Archivi categoria: Marino Magliani

Viviana Spada, “Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi”

Intervista di Marino Magliani a Viviana Spada su Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi (Il Filo di Arianna, 2025)

Nell’anno in cui ricorre l’80° anniversario dell’assegnazione del Premio Goethe e Premio Nobel per la Letteratura (nel 1946) a Hermann Hesse, esce il saggio di Viviana Spada Da Hermann Hesse al Paese delle Nevi, dedicato al grande scrittore tedesco, ma svizzero d’adozione.
A Montagnola, infatti, dove egli visse a lungo, si trova il Museo Hermann Hesse, il più importante e completo, al cui interno si trovano la sua macchina da scrivere, i suoi occhiali, manoscritti, quadri…; all’esterno, l’aria che respirava, i suoi paesaggi, Casa Camuzzi, dove ha scritto l’immortale “Siddhartha”, e la straordinaria sensazione di rivivere la stessa magia ispiratrice…

Quando nasce il tuo amore per la lettura e la scrittura?
All’età di cinque anni imparai a leggere e a scrivere dalla trasmissione condotta dal M° Alberto Manzi “Non è mai troppo tardi” e, da allora, credo di non avere mai smesso di farlo.

Come e quando hai capito che sarebbe potuto diventare un mestiere?
Leggendo e scrivendo molto, fatto che a scuola mi permetteva di svolgere temi molto lunghi rispetto a quelli delle compagne, sovente premiati per il contenuto e la forma. In seguito ho sviluppato un forte interesse e grande curiosità per le materie umanistiche, accrescendo la mia formazione culturale affiancando agli studi e alle letture molti viaggi a giro per il mondo che mi hanno fatto conoscere culture e pensieri differenti e rafforzato in me la voglia di raccontare e raccontarmi. Continua a leggere

Intervista a Giuseppe Raudino su “Il fabbro di Ortigia”

di Marino Magliani

Nel tuo nuovo romanzo, Il fabbro di Ortigia (Bibliotheka Edizioni, 2024), la figura del fabbro sembra richiamare un artigiano capace di forgiare il mondo attorno a sé. Se è una metafora dell’autore stesso, quali sono le “materie prime” con cui hai plasmato questa storia? Come definiresti la figura del fabbro e quali “materiali” hai usato per costruirla?

Il fabbro è un “Faber” nel vero senso del termine, adattandosi al mondo con abilità e ingegno, piuttosto che costruendone uno nuovo. È un uomo astuto, capace di modellare la realtà per sopravvivere.

Ortigia è una delle protagoniste del romanzo. Che ruolo ha nella storia?

Ci tengo a precisare che Ortigia è il centro storico di Siracusa, non una città a sé. È uno spazio simbolico, presente soprattutto nei primi capitoli, che incarna la giovinezza del protagonista Currò. Questa ambientazione, con la sua storia e le sue strette vie affacciate sul mare, diventa un personaggio stesso, intriso di magia e malinconia.

Anche ne Il fabbro di Ortigia, come nei tuoi precedenti romanzi, il tema del viaggio è centrale. Come si intreccia con le altre tematiche del libro?

Il viaggio e la nostalgia sono temi portanti. Stavolta, però, emerge la guerra, una violenza necessaria per sopravvivere. Questo conflitto interiore si intreccia con il budo, la via marziale che Currò apprende, rappresentazione di una dialettica tra armonia e pericolo. Continua a leggere

Disegnando “Il bambino e le isole”

Marco D’Aponte, Roberta Poggio, che ringrazio, e io abbiamo ragionato, lui con i colori e la matita, Roberta e io con le parole, a una brevissima traduzione in immagini, alcune ancora semplici bozze, del mio romanzo Il bambino e le isole (Un sogno di Calvino) edito da 66th&2nd.
Per visualizzare meglio le immagini, cliccateci sopra e le vedrete ingrandite.

Il romanzo sul fútbol povero della vecchia Argentina (che ci riporta alla magia autentica del calcio)

da Rassegna Stampa Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera

Venerdì 27 settembre 2024

Rassegna antropologica (Minimi Tropici)

Il romanzo sul fútbol povero della vecchia Argentina (che ci riporta alla magia autentica del calcio)

di Mauro Francesco Minervino editorialista 

«Forse l’Occidente sta anticipando una religione e ancora non lo sa».

Lo scriveva alcuni decenni or sono Marc Augé in un breve, folgorante e ironico saggio — Football. Il calcio come fenomeno religioso — scritto in prima battuta per la rivista francese Le Débat nel 1982, e poi a lungo rivisto e aggiornato sin quasi ai giorni nostri. Nel calcio attuale, spiegava poi lo studioso francese, di fronte alle enormi trasformazioni recenti registratesi nello sport, si sono venuti via confermando i condizionamenti esterni ai fattori di specialità e all’etica del gioco. Fenomeni di grande scala sui quali, col suo acuminato sguardo da antropologo della contemporaneità applicato al football, Augé ci invitava infine a riflettere da par suo. Aspetti come la dimensione pervasiva dei giganteschi rapporti di forza economici e i crescenti interessi politici che sempre più sovrastano e deformano lo sport più popolare al mondo. Gli stadi, trasformati da campi sportivi in templi catodici ove si mette in scena e si celebra il più grande spettacolo di consumo delle società globali uniformate dalla contemporaneità. Continua a leggere

Carlo Magitto, poesie dal Ponente ligure

Una migrazione mediterranea di un bimbo isolano sradicato dalla sua terra e gettato nella piazza di un villaggio alpino nel confronto con la lingua dei suoi novelli coetanei. I versi dedicati al Ponente Ligure sono un omaggio a questa terra che lo accolse e lo adottò.

Un innamoramento col mare tra silenziosi pescatori, un contatto senza rituali con una natura contratta dal mare e il suo infinito e la montagna impervia che sbarra lo sguardo.

Questi versi di Carlo Magitto ci dicono che l’adattamento fu scuola con la secca tradizione del vecchio che conosce funghi e raccoglie erbe medicinali e il tanfo del gozzo colmo di reti e di nasse nel porticciolo di Cervo scavato tra le rocce di Capo Mimosa. Ma c’è la fata morgana che manda al mattino al vecchio poeta ora il suo miraggio: la Corsica perduta dalla storia e il desiderio di riportarla. La sfida nel dopoguerra con la gioventù di Mentone e il desiderio di essere accettati come fratelli, forzando nel bistrot un aperitivo con il pastis, calice amaro di ogni odissea per uno scambio in patois. Questa terra lui canta, ultimo mohicano, che vede la fine di una epoca nella tiritera di motori correre sulla tangenziale, una fila smisurata di uomini a cavallo e moschetti colmi di fumo. Continua a leggere

Fabrizio Ottaviani, “La gallina”

Testo introduttivo di Marino Magliani

Fabrizio Ottaviani, La Gallina (Watson Edizioni)

È uscito da poco il romanzo di Fabrizio Ottaviani La gallina per l’elegante Watson. Ai suoi tempi fu un romanzo che piacque molto, ed è un bene che torni, rivisto, con aggiunte, come succede in questi casi. Un romanzo pieno di follia, e i paragoni sarebbero tanti. Il lettore saprà apprezzare questo romanziere prestato alla critica (Ottaviani collabora con inserti importanti). Lo conobbi, ma magari lui non lo ricorda neanche più, con Vittorio Macioce in Val Comino, che è poi la valle di entrambi se non sbaglio, verde e costellata di paesini bianchi – una valle viva, del resto come la gallina di Ottaviani.

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Marino Magliani intervista Lamberto Garzia

Marino Magliani intervista Lamberto Garzia sul suo nuovo libro Capped Dice (Betti Editrice, 2021)

Il titolo del libro, Capped Dice, prende spunto da un termine desunto dal gioco dei dadi o Craps, che vuole intendere un dado (truccato) sottoposto a limatura di uno dei lati e consequenziale certosino riempimento/incappucciamento (capping) dello spazio lavorato con un materiale diverso, che alla vista appare identico all’originale, ma anche e più semplicemente L’INCAPPUCCIATO (l’autore) DICE, racconta, attraverso le pagine di un Diario allucinato e a tratti esilarante, di una pericolosa  indagine tesa a svelare un Mistero, nella quale il personaggio principale, almeno nelle prime pagine, è quello del grande scrittore Tommaso Landolfi («Giusto appunto, mi hai detto dell’esistenza del gran segreto, che se permetti lo intenderei col termine inganno. E quindi, più precisamente, mi hai rivelato di possibili, sebbene in dato modo catalogabili, malefatte di tale signor Landolfi. Ma questo oscuro non me lo puoi per il momento squadernare, anche perché questo oscuro non è ancora per te del tutto chiaro… e una volta portato alla luce ciò che è intimo nella sua mantella lisa, sarà una calamità, anche se poi una calamità per chi, Lamberto…»). Ma accanto all’illustre narratore, nel Diario compariranno, sotto forma di racconto diretto o citazione, personaggi reali noti (Valentino Zeichen, Giuseppe Conte, Nico e Matteo Garrone, Oriana Fallaci, Rocco Carbone, Franco Cordelli, Alberto Sironi, Antonio Franchini, Alessandro Ceni, Giovanni Maccari, Aldo Gabrielli, Jonny Deep, Orson Welles, Sylvester Stallone,  Sugar Ray Leonard, Roberto Duran, Eddy Merckx, Philip Warren Anderson e molti altri, che per “opportuna delicatezza” verranno nominati soltanto con la lettera X, sia perché alcune indagini non sono concluse e sia perché alcune sono donne che nei loro specifici campi sono assai popolari) e meno noti, ma non per questo meno importanti all’interno della puntigliosa struttura del romanzo. Continua a leggere

“Il tornello dei dileggi”, di Salvatore Massimo Fazio

Testo introduttivo e intervista di Marino Magliani

Quarantasette anni dei quali almeno trentadue dediti alla scrittura, senza mai approcciarsi ad un corso o ad una scuola: l’anti accademismo lo coglieva da giovanissimo e quel nichilismo cognitivo, tesi che ha sviluppato e che non pochi problemi gli ha creato, oggi diventato un pessimismo ragionato, trova finalmente la sua azione pragmatica. È con Il tornello dei dileggi, pubblicato nella collana Eclypse di Arkadia Editore, che il filosofo catanese Salvatore Massimo Fazio, si dipana nei meandri della narrativa, dove un miscuglio ordinato di azioni del vivere, viene narrato, con leggerezza e allegria, sino a giungere alla chiusura di un cerchio che a tutti spetta: la differenza è il sapere come spetta. Sembra discostarsi da quelle oscurità ctonie del suo linguaggio intinto di neologismi, che permettevano di affrontare ‘margini’ filosofici quasi si parlasse di calcio, tanto che lo stesso autore asserisce che ‘semmai è il contrario’: la filosofia è la matrice dell’inutilità, del peggiorare il proprio stato di salute; il calcio no! Il calcio è forza, velocità, potenza, determinazione e infine inganno e in quell’inganno l’uomo naviga gioioso.

Non il primo libro, ma il primo romanzo assoluto: quali le circostanze in cui lo hai scritto?

«Non esistono circostanze, così come non esistono ispirazioni o ideazioni: tutto ciò che racconta la storia di Adriana, Giovanna, Paolo, Andrea e altri personaggi, altro non è che una delle forme del vivere che scelgono persone del mondo occidentale». Continua a leggere

Maria Novaro, “Kairòs”

Recensione di Marino Magliani

Maria Novaro, Kairòs, ed. 1000eunanotte

Significa il momento giusto, quello giudicato opportuno. Kairòs.

La raccolta poetica di Maria Novaro, uscita per la collana Nuvole di 1000 e una notte, è una di quelle opere annunciate. Sapevamo perfettamente che prima o poi quest’opera sarebbe transitata. Transitata è una delle parole più mi vengono in mente rileggendo (il libro è uscito nel 2020) i versi di Kairòs e ragionandoci da tempo. Quanto all’autrice, poche persone al mondo, in grado di curare, organizzare, dirigere, decidere progetti culturali importanti, mi hanno fatto sentire a mio agio come Maria Novaro. La conobbi in occasione di un convegno su Elio Lanteri, e poi di un premio, il Premio Novaro, e ascoltandola, che parlava di un secolo di poeti ed eccellenze della cultura, ligure e non, di riviste che hanno fatto la storia editoriale e letteraria, mi dicevo: ecco, una intellettuale che sicuramente ha scritto, ha quaderni pieni e taccuini di note di viaggio, di versi, immagini, racconti, di opere transitanti, giunte attraverso la frequentazione degli scritti di suo nonno Mario Novaro, della cura dei carteggi con Boine, Palazzeschi, Dino Campana, della pubblicazione di una rivista come La Riviera Ligure e della rivisatazione magistrale di marginali e dimenticati artisti (ultimo il prezioso studio su Vico Faggi di Taggia). Di una cosa ero certo: quando Maria Novaro (perché prima o poi succederà: lo diceva Blanchot, prima o poi la parola deve bruciare e farsi carta) darà alle stampe i suoi versi; quando verrà il momento giusto, Kairòs, sarà come ritrovare quel mondo transitato, passato attraverso altri occhi, un’Alpicella abitata da altri io, un’impossibile e solitaria moltidune, diceva Tabucchi per Pessoa e i suoi eteronimi… Ecco, forse Maria Novaro senza accorgersene, ma senza poterne fare a meno, darà involontariamente vita a un catalogo di suoi imperdibili e impossibili eteronimi.                                                                                  Continua a leggere

Marino Magliani, “Il cannocchiale del tenente Dumont”

Recensione di Giovanni Agnoloni

 Marino Magliani, Il cannocchiale del tenente Dumont, L’Orma Editore, 2021

Una storia di sbando e diserzione “camuffata” da romanzo storico, ma in realtà intrisa soprattutto del genius loci dell’entroterra ligure. Questa l’essenza de Il cannocchiale del tenente Dumont di Marino Magliani. Un gruppo di soldati napoleonici reduci dalla campagna d’Egitto, nell’estate del 1800, diserta durante la battaglia di Marengo, si sbanda e vaga tra il Piemonte e la Liguria di Ponente, procedendo per le valli e tra i rovi del suo interno e sottoponendosi all’esperimento di un medico olandese, intento a studiare le loro reazioni all’uso dell’hascisc, iniziato nel Nord Africa e considerato da alcuni causa di tante diserzioni. Continua a leggere

Bruno Morchio, “Voci nel silenzio”

Recensione di Marino Magliani

Bruno Morchio, Voci nel silenzio, Garzanti, 2020

Strani tempi, e allora si fa atipico anche il lavoro, nel caso, il lavoro di Bacci Pagano, il leggendario detective che ci appassiona da anni e ci porta in giro per Genova (anche in Sardegna una volta) sul sellino della sua Vespa, per i carruggi incastrati tra i palazzi, d’estate, davanti alle spiagge incantevoli, nelle ville a mezza costa, o nel grigiore piovoso delle vallate del Polcevera, dove sono rimasti i relitti di fabbriche dismesse e di ponti. Stavolta niente di tutto questo, Bacci come i milioni di italiani deve restare a casa, riceve una telefonata (sarà collegata a una lettera che lo porterà a morsi nel passato) e decide, anzi, in qualche modo ci si sente costretto, a lavorare comunque, a indagare da casa. Eppure, anche tra le mura, sebbene manchi il regattare della vespa tra i carruggi, e manchino i colori del mondo, la tensione resta altissima, l’indagine ci cattura. Forse perché alimentata da quella fonte che è l’ossessione baccipaganiana che è lo scasso delle matrioske che contengono il passato del giovane uomo prima che diventasse detective, prima che pagasse con la galera una colpa che è solo dettata dall’innocente ingenuità. La nuova indagine sta in un libro dalla copertina cupa al cui centro c’è una missiva, sono Voci nel silenzio (naturalmente 2020, Garzanti).   

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Haroldo Conti, “Mascaró”

Recensione di Francesco Improta

Haroldo Conti, Mascaró, Exòrma Edizioni, 2020

Ritorna in libreria, dopo una lunga assenza, uno dei capolavori della letteratura latino-americana, Mascaró di Haroldo Conti (Exòrma edizioni, 16,50 €), nella splendida traduzione di Marino Magliani che è riuscito a rendere perfettamente la scrittura colorita, festosa e scoppiettante del grande scrittore argentino.

Il romanzo si avvale dell’affettuosa e interessante prefazione di Gabriel García Márquez che non solo ci racconta in tutti i suoi drammatici dettagli la cattura dello scrittore inviso al regime militare di Videla e finito successivamente tra i desaparesido ma ci fornisce anche alcuni particolari illuminanti sulla personalità di H. Conti: la fedeltà all’ideale rivoluzionario di Fidel Castro e Che Guevara, il suo amore per la vita, l’attaccamento alla famiglia e al suo mestiere di scrittore e l’insopprimibile desiderio di libertà.

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Buona lettura 21: “Caribe”, di Fernando Velázquez Medina

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.  Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

Vicende sconvolgenti, episodi affascinanti, personaggi coraggiosi, irrequieti e ingegnosi che non sempre riescono a smascherare il loro lato più oscuro: ecco Caribe di Fernando Velázquez Medina, nella limpida traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi (Arkadia edizioni).

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“Caribe” di Fernando Velázquez Medina

Recensione di Francesco Improta

Caribe, di Fernando Velázquez Medina (Arkadia Editore, 2020)

Viviamo in un’epoca in cui si è già detto tutto, non ci meravigliamo quindi se in un romanzo affiorano in maniera esplicita o implicita riferimenti, echi e suggestioni che ci riportano ad altre letture, come succede in Caribe di Fernando Velázquez Medina (Arkadia Editore, 17€), del resto per quanto uno scrittore voglia apparire innovatore o trasgressivo non potrà mai del tutto esimersi o sganciarsi dalla tradizione letteraria e culturale, che attraverso letture ed esperienze dirette o mediate è filtrata e sedimentata in lui.

Dopo questa doverosa premessa, su cui torneremo in seguito con esemplificazioni più chiare ed esatte, va detto che il titolo, Caribe, ci catapulta nel Mar dei Caraibi o dei Cannibali, crogiuolo di razze e di civiltà, in un’epoca, per giunta, la seconda metà del 1500, in cui queste isole e le terre dell’America centro-meridionale, o Indie occidentali come venivano chiamate allora, furono scenario di violenze, saccheggi e uccisioni da parte dei Conquistadores. Continua a leggere

Marisa Salabelle, “L’ultimo dei Santi”

Recensione di Barbara Panelli

Marisa Salabelle, L’ultimo dei Santi, Tarka Edizioni 2019, collana “Appenninica”

Il nuovo romanzo di Marisa Salabelle, L’ultimo dei Santi, si riallaccia idealmente alle vicende di quello precedente “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu” (Piemme edizioni), riproponendo la figura del giornalista Saverio nuovamente alle prese con un’indagine da condurre in parallelo a quella ufficiale portata avanti dal commissario Borghi. Questa volta i morti sono tre: tre fratelli deceduti a breve distanza l’uno dall’altro in circostanze apparentemente accidentali. Il personaggio di Efisia è richiamato alla memoria in un breve passaggio, per poi non essere più citato: solo un espediente per fornire un aggancio al lettore che già conosce il romanzo precedente. Continua a leggere

“Prima che te lo dicano altri”, di Marino Magliani

Recensione di Francesco Improta

Marino Magliani, Prima che te lo dicano altri, Chiarelettere 2018

In una recente intervista Marino Magliani ha affermato testualmente: “I miei viaggi sono stati in realtà un andare e un tornare, un cerchio. Mi sono chiesto se io sia mai davvero partito.” Tale dichiarazione non solo ribadisce l’importanza fondamentale delle radici per Magliani, uomo e scrittore, ma anche e soprattutto il carattere particolare della sua narrativa, dove personaggi, situazioni, paesaggi e persino nomi sono continuamente presenti a configurare un universo domestico e simbolico al contempo.

Prima che te lo dicano altri (Chiarelettere editore, 17,50 euro) conferma quanto enunciato sopra. Il romanzo piuttosto corposo si svolge in maniera non lineare, attraverso un continuo slittamento di tempi e di piani narrativi, nell’arco di un cinquan­tennio, dal 1974 al 2025 e si divide in due parti: la villa e la pozzanghera. Continua a leggere

Marino Magliani, “All’ombra delle palme tagliate”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Marino Magliani

All’ombra delle palme tagliate

Amos Edizioni 2018

All’ombra delle palme tagliate è la prima opera poetica di Marino Magliani. O forse no, nel senso che Magliani è da sempre poeta in prosa, e le pagine dei suoi romanzi sono ricche di spunti lirici e suggestioni fortemente evocative. Qui, però, siamo di fronte a un’inversione dei rapporti di forza, perché questa silloge, che in fondo ha la vocazione del poemetto, adotta un registro quasi-prosastico, che ne è la cifra caratteristica. Non un limite, sia chiaro. Al contrario, la vis poetica dei versi traspare proprio dalla semplicità delle immagini e delle storie che racchiudono. E dalla memoria, tanta, che dischiudono come frutti spremuti.

«Poi senza perdere quel sorriso, la piega
che aveva sostituito lo stupore,
egli fissava di nuovo la terra
e taceva il resto
del giorno».

(da “Il cecchino”, p. 27)

«Una domenica verso la fine della prigionia,
continuò l’uomo che viveva nella casa
senza persiane, ero affamato,
niente di nuovo, scendevo per una strada
piena di archi e al fondo mi pare ci fossero
tigli gocciolanti».

(da “L’amore ai tempi della guerra”, p. 117) Continua a leggere

“Non c’è ombra in South Dakota”, di Andrea B. Nardi

di Marino Magliani

Le prefazioni e le postfazioni ai libri non servono; un critico italiano diceva che i libri dovrebbero giungere al lettore senza nulla, non una dedica, non un ringraziamento, non uno strillo, intonsa persino la copertina. Alla Landolfi. A meno che l’autore, dopo Ecce Deus (Impero Romano) e Ali (moderno western sideral-teologico), non scriva il suo non-western e Enzo G. Castellari non lo legga e si chieda: ma dove ti sei nascosto in questi trascorsi decenni? In effetti, ci sono libri di autori italiani che quando li leggiamo ci aprono paesaggi di praterie e vallate provenienti da un cinema che diventa sempre più insostituibile.        

Il libro s’intitola Non c’è ombra in South Dakota (Robin Edizioni, 2017), l’autore è Andrea B. Nardi.

Un altro autore con la sua voce inconfondibile che sa raccontarmi spazi e cieli è Vincenzo Pardini. Mentre scrivo queste linee, penso proprio al suo Grande Secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017), che ho qui in libreria.

Forse per il gusto di capire cos’hanno in comune le due storie e non trovarne. Se in Grande secolo abbiamo un io narrante esterno, in Dakota è il protagonista stesso a raccontarci come arriva “involontariamente” a Calahorra, nella profonda prateria, e a partire da lì l’io narrante è quasi sempre presente, giusto tranne periodi come quello della Guerra Civile, di cui in effetti ha potuto solo sentire parlare.                                             Continua a leggere

Marino Magliani, L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi

di Roberto Plevano

Al suo ultimo lavoro – L’esilio dei moscerini danzanti, Exòrma 2017. Si esita a chiamarlo romanzo: mescola memoir, appunti di viaggio, riflessioni morali, colloqui e fili narrativi disparati; ma il progetto è unitario e coerente – Marino Magliani ha dato un titolo che richiama certe composizioni orientali. La sua curiosità botanica ed entomologica (che è aspetto della curiosità generale indispensabile all’esistenza) si è posata questa volta su una specie di Chironòmidi originari del Giappone e delle isole del Pacifico, che ha colonizzato a partire dagli anni ’60 le coste dell’Europa del Nord. Il loro volo sulle alghe spiaggiate, la danza, è, rimugina Magliani, forse il ricordo del grande viaggio dalle Hawaii, il loro esilio. È anche un balletto di morte, perché diventano così facile preda di altri animali: di moscerini danzanti ce ne sono nuvole. Vivono attorno alle alghe, o nei luoghi anfibi dove la sera si radunano i gabbiani. E c’è forse qui un destino.
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Grande secolo d’oro e di dolore. Intervista a Vincenzo Pardini

Grande secolo d’oro e di dolore. Intervista a Vincenzo Pardini

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di Marino Magliani
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Prendiamo l’incipit di Grande secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017) di Vincenzo Pardini:
«In una stanza bianca come un sudario, il pavimento di mattoni, rossi e sgretolati, le travi che hanno resistitito ai terremoti, un giorno di febbraio del 1983 è morta Leonide Francesca Lusetti dei Longobardi, ultima discendente d’una antica casata della Media Valle del Serchio».
Il lettore è conquistato dall’onestà dell’io narrante, un discendente del casato, che nella stessa pagina ci dirà:
«Con l’aiuto della memoria e di documenti, tenterò di ricostruire una cronaca di vicende ed eventi che il tempo sta cercando di ingiallire»

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