non saprei dire con certezza quanto tempo al giorno dedico allo studio della poesia. Durante l’anno, dati gli impegni familiari, pur non rinunciando a letture di interesse esclusivamente personale, tento di dedicarmi allo studio dei poeti oggetto di insegnamento, facendo coincidere il continuo apprendistato poetico (i maestri della tradizione con le loro opere rappresentano veri manuali di scrittura) con le esigenze della professione. 

3) Scriveva Ungaretti (poeta che so essere fondamentale all’interno del tuo cammino), questa frase, riferita al ruolo, al compito del poeta, che ti chiederei di commentare: “Essere del deserto, e nel deserto poeta d’amore”.

      La metafora del deserto rimane tra le più adatte a rappresentare la nostra condizione esistenziale. Caratterizzata da una logica dominante apparentemente incontrastata e incontrastabile, la società odierna appare connotata da un vuoto intimo e sociale senza precedenti. Lo spazio concesso dai media a possibili catastrofi imminenti, l’attenzione morbosa a cruenti fatti di cronaca, tutto contribuisce a scoraggiare qualsiasi speranza nel futuro. 

A questo si aggiungono, nel contempo, tentativi paradossali e falsamente consolatori di pubblicizzare bellezze artificiali in grado di indurre all’acquisto di beni superflui. Cosa può fare allora il poeta? 

      “Essere del deserto, e nel deserto poeta d’amore”, così risponde Ungaretti. Consapevole della propria condizione e appartenenza, il poeta può ancora, grazie allo stupore dello sguardo, illuminare il pulsare della vita, la bellezza e la meraviglia delle cose, anche le più ordinarie, intonando un canto d’amore che resista alle lusinghe di coloro che melliflui ci guidano al niente. 

      “Essere del deserto, ma nel deserto poeta d’amore”, è forse questa allora – coll’introduzione della congiunzione “ma” in luogo di “e” – la formula che meglio rappresenta la funzione odierna e possibile del poeta, mai dimentico della natura dell’uomo e della sua dignità, capace – come ha scritto Etty Hillesum – di vedere in un ritaglio o spicchio di cielo “libertà e bellezza”. 

4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni.

      Il primo è certamente Dante Alighieri. Tra le sue opere la Commedia. Perché Dante? Nella sua opera più importante la poesia salva dal naufragio, guida l’uomo nel riconoscimento della sua vera natura. Continuo a sorprendermi nel pensare che per gran parte del viaggio la guida di Dante è Virgilio, un poeta, a cui Dante dimostra fin dal primo incontro tutta la sua commossa gratitudine. La centralità della poesia e del suo ruolo accomuna la Commedia, opera matura e monumentale, al libello giovanile, la Vita nova, ed è bello scoprire che nelle pagine della giovinezza la poesia è già lode della bellezza, testimonianza d’amore.

      Altro autore è certamente Giuseppe Ungaretti. Individuare un’opera non è facile, ma direi L’Allegria. A lui devo davvero molto. La convinzione, ereditata dal passato, che la poesia sia canto, l’idea che grazie all’arte, alla scienza, alla cultura la società possa conseguire un assetto davvero più umano. A lui debbo la postura nei confronti della parola, il tentativo di una poesia che lontana dalla gabbia della retorica sia “semplice” e puntale, esito di un percorso lungo di aggiustamenti e revisioni. 

      Terzo riferimento è la poetessa Margherita Guidacci. Tra le sue raccolte la prima incontrata, Neurosuite. In quest’opera Margherita propone uno degli insegnamenti più lucidi mai ricevuti: il dolore non è sterile esperienza, arricchisce la persona, e se condiviso è in grado di giovare alla comunità di appartenenza. Un insegnamento che spinge al coraggio della parola, che per Margherita deve essere chiara, accessibile, strumento di comunicazione con il lettore. È grazie a lei se la limpidezza dello scrivere è diventata nel corso di questi anni un monito e un tentativo costanti. Non posso non concludere riconoscendole un alto magistero etico, forse utile agli autori odierni, e lo faccio citando i suoi versi, tratti da Consigli a un giovane poeta: “Meglio scrivere un libro importante nel deserto […] che diventare celebri per equivoco”.



 

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